Archivio mensile: febbraio, 2012

I giochi di coppia

I giochi della coppia

In ogni coppia è possibile notare delle dinamiche radicate, dette anche “giochi”, in cui ognuno dei due partner ha un ruolo e una responsabilità ben precisa.

Questi comportamenti sono messi in atto per causare reazioni adatte a soddisfare i nostri bisogni.

A che gioco stiamo giocando? Tu che ruoli hai?

Secondo il Prof. Cadonati, psicologo e psicoterapeuta i ruoli che i due partner possono assumere sono 4
(vedi “I giochi della coppia” Editore: Il Melograno”)
Tali ruoli, sono una scelta di copione strutturata per entrambi i sessi nella prima infanzia e sono:

    • BAMBINO – debolezza,
    • PADRE – guida, forza,
    • ADOLESCENTE – dinamismo, autonomia, contestazione,
    • MADRE – altruismo, affettuosità,

I ruoli nella coppia devono poter essere intercambiabili e flessibili a seconda del momento e dell’esigenza. Se si assume sempre lo stesso ruolo, ci si rifiuta di assumerne altri, la comunicazione della coppia ne risente e si puo’ andare incontro ad una crisi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il perfetto equilibrio è impossibile.

In ogni persona prevalgono uno o due ruoli sugli altri.

RUOLO DI PADRE. Il padre rappresenta la norma morale, l’autorità e la giustizia. Il padre ha il compito di conservare e tramandare l’esperienza; può essere autorevole, oppure arrogante. Il padre è carismatico, o dispotico; è in grado di imporre le regole con autorevolezza, oppure è necessario il ricorso alla forza. Soprattutto nella situazione del padre, l’orientamento interpretativo del ruolo dipende dal vissuto individuale, da come la figura genitoriale di riferimento è stata “assorbita” durante l’infanzia.
Se un compagno gioca sempre il ruolo di padre, inevitabilmente diventa il padre padrone; una figura che col tempo diventa fastidiosa, ingombrante, antipatica, insopportabile.

RUOLO DI MADRE. La madre ha bisogno di dare, accudire, salvando l’autonomia dell’altro. Il potere sul figlio dipende dalla madre, soprattutto nel primo periodo di vita del bambino. Questo ruolo può risultare invadente e castrante, poichè mina l’autonomia del singolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

RUOLO DI ADOLESCENTE. L’adolescente deve soddisfare il suo bisogno di autonomia, attraverso obiettivi nuovi e possibili. E’ fondamentale nel ruolo di adolescente essere possibilisti e congrui con la realtà. Ad esempio, se l’obiettivo è: poter cambiare il mondo, esso è esagerato, rappresenta una utopia. L’adolescente si scontra sempre con il padre (come ruolo, s’intende).

RUOLO DI BAMBINO. Il bambino è nella situazione di chiedere senza dare. Dovrebbe chiedere solo quando è necessario, senza abusare. Non deve usare troppo gli altri e non deve approfittare del suo ruolo. In ogni caso il bambino usa gli altri per soddisfare i suoi bisogni. Il bambino che non viene accudito, nonostante i suoi lamenti, si ammala.

 

COME SI SVOLGONO I GIOCHI DELLA COPPIA?
ATTRAVERSO 4 GIOCHI FONDAMENTALI:

  • INTIMITA’ – madre/bambino.
  • LOTTA – padre/adolescente (questo è un ruolo che, se portato ad oltranza, può arrivare allo smembramento, alla separazione e distruzione della coppia).
  • ALLEANZA – stesso ruolo di entrambi i partner, giocato su un obiettivo esterno. Ad esempio: i genitori allevano i loro figli.
  • RIVALITA’ – stesso ruolo di entrambi i partner in competizione, giocato su un obiettivo esterno. Ad esempio: nell’attività professionale, nel lavoro, si gioca a definire chi è più bravo.
  • LA DELUSIONE. La delusione emerge in una coppia quando nessun gioco è possibile e quando il gioco che interessa ad uno della coppia, non si svolge.

 

E tu a che gioco giochi?

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Il Tradimento nella Coppia: perchè si tradisce?

Il tradimento nella coppia: Perché si tradisce?

 

 

 

 

 

 

Cosa s’intende per tradimento nella coppia?

Tradire: Avere una relazione sessuale ed emotiva con una persona diversa dal proprio partner nelle coppie in cui il rapporto è caratterizzato dall’aspettativa di esclusività.

 

 

 

Le cause del tradimento possono essere varie.

Il modo di percepirlo varia in base alla cultura. Da sempre, in molte culture occidentali,  il legame amoroso è identificato con l’esclusività, soprattutto sessuale.

Per questo il tradimento può essere vissuto da entrambe i partner con estrema sofferenza e le conseguenze che la coppia, nonché il tradito si trovano ad affrontare, sono simili a quelle di un evento traumatico: shock, vergogna, senso di colpa, smarrimento, flashback, incubi, disturbi psicosomatici, depressione.

Il “traditore” cade in una confusione rispetto alla sua identità e i suoi valori morali, avverte un cambiamento nella percezione di sé come persona onesta e dei propri valori personali, prova spesso intensi sentimenti di colpa e riflette sulle possibili cause che lo hanno portato al tradimento.

Molto spesso una causa non c’è. Si segue l’istinto, altre volte vi è la deliberata scelta di instaurare una relazione con un altro partner, perché non siamo felici, ma non vogliamo o “non possiamo” lasciarlo/a.

Quest’ultimo caso è quello che genera maggiori sofferenze, ipocrisie e che mette la nostra psiche a dura prova, perché il cuore e la mente hanno bisogno di essere coerenti. Non può esserci amore dove c’è inganno o potere.

La coppia però non è il luogo dove soddisfare ogni nostra aspettativa. La coppia non è la madre onnipotente, che dona amore e dedizione incondizionata come vorremmo e come ci hanno lasciato credere.

e vissero felici e contenti”. (il come non si è mai saputo).

La coppia è un progetto che richiede dedizione attiva, interesse, attenzione e sacrificio.

E’ proprio quando questa illusione inizia a scricchiolare, quando sentiamo che siamo solo noi a sacrificarci, quando mettiamo noi stessi da parte che iniziamo a sentirci soli, frustrati, annoiati e se la vita ci pone di fronte all’occasione di rinnovare questa illusione con qualcun altro, spesso non resistiamo. E’ la strada più semplice.

L’altro/a è più bello/a, più intelligente, più disponibile; accade che nella coppia, il partner più attivo si stanca di dover sempre chiedere, agire, intervenire e farsi promotore della crescita nella coppia (spesso sono le donne) e sposta il suo desiderio di amore e condivisione su un altro oggetto. Il partner più passivo, assiste allo sconvolgimento dei precedenti equilibri o spesso tace, nega a sé stesso, pur di non doversi mettere in gioco veramente.

Ecco che la maggior parte delle crisi di coppia si evitano con un amante fisso (è meno costoso e più divertente di uno psicologo!).

L’amante diventa il capro espiatorio della coppia.

Occorre pertanto leggere il massaggio del tradimento, piuttosto che abbandonarsi ad esso e se possibile riportare le energie nella coppia.

Tradire è riaffermare Sé Stessi sull’altro. E’ un atto egoistico.

Un atto egoistico, spesso necessario per promuovere un cambiamento interiore e quindi nella coppia.

La realtà conferma quanto affermato, il tradimento è un evento assai sovente nelle coppie e non sempre la coppia che lo vive è una coppia che non funziona, che deve lasciarsi, dove c’è qualcosa di grave che non va.

E’ che per quanto noi vogliamo vedere il rapporto tra uomo-donna, come qualcosa di sacro, l’incontro tra due anime gemelle, l’illusione del bastarsi l’un l’altra, siamo uomini e donne primitivi evoluti mentalmente, ma con istinti primordiali assai ben conservati.

Biologicamente siamo maschi e femmine, con tutto ciò che ne consegue.

Il tradimento perciò è un evento causato da diversi fattori: fattori legati alla biologia, fattori individuali, fattori legati alla relazione di coppia e al contesto in cui sono inseriti.

E’ molto difficile individuare delle dimensioni personali o relazionali caratteristiche del tradimento coniugale.

Le ricerche in questo campo hanno rilevato delle problematiche coniugali che frequentemente costituiscono terreno fertile per il tradimento, ma non necessariamente presenti come cause specifiche.

I problemi coniugali che possono facilitare il tradimento di uno dei due partner sono:

 Evitamento dell’intimità: “In amore vince chi fugge”

L’intimità riguarda le attenzioni reciproche, la responsabilità, la fiducia, la comunicazione aperta dei sentimenti e delle sensazioni e dello scambio non difensivo quando accade o all’ uno o all’ altro qualcosa di emotivamente significativo.

Le persone a cui l’ intimità e la vicinanza provocano ansia o sensi di colpa si comportano come quelle che tendono ad evitare il successo, cioè rimangono sempre in una zona media di comfort, come se fossero impediti a procedere da una forza invisibile, in cui un elemento è la paura della vicinanza emotiva.

La paura dell’ intimità agisce in modo molto distruttivo in un rapporto.

Se uno dei due desidera questa vicinanza, farà degli sforzi per raggiungerla cercando di scambiare emozioni, condividere sensazioni, di passare del tempo insieme, mentre se l’altro ha paura dell’intimità cercherà sempre di fuggire.

C’è sempre uno che prova e l’ altro che resiste. A questo punto il primo si sente rifiutato, finché ci rinuncia, si arrabbia, si deprime o ha un’altra storia.

L’ altro invece si sente invaso, confuso, sottoposto a pressioni “ma cosa vuole da me? È un pozzo senza fondo…” e si ritrae ulteriormente, irritandosi con il partner.

Evitare l’ intimità può essere un progetto per entrambi i coniugi fin dall’inizio del rapporto, oppure è un atteggiamento che si può presentare nel tempo per evitare le difficoltà e le frustrazioni per l’incapacità a condividere sensazioni personali intime e problemi.

Con il passare del tempo si sviluppa una sorta di cecità relazionale ed il distacco emotivo, terreno fertile per la ricerca di nuove avventure.

Negazione dei conflitti  “ – Occhio non vede, cuore non duole

La pace e la stabilità sono mantenute negando la realtà. La relazione appare solida e la  fiducia e la serenità restano intatte. Nessuno dei due è realmente consapevole delle estensioni nascoste che l’ altro può avere dietro di sé.

Gli aspetti conflittuali sono tenuti nascosti o risolti  fuori dal matrimonio. Il rapporto è mantenuto rigidamente stabile, diventando un “rapporto come se”(..andasse tutto bene). In questo caso avere un amante è un modo per sfidare o dare una sferzata ad un rapporto matrimoniale rigido.

Conflitti irrisolti – “La guerra dei Roses”

L’incapacità dei due partner di trovare soluzioni efficaci ai loro conflitti, porta ad una sempre maggiore frustrazione e amarezza e ad un bisogno di ricercare soluzioni esterne al rapporto stesso.

Rapporti sessuali insoddisfacenti o assenti

I problemi sessuali più frequenti sono: mancanza di passione, desiderio e attrazione, una disfunzione sessuale (ad es. impotenza, eiaculazione precoce ecc.), uso cronico del sesso come strategia di potere, difficoltà ad esprimere fisicamente il proprio amore e affetto.

Lotte di potere: “O me o te”

Molte coppie arrivano ad essere così simbiotiche da non avere più consapevolezza del Sé e dell’Altro. In questa situazione di stallo nessuno dei due osa muoversi. Tradire può essere necessario ad uno dei due coniugi, per regolare i rapporti di potere tra uomo e donna.

Il mito della famiglia del mulino bianco: Lui/Lei è “il padre dei miei figli”/”La madre dei miei figli”

In queste coppie, si ripone eccessiva importanza nei valori e le aspettative sociali. Una bella casa, denaro, una bella auto, figli sani e di successo, carriera, aspetto estetico. In realtà hanno sviluppato dei sofisticati meccanismi per coprire i buchi della loro relazione. Il matrimonio è tenuto insieme dal credere nella famiglia, piuttosto che dal legame tra i coniugi. C’è una netta scissione tra famiglia e coppia.

Cambiamenti esterni. “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”

Tutte le situazioni esterne che richiedono dei cambiamenti nelle abitudini della coppia, possono causare un malessere e una frustrazione che può spingere i partner verso una relazione extraconiugale, verso il tradimento del partner.

Come affrontare tutto questo?

Il sostegno e la riabilitazione psicologica di coppia possono essere molto utili per affrontare e superare la fase iniziale della crisi, a volte drammatica e molto intensa a livello emotivo, che segue la scoperta o la rivelazione del tradimento del partner.

Occorre superare la paura e la vergogna, ammettere di voler cambiare qualcosa nella propria coppia, chiedere aiuto.

Non esistono coppie felici. Per cui tranquillizzatevi.

Ma esistono coppie che si amano, che collaborano, che lottano per questo.

Il superamento della crisi iniziale, può aiutare i coniugi a riflettere sulla loro relazione, sulle cause che possono aver contribuito al tradimento, sul suo significato e ad avere un’idea più chiara di sé, del partner e del proprio rapporto.

Questo può aiutare a prendere decisioni riguardo al matrimonio (relazione di coppia), con maggiore chiarezza e consapevolezza, non per reazione alla crisi.

La crisi di coppia innescata dal tradimento può essere un’ opportunità potenzialmente importante per entrambi i coniugi per sentirsi coinvolti nel mondo emotivo dell’ altro/a e per ricostruire la relazione coniugale su nuove basi in modo da permettere a entrambi i coniugi di soddisfare le proprie necessità.

Amare è Tradire di Ada Cortese

Fonte: www.geagea.com

Può il tradimento rappresentare un desiderio di trasformazione?

Vorrei sottoporre ai miei lettori questo articolo interessante sul legame tra il tradimento e l’amore, tra la crescita e la rottura dei legami simbiotici.

Buona Lettura!

AMARE È TRADIRE

L’aspetto evolutivo del tradimento

Amore e Tradimento sono due termini che “istintivamente” viviamo come negatori l’uno dell’altro. Vedremo in seguito quanto sia falsa questa impressione.

Azzardiamo una “sistematica” che ci permetta di muoverci dialetticamente all’interno di queste due categorie, amore e tradimento, alla ricerca della relazione che esiste tra i due termini e in particolare del loro rapporto di necessità e di interdipendenza.

Alla parola amore il dizionario ci suggerisce:

“dedizione appassionata ed esclusiva, volta a perseguire felicità, benessere e stabilità”.

E’ una delle definizioni e tutt’altro che soddisfacente anzi riduttiva e semplicistica perchè fa pensare all’amore in termini di turba passionale. Sicuramente è anche questo. Sicuramente non si esaurisce certo in questo.

Basti pensare alla bellissima esposizione che Platone, da parecchi secoli ormai, ci ha lasciato nel “Convivio”, soddisfacente non foss’altro perchè egli presenta un dispiegamento lungo le configurazioni dell’amore partendo dall’amore particolare personalizzato, passando di stadio in stadio, all’amore sovrapersonale, per il Bello, per la Conoscenza, per l’Universale.

Ad ogni buon conto Amore resta comunque una delle parole più difficili da definire al punto che senza un predicato, che ne precisi il contesto o l’oggetto verso cui è rivolto, non possiamo a priori comprendere di cosa si stia parlando.

Parliamo sempre di amore: amore di Dio, amore per la conoscenza, amor patrio, amore materno, amor proprio ed infine l’ amor “che a nullo amato amar perdona”…

L’amore è anche crudele. Ma sempre ed in ogni caso facciamo riferimento a uno speciale investimento energetico, vitale e libidico verso, per l’appunto, l’oggetto dell’ amore.

Del tradimento invece cogliamo una maggiore specificità in quanto esso definisce l’azione con la quale l’Amore, a prescindere da ciò di cui si sta parlando, si trasforma e si trasferisce da un oggetto d’amore ad un altro oggetto d’amore, da una dimensione ad un’altra, da un livello di consapevolezza ad un altro più elevato.

Anche se, come vedremo in seguito, esso viene vissuto immediatamente come distruttore dell’Amore, in realtà esso rappresenta il motore della sua trasformazione. Il sentimento che scaturisce dal tradimento “subito” assomiglia al nostro vissuto verso la Morte che soggettivamente avvertiamo come negatività, come perdita e non come necessità universale.

Per comprendere il verbo “tradire” nella sua generalità, non si può prescindere dal suo significato etimologico: Tradire deriva dal latino “tradere” e porta con sè il significato di “consegnare”. Tradire, in sostanza, significa modificare o abbandonare una consegna, un ordine, una regola, un sistema precedenti, in nome di una nuova “consegna”, di un nuovo ordine, di un nuovo sistema. Si abbandona al vecchio e ci si “consegna” al nuovo. Esso sancisce dunque il dramma del passaggio dal vecchio al nuovo e quindi in sostanza l’eterno dramma del processo evolutivo.

Il tradimento ha dunque sempre ha che fare con l’abbandono di precedenti regole o configurazioni a favore della novità.

Quando la nuova regola o configurazione si afferma il tradimento si trasforma in tradizione: l’amore non muore ma si è spostato ed adattato al nuovo e, in virtù dell’adattamento operato, tenderà a conservare l’ultima consegna; l’amore tenderà a restare nel tempo aderente ad essa fino al prossimo ed inevitabile tradimento.

Proprio questo è il significato etimologico della tradizione: essa è la storia dei tradimenti passati, fin qua consumati e sintetizzati nell’ultima consegna, fino a che essa resta “legalmente” in vigore.

Amore e Tradimento rappresentano quindi i due momenti fondamentali del divenire.

– Il primo privilegierebbe, secondo l’ottica da me abbracciata in questa analisi, l’adattamento, il consolidamento delle determinazioni conseguite.

– Il secondo restituisce la sempre provvisoria solidificazione delle forme alla dinamica evolutiva.

Vorrei introdurre una fondamentale distinzione per evitare che l’attenzione venga portata via verso facili ed inutili distrazioni. Distinguiamo i rapporti umani secondo due fondamentali modi anche se, sappiamo che la vita non separa mia in maniera netta e rigida:

– rapporti d’amore

– rapporti di potere.

Chiamiamo rapporti d’amore quelli che veicolano a costo di sofferenze novità e ricchezza di vita individuale e di rapporto. Chiamiamo rapporti di potere quelli che veicolano solo dinamiche ombrose egoriferite. Va da sè, dunque, che qui non si parla delle piccole e meschine dinamiche tipiche dei rapporti di potere e riassumibili in metafore del tipo “fare le scarpe”, “pugnalare alle spalle” in cui in nessun caso sono ravvisabili i segni del vero e spirituale tradimento.

Ciò premesso, dal punto di vista del coinvolgimento emotivo, e solo per praticità espositiva, distingueremo la nostra analisi in due momenti che, per comodità e impropriamente (perchè in realtà non è possibile scindere i due momenti) , definiremo macrocosmico il primo, microcosmico il secondo:

-l’approccio macrocosmico ci permette di osservare, senza implicazioni personali, l’azione delle due categorie (amore e tradimento) a livello di grandi sistemi: universo, specie, società, scienza, pensiero e conoscenza.

– l’approccio microcosmico ci permette di vivere le due categorie mentre esse operano in situazioni relazionali, interiori ed empiriche che siano, quando ci coinvolgono affettivamente. In questo caso non è possibile scindere il processo osservato dall’osservatore.

Nell’approccio macrocosmico, caratterizzato dalla percezione soggettiva esterna al processo osservato, non abbiamo difficoltà a riconoscervi necessità e ineluttabilità’.

Sappiamo perfettamente riconoscere nelle due categorie introdotte, e come già anticipato, i sinonimi della conservazione e della trasformazione a livello universale dell’Essere.

“Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma”: l’evoluzione passa attraverso le fasi dell’amore (l’adattamento e il consolidamento del nuovo stato raggiunto) e del tradimento di questo stato per passare ad una nuova configurazione. Gli esempi verso i quali siamo disposti a riconoscere il sacrificio del vecchio a favore del nuovo si sprecano.

Accogliamo positivamente la sortita di Cromagnon a sostituire Neanderthal che pure aveva rappresentato rispetto al Pitecantropus erectus l’allora novità vincente.

Non abbiamo difficoltà a riconoscere il valore trasformativo della Rivoluzione Francese quando tradì la vecchia consegna sociale in nome delle nuove categorie di libertà fraternità ed uguaglianza.

E poi, Ulisse che attraversa le colonne d’Ercole (ne comprendiamo il significato simbolico) , il gesto di Spartaco, disobbediente antico che si emancipa dalla schiavitù, il viaggio di Colombo, Copernico, Galileo e così via.

Tutti eventi o trasgressioni da noi sufficientemente distanti e quindi in grado di essere accolti e valutati oltre il loro contenuto di sofferenza e da un’ottica che trascende ogni immediato egoriferimento.

Sappiamo dalla storia che noi ereditiamo tradizione e abbiamo per compito esistenziale il tradimento.

Sappiamo che l’evoluzione è trasformazione dell’amore.

Le cose cambiano quando il punto di vista dell’osservatore non è esterno alla vicenda osservata e vissuta.

Dall’interno di questo universo microcosmico assistiamo in genere ad un rovesciamento del giudizio e all’obnubilamento della coscienza preda dell’inferno pulsionale e dell’atteggiamento unilaterale: se v’è amore non deve esservi tradimento; se c’è tradimento non si vede amore!

Il tradimento, che fin qui non abbiamo avuto difficoltà a riconoscere come necessario e inevitabile a livello macrocosmico, si trasforma, nelle vicende relazionali che ci coinvolgono affettivamente, in tabù: non solo non necessario ma assolutamente da evitare, una sorta di insopportabile corona di spine accompagnata dai calici più amari!

Occorre intanto ribadire che anche nel contesto a noi più vicino, quello che ci chiama in causa personalmente, le forme di tradimento che si consumano sono tante quanto sono i cosiddetti oggetti d’amore in cui può essere investita la nostra libido. Cito alla rinfusa il tradimento:

– del compagno – verso se stessi – dei genitori – della nascita – della natura matrigna quando colpisce nel corpo – delle proprie idee per quieto vivere.

– ecc.

Ma al di là del contesto relazionale di volta in volta diverso, il tradimento è nella sua dinamica fondamentale sempre lo stesso:

Il tradimento ha a che fare con lo spostamento dell’amore e quindi della conoscenza. Ogni nuova conoscenza, che sempre si realizza in ambito relazionale vuoi interiore, vuoi empirico, vuoi affettivo, vuoi intellettuale, implica un TRADITORE ed un TRADITO. L’uno, il TRADITORE che consegna l’altro al nuovo, uccidendolo simbolicamente alla vecchia identità, – e lo uccide perchè ha già ucciso se stesso essendosi egli stesso consegnato al nuovo – e l’altro il TRADITO, il consegnato, che accetta la nuova consegna, l’accoglie e, in ciò facendo, riconosce come necessaria l’UCCISIONE che il traditore gli ha procurato. Ma nell’atto di riconoscerla, già se ne libera.

Si libera dell’omicidio subito, della volontà esterna e lo trasforma in un SUICIDIO ma suicidio inteso come SACRIFICIO, come morte voluta, morte riconosciuta nel suo senso, nella sua SACRALITA’.

Affinchè il tradimento venga consumato fino in fondo, affinchè esso si manifesti interamente, è necessario che vi siano entrambi i momenti: quello dell’UCCISIONE inevitabile e quello della morte simbolica come SACRIFICIO.

Questa sarebbe la condizione coscienziale ideale necessaria in entrambi i coinvolti per trarre il massimo frutto da una vicenda così dolorosa.

Citiamo qualche grande tradimento. Noi sappiamo che fece bene Socrate a rifiutare la magnanimità del popolo greco – attraverso i suoi giudici – che l’avrebbe risparmiato alla morte se solo avesse ritrattato i suoi principi nuovi, i contenuti del suo tradimento; bene fece anche il popolo ateniese – attraverso i suoi giudici – a condannarlo come perturbatore dell’ordine costituito, bene fecero entrambi a fare ciò che fecero perchè entrambi rappresentavano i due momenti fondamentali e necessari l’uno all’altro – conservazione e tradimento – attraverso cui si dispiega l’evoluzione dell’essere.

E siccome il tradimento fu consumato fino in fondo Socrate non morì da solo. Con lui morì anche il popolo ateniese e greco perchè restò pregno del nuovo principio coscienziale che Socrate aveva portato. E lo aveva portato restando coerente fino in fondo e così il nuovo principio giunse a minare alle basi il vecchio ordinamento. Il popolo greco si trovò consegnato alla novità: riconobbe il salto coscienziale che grazie a Socrate fin là fissato all’immagine dell’infamia (il traditore è sempre l’infame per eccellenza) , grazie al traditore fu in grado di compiere. Accadde allora che Socrate venne riscattato, redento e recuperato, liberato dall’infamia cui si associa il ruolo di traditore per essere riconosciuto per quello che fu: strumento evolutivo, di conoscenza, dell’Essere.

Anche Cristo non morì solo. Egli costrinse al nuovo tutto il popolo ebraico. Ed ebbe in ogni caso bisogno di il quale Giuda lo seguì quasi nello stesso momento. E anche qui troviamo lo stesso rapporto di interdipendenza, di necessità l’uno dall’altro. Cristo ha avuto bisogno di Giuda. Cristo è responsabile della morte di Giuda. E Giuda ha accettato di uccidersi e di sacrificarsi perchè Giuda riconobbe il valore della vicenda di tradimento che si stava consumando insieme a Cristo. Quindi Cristo ha ucciso Giuda proprio come Giuda ha ucciso Cristo e Cristo accettò questa uccisione e la trasformò in morte voluta, in sacrificio.

Non sto andando fuori tema: avevo introdotto il mondo microcosmico dei tradimenti “privati”, dei tradimenti nella coppia! Io credo non sia improprio il riferimento a questi grandi tradimenti. Tutt’altro perchè ciò che avviene in una vicenda “anonima” e privata di coppia non è altro! E’ sempre lo stesso dramma universale. Non è assolutamente altro da quello che è successo tra Socrate e il popolo ateniese o tra Cristo e Giuda e tra Cristo e il popolo giudaico. Anche nella vicenda di tradimento che ci coinvolge con la persona che più amiamo, siamo davanti allo stesso dramma universale tra due opposte e altrettanto legittime ragioni: da una parte l’esigenza di superare un problema di iniquità, di procedere dunque verso sempre maggiore “giustizia” e libertà, è semplicemente l’esercizio di un diritto ritrovato quello che il traditore sta compiendo; e dall’altro l’esigenza, altrettanto legittima – se pensiamo alle due categorie universali che sono sempre in gioco – di conservare la forma dell’amore raggiunto difendendolo dalla contaminazione del nuovo, assistiamo al tentativo disperato di preservare e difendere le posizioni raggiunte.

E il dramma porta novità spirituale e coscienziale proprio perchè non concede partigianerie, partitismi che, ove si dessero, esprimerebbero semplicemente un atteggiamento moralistico, psicologistico, frammentario e pigro.

E’ opportuno osservare che in questo dramma il vissuto della trasgressione non è mai simmetrico nè contemporaneo nelle due parti in causa quanto a consapevolezza di ciò che sta accadendo perchè manca, di norma, quella condizione ideale poc’anzi menzionata. In genere i ritmi sono sfasati e di mezzo c’è il tempo per gli “scannamenti” e per le dinamiche più terribili e forse inevitabili che si possano presentare sotto il cielo in nome dell’amore.

Allora cosa succede visto che non è possibile l’immediata condivisione del senso (se ci fosse forse non ci sarebbe più bisogno nè di storia nè dunque di tradimenti! ) ?

Accade che da un lato l’attore viva l’esaltazione, seppure conflittuale, delle catene spezzate e dell’ordine precostituito appena infranto. Sta rompendo un incantesimo.

 

Non c’è motivo, ripeto, di imputargli delle intenzionalità aggressive nei confronti del tradito. Sarebbe soltanto una nostra interessata e coinvolta partecipazione che ci porterebbe a percepire tale intenzionalità. E sarebbe comprensibile perchè, sappiamo, è stato già sottolineato e lo sappiamo tutti per esperienza diretta, che quando siamo coinvolti la lucidità sia pure temporaneamente viene persa!

Non v’è in lui intenzionalità aggressiva, nè è possibile un riduttivo giudizio morale del suo gesto in quanto il gesto traditore rappresenta il tentativo di realizzare il suo buon diritto a vivere.

L’attore del tradimento è colui che ha osato infrangere il tabù dell’incesto, l’ordinamento edipico, quello che ci vuole a vita divisi in due dove la parte rimossa in me è proiettata sull’altro sicchè l’altro se io sono donna, rappresenterà il mio maschile e viceversa. Nell’ordinamento edipico non c’è posto per la trasformazione, per il movimento, per la libertà perchè ciascuno resta al suo posto, per soddisfare le aspettative dell’altro. V’è un “inchiodamento” alla staticità e il bisogno che tale tipo di rapporto soddisfa è solo un bisogno di conservazione. Il rapporto, in quanto unilaterale, è patologico.

Il vissuto del tradimento vero e proprio è invece prerogativa esclusiva, a ben osservare, di colui che lo subisce. Egli è l’anello debole, in quel momento, del rapporto. Io intendo il rapporto, in quanto è vivo, come laboratorio evolutivo che noi lo si voglia sapere o meno, che noi si sia consci oppure inconsci; il rapporto è comunque un laboratorio vivente evolutivo e quindi al di là dei nostri inquadramenti e degli ordinamenti generali, al di là dei nostri tentativi unilaterali di farlo pendere dalla parte della pura conservazione, esso segue le stesse leggi della Vita sicchè accade prima o poi qualcosa, per esempio il tradimento concreto, che lo restituisce alla dinamicità. E questo qualcosa sarà tanto più crudele e doloroso quanto più egli avrà tentato insieme al partner di crearsi unilateralmente l’isola felice, il garantismo, l’Eden. Egli subisce dunque il maggior dolore perchè incarna il lato conservatore del rapporto che invece sta già, ad opera dell’altro, trasformandosi. Egli è colui che, vivendo la rescissione unilaterale di un presunto contratto, cade nella depressione del rifiutato, dell’abbandonato, dell’umiliato, dell’escluso – è questo verbo: escludere, il verbo che rende meglio il vissuto del tradito e che rimanda, guarda caso, a sua volta alla dinamica edipica, . Io credo che ciò che più fa soffrire nel tradimento non sia tanto la presenza di un’altra persona ma che io sia escluso dalla coppia. Si ricostituisce una coppia, proprio come la coppia genitoriale originaria, che mi esclude. Assistiamo all’attualizzazione di quel quid di sofferenza dell’esperienza primaria della separazione e della prima depressione che rimane e ci accompagna a vita, eternamente presente, seppur in genere allo stato latente. ma sempre pronto a risvegliarsi non appena le condizioni della vita lo permettano. E quale migliore occasione di un tradimento? Ma non posso qui seguire questo sentiero di riflessioni.

Paradossalmente il tradito è quello dei due, che maggiormente ha la possibilità, trovando ovviamente un referente esterno che lo aiuti in ciò, di elaborare la propria depressione in nuova consapevolezza. Il referente esterno in genere è importante perchè è tale il vissuto di devastazione e di imprigionamento che da soli raramente gliela si fa a conservare la consapevolezza della dignità e della sacralità della vicenda estrema che si sta patendo.

E siccome questa è una delle vicende che ci toccano più da vicino, toccano il cuore della relazione sia pure concreta, è allora molto importante avere un testimone che non sia soltanto una spalla su cui lacrimare o che ci incoraggi e ci aiuti a crogiolarci nella nostra parte di vittima, di umiliato, di offeso. Non abbiamo bisogno di questo. Il referente di cui in qualche modo si va alla ricerca è qualcuno che ci aiuti a cogliere il lato universale della vicenda e che porti e custodisca in nostra vece, fino al tempo della restituzione, quel senso e quella totalità di significato che a noi restano al momento nascosti.

 

In realtà ogni storia, personale e relazionale, è storia di tradimenti agiti e subiti e il tradito è importante quanto il traditore. Ciascuno di noi è alternativamente sia Cristo che Giuda. Cristo ha bisogno di questo lato oscuro, ombroso che gli permetta di fare i conti con se stesso, con la sua umanità, di compiere il passaggio dal particolare all’universale.

Anche Cristo ha avuto paura della morte ed è stato proprio grazie al tradimento che la paura non ha vinto e non si è sottratto alla morte. Giuda consegna Cristo e Cristo non può più sottrarsi alla sua sorte nonostante giunga a gridare “Dio mio perchè mi hai abbandonato? “.

Perchè è importante la figura del traditore e il tradimento?

Proprio perchè quando riusciamo ad approdare per intuito o per qualche altra buona strada, a un lavoro interiore profondo con noi stessi, il traditore e il tradimento rappresentano l’occasione del nostro svuotamento di ogni pregiudizio precedente.

 

Il traditore ci costringe a fare i conti con noi stessi, a buttare giù i nostri pregiudizi, ci lascia nudi e morti. Siamo nella condizione ideale, così privi di tutto, per tornare a reinterrogarci criticamente su tutte le cose fondamentali della vita, amore compreso. Siamo nella condizione ideale per poter rinascere accettando di morire alla vecchia identità, accettando di contemplare il crollo totale, il deserto che, grazie al cielo, nessuno dall’esterno ci può celare.

Il traditore è evolutivo quando riesce – quasi in una sorta di reazione a catena, in una sorta di epidemia positiva – a costringere il tradito a trasgredire, a trasformare, in ultima analisi a tradire a sua volta il pregiudizio in cui prima era immerso. Naturalmente che ciò avvenga non dipende mai dalla volontà del traditore. Ma dalla capacità e disponibilità del tradito a farsi fecondare da vicenda così dolorosa. Molti miei analizzandi arrivano a me sotto il fardello di un tradimento subito (o agito), vissuto in modo così devastante da indurre sentimenti di grave depressione (o grave colpa).

Il tradito che entra in analisi già in questo gesto rinuncia al copione della vittima passiva e intuisce che potrebbe esserci del “buono” anche per lui nello “scherzetto” che il partner gli ha tirato. .

E il lato positivo è la nuova conoscenza che in lui si dispiega grazie al lavoro analitico laddove l’analista è il nuovo “sacerdote” in quanto è il testimone ed è il traghettatore dell’analizzando in una dimensione sempre più universale. L’analista è colui che riconosce nell’altro non una soggettività privata ma proprio l’eterno Antrophos, l’Essere, l’Uomo, l’Imperatore …

E allora quando questo soggetto, attraverso l’analisi o altre vie, si traghetta altrove, scopre questa cosa: che sì lui è stato tradito ma che è a sua volta traditore e quindi, proprio perchè l’ha sperimentato, può finalmente comprendere che Amore e Tradimento hanno ben altra valenza oltre quella istintuale iniziale: ha tradito se stesso, le vecchie credenze, il vecchio amore, ha tradito tutto.

Insomma se si riesce a domare o almeno a tenere a bada “la bestia” pulsionale, come efficacemente viene definito l’insieme di vissuti negativi che la vicenda in questione origina in noi, alla fine il dono arriva ed esso è appunto spostamento di livello, nuove dimensioni inimmaginabili prima.

Ho introdotto i due termini amore e tradimento secondo la loro forma più ampia e universale. Ho cercato di cogliere quanto l’essere umano più frequentemente patisce nella quotidianità della sua vita per proporre la riflessione sulla loro vera natura. I confini entro cui questi due concetti sono relegati sono in genere quelli della moralità e dunque quelli dell’antroporiferimento. Che ci catturino queste parole, così affettive, così cariche di emotività, ci suggeriscono, non credo proprio di peccare di pregiudizio, la nostra scarsa frequentazione, come umani mortali dell’Occidente, delle idee, della filosofia e della epistemologia, ovvero dei fondamenti della conoscenza che reggono le nostre quotidiane credenze.

J. Hillman dice, oggi a più di 80 anni, che trattare psicoterapeuticamente, psicoanaliticamente con le persone è cosa utile (da anni lui non pratica più la professione), proprio come è utile un buon pasto. Ma egli preferisce oggi “insegnare alle persone a pensare le idee perchè la cosa più stupida che possa accadere è di vivere idee non pensate!”.

Non sono mai stata troppo in sintonia con Hillman in passato: oggi avanti a questa affermazione lo sento assolutamente un vero compagno di vita.

In questo spirito io sento assolutamente importante frequentare il mondo delle idee e della filosofia non in senso accademico ma in senso di filosofia vivente, di renderci edotti, coscienti, della bolla filosofica che sorregge le nostre credenze da cui derivano le forme del nostro dolore e della nostra sofferenza.

Ecco perchè trovo importantissimo svelare il lato universale del nostro vivere, ed ecco perchè trovo fondamentale scorgere nelle figure del tradimento e dell’amore le due categorie della dialettica universale.

Nella possibilità di praticare questo spostamento di livello diamo uno sfondo al nostro proscenio e liberiamo l’ego dalla sua sofferenza. Ci sottraiamo alla follia essenziale dell’Occidente come definisce magnificamente E. Severino, il sottosuolo dell’ambiente generale in cui noi mortali dell’Occidente ci muoviamo, e ricontattiamo l’eterno e l’immutabile, sottraendoci così alla condizione servile della nostra identità storica e del nostro tempo. Possiamo gustare ogni istante come istante presente assoluto e assolutamente indipendente e pieno, sempre presso se stesso.

Ma torniamo di nuovo al nostro specifico discorso.

Non sempre il tradimento viene consumato fino in fondo. Può essere bloccato e allora si ha il “tradimento del tradimento” se mi si consente il gioco di parole. E credo che sia una delle più disperanti vicende perchè si destina la sofferenza al Nulla.

E quando è che potrebbe sopravvenire il blocco?

Sopravviene quando da parte del traditore, per sterilità sul piano simbolico, per rimozione o altre misteriose motivazioni, il tradimento si fa solo tradimento concretistico: si pensa di approdare a nuove sponde soltanto perchè si sostituisce un volto con un altro, soltanto perchè si sostituisce un oggetto d’amore con un altro. Certo, resta il fatto incontestabile che comunque egli ci prova. Magari ci passerà la vita a tradire, inesorabilmente. Ciò non toglie che la stessa COAZIONE A RIPETERE sia testimone, dica qualcosa rispetto a un lato della vita con cui lui deve confrontarsi, al valore simbolico di questa categoria la quale si ripeterà, come ogni altro tipo di sintomo fin che non sia compresa, lasciando il soggetto privo di un luogo su cui posare la testa!

Dalla parte del tradito quando è che c’è blocco, tradimento dell’esperienza del tradimento? Quando, il soggetto si fermerà alla stazione della contrapposizione, che può essere prevista ma che va anche sorpassata. Ciò accade quando il soggetto, non reggendo la fatica in quel momento della propria vita, non avendo le risorse per andare fino in fondo, di “scorticarsi vivo” (come dicono i sogni) di darsi da sè la propria morte, resterà preda dell’antica legge del taglione e per rimettersi in piedi, dopo l’annientamento, “reagirà” all’attacco mortale subìto con altrettanto identico gesto. Il tradito, senza cambiare piano di coscienza, attenendosi al suo diritto antico di pretesa riparazione e di offesa subìta, tirerà fuori dagli armadi tutta la riserva di ombre di debolezze, di limiti, intravvisti nel partner ma tenuti sotto chiave – per meglio dire: rimossi – perchè assolutamente impertinenti al tempo bello dell’amore, al tempo in cui l’altro doveva essere tutta la sua vita, la sua isola felice, tirerà fuori tutto ciò che non ha voluto vedere nè di se stesso ma ancor più dell’altro che intanto era stato idealizzato. E a questo punto si avvarrà di tutto questo, come frecce avvelenate, per ritorcerlo contro l’ex amato e farlo a pezzi. E a sua volta lo farà fuori. E ci sarà ancora una volta solo uccisione. E si farà un po’ come in quei riti tribali in cui, riuscire a mangiare un pezzo del fegato del nemico o carpirgli il nome, ridava potere vitale all’uccisore.

E’ la stessa dinamica ancestrale. Tutta la storia passata è in noi. In genere è una tappa che attraversa anche chi si ritrova le risorse per andare oltre: è la prima difesa per resistere allo sfacelo, prima di abbandonarvisi senza riserve e poter risorgere. Il guaio è quando non si riesce ad andare oltre, è quando ci si fissa in questa difesa come unica uscita dalla situazione mortifera perchè questo significa che anche il tradito sarà solo costretto ad aspettare il prossimo amore su cui investirà tutto il senso della sua vita. Caricherà sull’altro un fardello insostenibile: vorrà che quello si sostituisca al suo rapporto – conflittuale e diretto – con la vita. Sempre tra sè e la vita ci metterà di mezzo l’ennesimo altro, il suo nuovo, ultimo, amore. Ciò fino alla prossima e inevitabile crisi, fino al prossimo tradimento, ecc. preda egli stesso di questa circolarità dannata, di una continua morte priva di resurrezione.

Altra cosa che volevo sottolineare: è tragico che spesso proprio la stessa psicoanalisi – parlo della psicoanalisi ortodossa (freudiana) – faciliti e favorisca indirettamente questo tipo di meccanismo perchè non prevede la possibilità di uscire dalla situazione edipica se non in maniera concretistica. Essa dà l’imprimatur scientifico alla naturalità di un certo sistema sociale che invece è culturale e relazionale: quello basato sul tabù dell’incesto. Esso, fondando l’identità nell’identificazione (dell’uomo con il padre e della donna con la madre), favorisce nella relazione sia elementi fortemente “simbiotici” che elementi di forte estraneità.

Il tabù dell’incesto mantiene distanti i due, i diversi e non prevede possibilità di ricongiungimento. I diversi sono il soggetto e l’oggetto, il maschio e la femmina, il conoscente e il conosciuto, la madre e il figlio, il padre e il figlio, ecc., sono tante le formulazioni ma si tratta sempre di due opposti ciascuno dei quali non può recuperare a sè e in se stesso l’altro. Il tabù dell’incesto segnala, nella metafora psicoanalitica, l’ordinamento affettivo corrispondente alla logica formale e al puro principio di non contraddizione.

E’ inevitabile allora perseverare in una logica di simbiosi, di interdipendenza dove il bisogno che viene soddisfatto è solo bisogno di conservazione.

Ma stante che, grazie a Dio, siamo vivi, e non è questa la sola realtà profonda che ci appartiene, siamo votati al tradimento. Esso sarà accompagnato – ripeto – da tanta più crudezza quanto più il tempo ci vede maturi per poter relazionarci in modo più evoluto.

E’ vero che il tabù dell’incesto come legge universale non può essere negato. S. Montefoschi lo ha insegnato, all’interno del suo pensiero che ha riletto la psicoanalisi – nelle sue tappe fondamentali: Freud, Jung, Montefoschi – come teoria della conoscenza. Altrove parlammo del tabù dell’incesto come legge universale che permise, garantendo la distanza conoscitiva, fin dall’origine del cosmo, la contrapposizione quindi la differenziazione, la distinzione delle varie forme. Epperò dicemmo anche che non è l’unica legge relazionale perchè accanto ad essa agì nascostamente la modalità del compimento simbolico dell’incesto, ovvero l’infrazione del tabù nell’unione degli opposti, nella “coniunctio oppositorum”. Infrazione che ci permette di accedere alla vita simbolica e ci libera dalla concretezza quando diventa concretismo delle forme e della coscienza sensibile. Ci permette di non confondere ciò che è storico, transeunte, culturale, provvisorio, con ciò che è eterno, atemporale, immutabile.

La teoria freudiana come teoria dei “fatti” coincide col momento fondante della psicoanalisi. Rappresenta “hegelianamente” il momento della prima immediatezza con la sua teoria delle pulsioni. Ma proprio perchè inchioda ai fatti si fa, suo malgrado, alleata della lettura conservatrice e statica della relazione e del mondo umano tutto. L’antropologia freudiana ortodossa è naturalistica, staticizzante, oggettivante e la psicoanalisi stessa, nella sua evoluzione, l’ha superata operando uno dei tanti tradimenti di cui si compone la storia stessa della conoscenza.

 

Tornando nuovamente allo specifico: dei tanti scenari in cui può consumarsi il dramma del cosiddetto “tradimento” penso sia il rapporto di coppia quello in cui è più facile riconoscere i nostri più cocenti vissuti.

Sul tradimento può morire un rapporto che ha saputo magari contenere momenti di terribilità qualitativamente superiori.

E se anche non muore, se pure sa recuperarsi, la ferita che lascia è difficile si rimargini definitivamente perchè resta una sorta di delusione, di sorda lamentela. Classiche frasi che denunciano questo stato d’animo sono: “non sarà più come prima” “la fiducia che c’era è stata definitivamente compromessa” ecc. Si resta nell’ombra del cambiamento perchè si resta nella nostalgia del mondo di ieri che è cambiato quando, forse, con un po’ di saggezza in più, si potrebbe anche essere felici del cambiamento. Ma se il tradimento non è stato consumato fino in fondo non si può giungere a questo nuovo stato di maggiore luce. Resta soltanto la “delusione” quando invece poteva essere la “disillusione” e la “disillusione” è buona cosa mentre la “delusione” è cattiva cosa.

La disillusione è far cadere delle illusioni e avere delle illusioni è sempre infantile, è cercare l’Eden. La delusione è patologica perchè implica la pretesa, considerata legittima, di avere delle aspettative verso l’altro. E’ bene che cadano le illusioni e quando ciò avviene non troviamo necessariamente solo un mondo depressivo da consumare. Più illusioni facciamo cadere e più vera vita ci può venire incontro, intensamente colorata di forti emozioni purificate dall’antica visceralità. E’ qualche cosa che nasce dalla capacità di compiere l’incesto simbolico, di compiere, quindi, continui tradimenti.

 

Ci sono tanti tradimenti che si possono consumare tra due partners però la forma di tradimento più devastante pare essere il tradimento sessuale.

Il tradimento sessuale come trauma e come motivo di rottura del rapporto ci permette alcune interessanti considerazioni:

– Il fatto che un tradimento sessuale riesca o a guastare un rapporto o a lasciarlo vivere sotto tono ci fa pensare a questo: che noi, finchè le note del tradimento fisico non vengono suonate, amiamo pensare ai rapporti d’amore come rapporti tra anime, tra mondi interiori – parliamo volentieri di affinità elettive – rapporti tra soggetti, scriviamo versi, canzoni che inneggiano a tutto questo e in buona fede ci crediamo: crediamo d’amare la soggettività e il pensante nell’altro, il suo fondamento umano. Poi però arriva il tradimento a denunciare la falsità delle nostre credenze: non è vero niente. La base dei rapporti umani non è quella che vede a confronto un soggetto con un altro soggetto. La realtà dei rapporti umani è ancora quella biologicamente determinata. Gli esseri umani – l’Uomo e la Donna – non riescono ancora a rapportarsi al di là della determinazione biologica. Non sono due soggetti. Sono ancora maschio e femmina.

E in questo è purtroppo ancora attuale il pensiero di Marx il quale sosteneva che siamo ancora nella preistoria perchè valutava l’umanità della società dal bisogno che ogni essere umano ha dell’altro essere umano e diceva: “Quando il bisogno dell’uomo verso la donna sarà bisogno dell’altro Uomo, di avere l’altro Uomo avanti a sè, allora potremo cominciare a parlare di Umanità”. E’ evidente che, all’inizio del terzo Millennio, non ci siamo ancora.

L’amore è ancora amore interdipendente e complementare da soggetto a oggetto che lega i due in rapporto simbiotico.

Nel rapporto simbiotico l’altro è oggetto del mio amore e non soggetto altro da me. L’altro è rispecchiamento al mio narcisismo, alla mia incapacità di riconoscermi intero e amabile da me stesso. L’altro è la mia parte mancante, è rassicurazione, salvagente, in un rapporto che è “di mutuo soccorso”. Se l’altro mi è complemento, quasi come una protesi, come gli occhiali o una dentiera, bè, dire di avere un rapporto con lui è, a ben vedere, una forzatura: col salvagente io non ho un rapporto, con i miei occhiali io non ho un rapporto, con la mia gamba io non ho un rapporto! Mi servono, mi costituiscono, mi permettono di esistere e di sentirmi intera. Se l’altro mi è così fondamentale tanto da non riconoscere la libertà che potrei riconoscere a un altro soggetto, a me stessa per esempio, l’altro non esiste per se stesso.

Io, per me stessa, cosa è che voglio? Ognuno di noi per sè cosa vuole? Io credo che nessuno di noi, se non negli attimi di follia dell’innamoramento, ami davvero essere portatore del carico altrui tanto da dover essere responsabile del suo rapporto con la vita, del suo aver trovato senso o meno, felicità o meno. Io non vorrei questa responsabilità: di essere colui che risolve la vita ad un altro. Credo in ogni caso che non troverei tanto amabile una persona così passiva e parassita. Nessuno vorrebbe questo eppure in un rapporto edipico, basato sul tabù dell’incesto e sulla conseguente inevitabile interdipendenza, tutto questo accade.

Ma non c’è neppure rapporto! Se pure volessimo rimettere in causa la parola “contratto” – parola sgradevole in fatti d’amore eppure il matrimonio altro non è – anche per stipulare un contratto ci devono essere dei soggetti che si mettono d’accordo per un fine comune; ma come posso avere un fine comune con qualcosa che mi costituisce come persona, mi fa sopravvivere e non vivere. Ecco, tutte queste considerazioni emergono se analizziamo l’esperienza del tradimento fisico come comunemente viene vissuto.

Però, sappiamo che pur nel rapporto interdipendente si dà la molla verso l’intersoggettività diversamente non ci sarebbero tradimenti o altre crisi, altre inquietudini che agitano i rapporti umani, coppia d’amore compresa. Il lato conservatore del rapporto non esaurisce le nostre risorse psichiche. Noi ereditiamo la tradizione e quindi il rapporto interdipendente ma il nostro compito – ripeto – è il tradimento.

Cerchiamo rapporti e lavoriamo per ritrovare nell’altro davvero il soggetto con cui si possa avere un progetto comune e non concretistico. Anche il figlio può essere il terzo, il progetto; ma se il figlio è solo quello carnale inteso concretisticamente, egli stesso può costituirsi ai nostri occhi come una colla per rinforzare l’interdipendenza con l’altro, il LEGAME. Il figlio è qualcosa d’altro ma esiste e lo riconosco nella sua sostanza solo se io ho già un figlio interiore. E se ho un figlio, ho anche un padre e una madre interiore. Porto con me la sacra famiglia. In questo modo ho rotto già il tabù dell’incesto che mi inchioda ad essere solo padre, o madre, o figlio.

C’è un sogno che dice questo, che noi possiamo individuarci, diventare cioè quello che possiamo essere e non restare preda di queste pure forme finite:

 

In una sala cinematografica sul grande schermo v’era una scena ma gli spettatori non potevano guardare direttamente ad essa: essi avevano avanti a sè dei monitor ciascuno dei quali mostrava un frammento della scena totale. La sognatrice si ribella e non si accontenta del frammento quando già avanti a sè c’è la visione totale. Rifiuta il monitor e dopo un attimo in cui non vede nulla riesce a guardare la scena d’insieme.<

 

Questo non significa che abbiamo in mano l’onniscienza, non è un delirio d’onnipotenza. Significa però che non possiamo indietreggiare rispetto alla visione d’insieme che possiamo avere della dinamica evolutiva universale. .

 

Concludo con questa considerazione: che se invece si prendono in mano le risorse, se si osa, se s’infrange, si va in una direzione dove l’amore non si riduce ma viene espanso, moltiplicato. I tradimenti continueranno ad essere vissuti dolorosamente ma in una dimensione in cui ci sapremo responsabili, insieme all’altro delle nostre relazioni, di un processo attraverso cui l’Essere cerca – anche attraverso la nostra individualità – di mettere insieme tutta la sua Soggettività, tutti i frammenti in cui si è oggettivato, solidificato. Se sapremo che questo è il “luogo” verso cui si va, un luogo di maggiore soggettivizzazione universale, l’amore non può rimpicciolirsi, l’amore può soltanto universalizzarsi.E, certo, le nostre storie individuali continueranno a passare attraverso le varie vicende: magari il rapporto si chiuderà, l’interesse fra le persone cadrà; si accenderà l’ interesse per un’altra persona. Insomma le storie si ripeteranno esteriormente ma non potremo dare più il nostro assenso coscienziale al dolore che comunque i tradimenti continueranno a procurarci. Almeno questo: non daremo più l’assenso perchè non ci identificheremo nella parte della vittima, di colui che è stato defraudato, derubato di qualcosa che gli spettava. Il tradimento non verrà più vissuto paranoicamente come un attacco personalistico. Ci sentiremo ancora così ma sapremo immediatamente che non è così. E nella disappropriazione dell’amore, che dovrebbe aumentare attraverso l’ esercizio della consapevolizzazione per niente facile nè scontato, dovremmo liberare noi stessi dal nostro egoriferimento e potremmo percepire che le storie, le nostre storie d’amore sono in realtà le storie dell’Amore che si traghetta attraverso di noi da un mondo all’altro. Ma è sempre l’Amore.

L’amore non è qualcosa che vive a singhiozzo: si apre una storia e l’amore vive, si chiude la storia e l’amore muore.

L’Amore vive attraverso queste vicende. E’ l’Amore che vive attraverso di noi. Non siamo noi a vivere l’amore. Vivremo un’unica storia senza soluzione di continuità e tutti i volti saranno un volto solo. Non potremo dire che un rapporto finisce. E’ assurdo se ci pensate. Niente finisce mai se non nella nostra volontà rimovente o nel nostro monitor di dotazione. Ci saranno restituiti tutti i volti, tutto l’amore.

Ed è buffo che a volte – se questa è la strada di conoscenza che concretamente s’intraprende – gli amori passati concretamente vengano restituiti. Io ne sono testimone. Cose magnifiche. Rare forse, ma accade. Finisco con un sogno:

 

>Il sognatore è a Londra con la sua attuale compagna. Incontra il suo primo significativo grande amore, amore anche spirituale. Si abbracciano e si scambiano un bacio molto tenero, dolcissimo. Mentre ciò accade lui pensa: “ma allora è sempre la stessa cosa! “: l’amore che provava per questa prima compagna, l’amore che prova per la sua attuale compagna e l’amore che prova per una loro comune amica è sempre lo stesso unico Amore.<

 

 

29 Aprile 1994

Ada Cortese

 

I compiti evolutivi della Coppia

IL CICLO DI VITA DELLA COPPIA: Dalla formazione del nuovo nucleo alla famiglia

“TRANSIZIONI” E COMPITI EVOLUTIVI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Il concetto di “transizione” e “ritualità” nella coppia e nella famiglia.

 Negli studi sulla famiglia, il tema della “transizione” è stato sempre oggetto di particolare attenzione.

Per “transizione” s’ intende un momento evolutivo, un passaggio “critico”, nello sviluppo della coppia e della famiglia.

La transizione, richiede una trasformazione, un cambiamento, una ristrutturazione dell’organizzazione precedente, in base agli elementi emersi durante la fase evolutiva stessa e/o alle pressioni che vengono dall’esterno.

Esempi di transizioni o momenti evolutivi critici:

Transizione dall’adolescenza alla vita adulta

Formazione di un nuovo nucleo familiare

Transizione alla genitorialità

L’uscita dei figli dal nucleo familiare e reinvestimento nella coppia

Transizione al pensionamento

Il lutto familiare

Haley (1973) aveva notato come alcuni sintomi a carico di un membro della famiglia, in genere un figlio, possono essere ricondotti alle crisi che accompagnano i passaggi e evolutivi non compiuti. Ad esempio un figlio maschio che non esce da casa, non forma un nuovo nucleo, perchè la sua uscita significherebbe il riacuirsi di vecchi conflitti nella coppia genitoriale.

Se la transizione è da intendersi come “passaggio”, diventa inevitabile considerarla come un processo dinamico, in cui il riadattamento comporta sempre la perdita degli equilibri precedenti alla crisi.

I passaggi, mettono in luce le risorse, i comportamenti e qualità relazionali del sistema familiare e la loro osservazione si rivela  essenziale, se si intende cogliere i cambiamenti evolutivi che la coppia e la famiglia compiono attraverso gli anni.

La transizione mette alla prova il legame ed è perciò in questi momenti che è possibile individuarne la qualità e l’eventuale stallo (vedi la collusione di coppia).

La transizione  – e cioè i momenti critici di passaggio –  sono connessi alla ritualità. (es: il matrimonio, il battesimo, …).

I riti in continuo mutamento, hanno la funzione di rendere questi passaggi meno dolorosi e ne scandiscono i tempi e le modalità tipiche.

Nella società moderna, si stà perdendo l’uso e il costume della ritualità, che si rivela invece fondamentale per coadiuvare il singolo, la coppia e la famiglia nel processo evolutivo.

I compiti evolutivi della coppia come nuovo nucleo

Il primo compito che la nuova coppia si trova a dover affrontare e quello della “costruzione di una sua identità di coppia”.

Questo processo si realizza a due condizioni: la capacità di reciprocità dei due partner, ossia il sapersi prendere cura dell’altro nella sua unicità e differenza e perciò aver superato la fase di “disillusione” (disenchantment), passando dall’innamoramento all’amore l’aver accettato il sacrificio narcisistico che la coppia comporta.

Affinchè la coppia si realizzi pienamente, lo scambio simbolico che la definisce deve alimentarsi necessariamente di una progettualità comune che la porti “fuori dal sè” verso una “generatività” in senso lato.

L’impegno progettuale consente alla coppia di costruirsi e definirsi come tale, proprio perchè la mette in relazione a “un terzo”, che rappresenta il segno visibile che la relazione non è solo la vicinanza di individui, ma una generativa condivisione di identità.

Il progetto di un figlio – o di un equivalente simbolico – è essenziale per la coppia, che rivendica uno spazio di reciproca cura e attenzione.

Una ricerca di Scabini e Greco del 1999 citata nel testo “il famigliare” (E.Scabini, V.Cigoli: Il Famigliare, Raffello Cortina, 2000), esamina il funzionamento delle giovani coppie che non hanno avuto figli, riscontrando che le coppie senza un progetto generativo si rappresentano come singoli giovani-adulti con vite parallele, mentre le giovani coppie con un progetto generativo si rappresentano come “coppia”.

Un secondo compito che la coppia deve affrontare, sposta il focus sui legami intergenerazionali e riguarda i partner nella loro posizione di figli.

Come è stato illustrato infatti, la coppia è l’incontro di due individui con la loro storia, che portano all’interno della coppia i “messaggi” da intendersi come “script” o “mandati” della famiglia di origine.

La coppia è dunque chiamata a rivisitare il sistema di valori della famiglia di origine, spostando il legame di lealtà ed esclusività dal genitore al partner.

Paradossalmente questo secondo aspetto presenta nei tempi attuali difficoltà peculiari.

Nella società attuale, il concetto di impegno, di generatività e di costruzione comune è fortemente indebolito, mentre si sposta l’attenzione sull’individuo, l’edonismo, la realizzazione e a soddisfazione personale.

I genitori sono delegati del ruolo di “garanti della stabilità” e accettando questa funzione, permettono al figlio di permanere per lungo tempo nella condizione di “figlio/bambino”, evitando a loro volta di far fronte al compito evolutivo di distacco dai figlio e rilancio del patto di coppia.

Ciò appare particolarmente vero nella cultura dei paesi del Sud Europa; in tali contesti il rischio delle famiglie è quello di ritardare il processo di autonomia dei figli – e in tal modo – di “tessere una ragnatela” tra le generazioni, che nel tempo più che protettiva risulta invischiante per la nuova coppia.

Il processo di svincolo dalla famiglia d’origine risulta perciò più impegnativo oggi che un tempo, anche perchè il tutto è reso più gravoso dalle difficoltà nella realizzazione personale nel mondo del lavoro, che posticipa di gran lunga l’indipendenza economica.

All’opposto di questa tendenza, troviamo la modalità relazionale familiare “espulsiva” del nord Europa, dove vige il mito dell’autonomia, che comporta spesso un brusco “taglio relazionale” tra generazioni.

In questi casi le coppie presentano difficoltà nel dover affrontare tutto da sole, senza poter contare sull’appoggio dei genitori.

In linea generale però, la coppia acquista una sua identità propria differenziandosi dalla famiglia di origine e ciò avviene quando i partner hanno costruito una loro personale modalità di relazione, partendo dalle modalità apprese nell’infanzia evitando i due opposti di “coazione a ripetere ” (totale identificazione col modello genitoriale) o di “controindipendenza” (totale opposizione al modello genitoriale).

Il processo di differenziazione dalla famiglia di origine implica una regolazione delle distanze, ridefinendo le relazioni con le famiglie di appartenenza e tracciando nuovi confini attraverso fasi di negoziazione.

La coppia che riesce in questo faticoso processo, si appropria della sua identità, della sua libertà e della sua unicità, si evolve e traccia le basi evolutive per la generazione che segue.

La gelosia sana e patologica nella coppia

Cos è la gelosia?

È emozione, sentimento, stato del cuore o un insicurezza dilagante?

I libri di psicologia sono pieni di teorie sulla gelosia, così come quelli letterari e religiosi. La gelosia riguarda molte relazioni, quella parentale, quella di coppia e quella amicale.

Federico Navarro, riprendendo il pensiero di Wilhelm Reich, definisce la gelosia come una “reazione”, insieme con la possessività, alla condizione di “depressività”, che nasce come conseguenza di un allattamento scarso e insoddisfacente e cioè di una prima esperienza d’amore inadeguata.

Quali sono le origini della gelosia?

La gelosia è un sentimento primordiale; la prima volta che la sperimentiamo è nella primissima infanzia; quando nasciamo, abbiamo bisogno di essere amati, protetti e ci sentiamo minacciati quando chi si prende cura di noi, rivolge le sue attenzioni altrove. La lontananza della madre (o del care-giver) è un pericolo per il neonato, che senza di lei morirebbe di fame o resterebbe solo ed esposto ai rischi dell’ambiente.

A tal riguardo, Sigmund Freud riteneva che non provare gelosia non è sano.

Secondo lui si tratta di un bisogno primordiale, che ha origine nella fase edipica e sebbene sia osservabile in tutte le culture, è soggetto all’influenza dell’ambiente (che valore da la società alla fedeltà?),  e ai  cambiamenti che la famiglia, ha subìto in questi anni. (famiglie monoparentali, famiglie allargate.. etc..).

Il bambino è geloso della madre, della sua fisicità, del suo affetto e indirizza questa gelosia verso il padre percepito come il primo vero rivale; la bambina è gelosa del padre ed nutre sentimenti ambivalenti verso la madre, percepita sia come rivale, ma anche come la prima fonte di sopravvivenza e amore.

Freud faceva distinzione fra tre forme di gelosia:

    * La gelosia normale, concorrenziale: quando il partner viene inconsciamente identificato alla madre o al padre. Il geloso prova allora una sorta di paura di perdere la fonte delle sue sicurezze, il suo punto di riferimento.

    * La gelosia proiettata: quando il geloso sospetta l’altro perché è egli stesso infedele.

    * La gelosia delirante: per Freud, si tratta di una negazione della propria omosessualità: si diventa geloso/a di un ipotetico/a rivale, ma in realtà siamo noi a provare sentimenti ambivalenti verso di esso: “io non lo amo perché è un uomo/una donna, ma è mia moglie/marito che lo ama/la ama“.

La gelosia è uguale nell’uomo e nella donna?

Non ci sono studi precisi, che ci possano dare delle indicazioni rispetto a questa domanda. La gelosia è un sentimento equamente suddiviso, ma l’uomo la manifesta in modo più plateale. Questa differenza comportamentale ha un’interpretazione legata alla cultura: si ritiene che l’uomo sia biologicamente candidato al tradimento (innato istinto di riproduzione e di propagazione della specie) e che per questo sia capace di avere dei rapporti solamente per il sesso, mentre si pensa che la donna debba necessariamente provare dei sentimenti di amore verso un uomo per avere rapporti sessuali con lui. L’infedeltà femminile è stata per questo sempre considerata più grave, il che potrebbe spiegare le reazioni più violente dei loro partner. In realtà anche biologicamente la femmina di primate, ricerca il maschio dominante durante il periodo riproduttivo, che nella femmina umana va dai 14 ai 50 anni!

La paura di perdere l’altro “Io sono l’unico/a per Te”.

C’è molta confusione intorno al tema della gelosia; c’è chi ritiene che non c’è amore senza un pizzico di gelosia, chi invece sostiene che l’amore sia libertà, intesa non come assenza di regole, ma come fiducia.

Ma come si spiega la psicologia della gelosia? Bisogna nuovamente scomodare Sigmund Freud. Quando amiamo improvvisamente ripiombiamo nel ricordo dell’antica frustrazione infantile edipica, quando scoprimmo che la madre/il padre non erano nostra esclusiva proprietà, che la fonte dell’amore primario e cioè “la madre” non era un nostro prolungamento, ma “un’altra persona” fatta di desideri e anche d’imperfezioni. E’ per questo che forse mentre piangevamo disperati, lei si stava facendo la doccia, perché era molto stanca o ancor peggio era con un uomo!

La gelosia nasce perciò dalla paura di perdere l’altro, nasce dal dolore, dal senso d’impotenza che si prova quando si capisce che ciò che amiamo, non è nostro, non siamo noi, non possiamo “controllarlo” e per questo dipendiamo da lui/lei. Noi non siamo unici, non siamo insostituibili.

La gelosia nasce nelle prime relazioni affettive e si manifesta nel presente, col partner, (voglio essere il centro del tuo mondo), con gli amici (sei il/la mio/a miglior amico/a) tra fratelli (chi è il preferito di casa?). In generale nasce e muore con la paura di perdere l’oggetto d’amore, qualunque esso sia.

Mancanza di fiducia. Siamo solo insicuri?

Oggi, gli specialisti sottolineano che la gelosia si spiega semplicemente con la mancanza di fiducia in se stessi. Il geloso dubita del proprio potenziale di seduzione. Quando si ha abbastanza fiducia in sé, in generale si proietta la propria fiducia sull’altro.

In alcuni casi il geloso è un soggetto che “ama troppo” e sente minacciata la sua identità nella coppia, per questo cerca una terza persona che lo/la rassicuri rispetto alla sua autonomia.

Gelosia Positiva e Gelosia Distruttiva

Un po’ di gelosia è sana. Aiuta a mantenere vivo il gioco delle parti (provocazione/gelosia/affermazione della coppia). Quando la gelosia però invade la mente e si trasforma in un sentimento distruttivo è causa di RABBIA, FRUSTRAZIONE e DOLORE per sé stessi e per gli altri. I pensieri divengono paranoidi, si perde il senso della misura, della realtà, si perdono i confini tra il sé e l’altro.

Nelle situazioni più gravi si riscontrano reazioni comportamentali che mettono in pericolo l’incolumità fisica della persona amata e/o del/della rivale. In questi casi la gelosia patologica (o delirante) può assumere risvolti drammatici e può essere considerata una manifestazione sintomatica di un disturbo più strutturato nella personalità del/della partner. La distruttività della reazione aggressiva è aggravata dal fatto che la persona gelosa spesso percepisce consapevolmente la sua incapacità di auto-controllarsi e di mediarne gli effetti, subendoli automaticamente.

In questi casi l’unica soluzione è una terapia psicologica.

 

Le conseguenze della gelosia, il circolo vizioso:

La prima conseguenza è un disagio emotivo: preoccupazioni eccessive, sospettosità, rimuginazione, dubbi, paura di essere rifiutati, abbandonati, traditi, di rimanere da soli, senso di insicurezza personale ed incertezza circa la solidità della coppia, ipersensibilità alle critiche del partner, ecc.

Si prova rabbia e disprezzo misti a paura e coinvolgimento amoroso (ti amo e ti odio).

S’instaura una dinamica di sospetto: il geloso concentra tutta la sua attenzione su dettagli e fatti, che vadano a dimostrare le sue paure e confermino le sue aspettative distorte. Il geloso chiude tutte le aperture della coppia all’esterno: viaggi, uscite, nuove conoscenze, feste…, preferisce il controllo dell’altro. In questa continua colpevolizzazione e sfiducia, l’altro si sente schiacciato e alla fine l’unico modo per affermarsi e sfuggire al controllo è tradire.

Fraintendimenti: la profezia che si auto avvera (“Non è come pensi…hai capito male..”):

Quando la vittima della gelosia ossessiva si trova con altre persone in presenza del partner inizia un gioco mentale: esamina tutti quegli aspetti che potrebbero accendere nell’altro il fuoco della gelosia come per ( bellezza fisica-estetica, intelligenza, personalità e carisma, successo professionale, situazione economica; ecc). Allo stesso tempo la persona gelosa controllerà ossessivamente gli sguardi, il tono della voce e gli atteggiamenti del rivale in relazione alla persona amata. La persona gelosa interpreterà le risposte verbali ed altri comportamenti messi in atto dalla persona amata durante lo scambio comunicativo con il potenziale rivale, come atteggiamenti di apertura ed accettazione di quelle che sono state irrazionalmente interpretate come avances nel tent ativo di sedurla.

A questo punto il geloso si chiude in sé stesso, la sua rabbia si rivolge sul partner (non vuole più vederlo, si nega sessualmente..) e cerca in tal modo di attrarre la sua attenzione, ottenendo l’effetto contrario.

Strategie positive per gestire la gelosia.

Lavorare sulla propria autostima

Lavorare sul proprio aspetto fisico

Aumentare le proprie capacità affettive, comunicative relazionali

Ricavare momenti di svago e di creatività per la coppia

Lavorare sulle relazioni amicali e sulla rivalità

 

La gelosia nella coppia

I sintomi più evidenti della gelosia sono l’ossessività e la diffidenza.

Ci sono varie motivazioni alla base della gelosia: può esserci un conflitto affettivo del passato, una forma di difesa, l’ insicurezza personale e la bassa autostima, la dipendenza affettiva e il desiderio di manipolare l’altro.

In certe coppie la gelosia è una forma di comunicazione; in assenza di quella nsi sarebbe costretti ad affrontare problemi che si vogliono invece negare.

La gelosia si può manifestare in diversi modi: può essere celata cioè quando si accompagna ad emozioni e pensieri non percettibili dagli altri oppure può essere manifesta quando se ne parla liberamente.

Infine come già accennato occorre far distinzione tra la gelosia sana, che appare al momento della minaccia reale della relazione e che può ragionevolmente salvare la coppia e quella patologica, ovvero un’ossessione distruttiva e dannosa per la coppia che  si accompagna ad una drammaticità esagerata e spesso violenta.

 

Come difendersi dalla gelosia, strategie per non sembrare gelosi e per non esserne vittime.

Tutti noi mettiamo in atto dei meccanismi inconsci (difese) per proteggerci dalla sofferenza o dalla minaccia della sofferenza.

Alcuni si chiudono in se stessi, rifuggendo l’amore, altri imparano a tollerare l’idea di eventuali tradimenti, convincendosi di essere “gli eletti” e cioè di avere un posto privilegiato; in altri casi si diventa i registi del tradimento, è il caso della realizzazione della paura edipica stessa e cioè lo scambio di coppia o il ménage a trois. (meglio controllare che essere ingannati).

In tutti i casi le reazioni di violenza e rabbia, che minaccino l’integrità fisica e psicologica dell’altro sono patologiche e pertanto non possono essere tollerate o giustificate.

La scelta del partner : “perchè ho scelto te”?

La Scelta del Partner

E’ proprio vero, non ci scegliamo per caso; questa verità è ormai sotto gli occhi di tutti.

L’amore così come la coppia sono stati oggetto di innumerevoli studi da parte di scienziati, neurologi, filosofi, psicologi, medici ed ognuno di loro alla fine ha concordato nel ritenere che alla base della scelta amorosa ci sono dei presupposti, biologici-evolutivi, psicologici (individuali e familiari), socio-culturali, che contribuiscono in tal senso a condurre il soggetto verso una scelta oppure un altra.

Siamo sicuri di essere liberi?

Come già affermato nei precedenti articoli, l’amore ha origine dal rapporto di estrema dipendenza fisiologica e psicologica tra la madre e il bambino, che via via si rende sempre più autonomo ed indipendente, esplorando l’ambiente e costruendosi un suo mondo di idee di opinioni ed un personale modello di amore e di coppia.

In questo gioca un ruolo importantissimo, il Padre, che si configura come un possibile “salvatore” della condizione di dipendenza del figlio/a; il padre infatti è colui che inserendosi nella diade madre-bambino/a, rivendicando il suo ruolo nella coppia, contribuisce all’inizio del processo di separazione –  individuazione.

In questo processo giocano un ruolo fondamentale anche la società e la cultura, che dovrebbero rappresentare per il giovane, un’opportunità di rendersi indipendente sia psicologicamente che economicamente, favorendone la spinta alla creazione di un nuovo nucleo familiare, che si basa appunto sulla coppia.

 

Dalla Psicoanalisi ad Oggi: La teoria freudiana, superata?…. sì, ma non troppo!….

Secondo la teoria psicoanalitica la scelta del partner è condizionata dal superamento della fase edipica (mediamente 4 – 6 anni – vedi: la teoria dello sviluppo psicosessuale di Sigmund Freud). 

In questa fase il bambino si “innamora” del genitore di sesso opposto, con il quale tenta di costruire un rapporto esclusivo e sente per il genitore dello stesso sesso un sentimento conflittuale (rivalità, gelosia, ma anche amore). (vedi il mito di edipo).

L famosa “angoscia di castrazione” è la conseguente elaborazione del senso di colpa, che è vissuta in modo differente dai due sessi, secondo Freud.

In questa fase, è decisivo il modo in cui i genitori reagiscono a questi comportamenti conflittuali del figlio/a, che nell’età adulta sarà inconsciamente condizionato nelle sue scelte amorose, dal ricordo di questa fase.

Il superamento del complesso edipico infatti,  definisce l’identità sessuale.

I bambini di sesso maschile si identificheranno con la figura paterna verso la quale hanno sentimenti di rivalità, ma anche di indiretta ammirazione e le bambine di sesso femminile con la figura materna, assorbendo parte dei ruoli, dei tratti del carattere e dell’atteggiamento del genitore.

L’impossibilità o/e l’inversione di tale identificazione determinerà modificazioni del comportamento sessuale.

Superata la fase edipica il ricordo di tutte le dinamiche relative scompare dalla memoria attraverso il meccanismo di rimozione.

Tale ricordo riemergerà, quando la scelta dell’oggetto d’amore viene spostata fuori dalla famiglia (adolescenza).

In questa fase il messaggio inconscio delle dinamiche di relazione con i genitori nella fase edipica e soprattutto con il genitore con il quale ci si era identificati si manifesteranno nel tentativo/speranza inconsapevole di compensare i problemi del passato.

Si tenderà a cercare un partner con le caratteristiche del genitore del genitore di sesso opposto se l’amore per lui non è stato superato, mentre se l’amore con esso è stato di tipo conflittuale, l’orientamento si dirigerà verso partner possibili con caratteristiche spiccatamente opposte a quelle del genitore.

 

 Amori sofferti e Amori “Sbagliati”:

“Mi innamoro sempre di quello/a sbagliata”.

Se non si è superata l’antica conflittualità edipica, si sceglieranno “partner compensatori”, che si prestano appunto al superamento di questi contrasti interni.

L’intensità e la tendenza ossessiva verso situazioni compensatorie sono proporzionali ai sentimenti vissuti nei confronti dei genitori: positivi o negativi, superati o non superati, sereni o traumatici. La scelta si presenterà come il tentativo di risolvere un conflitto personale.

Una causa di separazione consiste proprio nel fatto che uno dei due partner, supera i propri disagi profondi che hanno determinato la scelta dell’altro. Il momento del superamento del problema la situazione di bisogno, evocata dai disagi edipici irrisolti, cessa e così terminano le dinamiche attrattive verso quel partner. Il partner liberato sul piano inconscio decide di rivolgersi altrove per una scelta affettiva più matura e incondizionata.


La visione sistemica: il processo di separazione individuazione dalla famiglia d’origine

La teoria sistemica si differenzia da quella psicoanalitica; secondo loro, la scelta del partner è determinata sia da bisogni familiari che personali.

Un fattore però può prevalere sull’altro in base al tipo di relazione che abbiamo avuto con la famiglia di origine.

I bisogni e le attese soggettive suggeriscono le caratteristiche da valutare interessanti nella ricerca del partner.

L’influenza della famiglia di origine riguarda soprattutto i valori (che cosa fa una brava moglie/marito?), i comportamenti e il mandato familiare (il compito più o meno dichiarato, che viene assegnato ad ogni membro della famiglia, come padre autoritario e lavoratore, madre comprensiva e casalinga, figli ubbidienti).

Quando il mandato familiare prevale sui bisogni individuali, la scelta del partner si orienta verso caratteristiche esteriori, come la posizione sociale, il prestigio sociale, etc. Non è raro che alcune madri vogliano che la figlia sposi un uomo in grado di garantirle il prestigio sociale o comunque qualsiasi cosa che lei non è riuscita ad ottenere (tu non devi fare come me!!!). L’illusione conseguente è che questo tipo di unione possa soddisfare anche le aspettative personali (ad esempio: una persona empatica, flessibile e non rigida, che mi voglia bene, a cui piaccia parlare con me e si appassioni a me profondamente).

Se la scelta del partner si orienta invece verso i bisogni individuali le relazioni si presentano meno conflittuali ed i problemi tendono ad essere affrontati e risolti mano a mano che si presentano.  La scelta del partner è più libera e si vede il partner per quello che veramente è: ( pregi e difetti).

L’amore è vissuto come unione ed è valorizzata l’alleanza cooperativa tra i coniugi.

E’ necessario quindi svincolarsi dalla famiglia prima di scegliere il proprio partner e formare una coppia?

Il processo di separazione-individuazione ha inizio dall’infanzia è visibile in adolescenza, ma raggiunge il suo apice quando decidiamo di renderci indipendenti dalla famiglia, sia economicamente che emotivamente.

Il completamento di questa fase si da spesso per scontato. Diventiamo adulti, ci innamoriamo e ci sposiamo o andiamo a convivere e ancora più spesso facciamo dei figli, senza esserci interrogati rispetto alla nostra capacità di essere individui autonomi e consapevoli.

Altri preferiscono invece non imbarcarsi in questa scelta e optano per uno stile di vita da “single” liberi da ogni vincolo relazionale con un ipotetico compagno/a di vita; altri vorrebbero recuperare l’autonomia dopo una relazione fallita, mentre alcuni cercano disperatamente l’anima gemella senza successo, schermandosi dietro questa impossibilità per perdurare in uno stato psicologico di tipo infantile.

La nostra società permette ogni tipo di scelta: essere single, convivere, avere tanti partner senza sposarsi, cambiare… ma prima o poi ognuno di noi si confronta con l’amore, la sofferenza, i quesiti amletici relativi alla coppia.

Cosa condiziona le nostre scelte quindi?

I motivi principali vanno ricercati  nella “motivazione” e cioè la spinta a compiere una scelta. I bisogni “primari” sono quelli evolutivi (tra i quali quelli sessuali/riproduttivi) e di accudimento-attaccamento. Il primo è legato alla conservazione della specie attraverso la funzione riproduttiva e il secondo alla ricerca della sicurezza.

Questi “istinti primari” portano il soggetto ad osservare senza saperlo, tutte quelle caratteristiche “fisiche” che sono segno di salute (dentatura, muscolatura…etc..) e che rappresentano una garanzia per la prosecuzione della specie (riproduzione e aspettativa di vita per l’accudimento della prole).

In parole “povere” la donna ricerca un maschio dominante con cui riprodursi, che le assicuri figli sani, ma che nello stesso tempo se ne occupi senza abbandonare la tana/casa coniugale (connubio a volte improbabile! ), l’uomo cerca una donna che stimoli la sua dominanza (corteggiamento/seduzione) e che nel contempo assicuri la sopravvivenza e l’educazione della prole, mentre lui procaccia il cibo (porta i soldi a casa) e sparge il suo seme qua e la (che non guasta mai), ma anche questo è un connubio a volte introvabile soprattutto dopo la rivoluzione femminista!

A questi naturali bisogni dell’essere umano, spesso si aggiungono le pressioni sociali, le insicurezze personali, i repentini cambiamenti di una società in continuo mutamento, tutti fattori che contribuiscono a rendere questa scelta molto complessa.

 

Che succede se si resta dipendenti dalla famiglia di origine?

Un giovane che forma una nuova coppia ha davanti a Sè tre scelte:

1) Idealizzare il modello relazionale della famiglia d’origine: il soggetto fa delle scelte  che lo portano a confermare i miti o le credenze familiari (ripetizione del “copione” o mandato familiare). In questi casi dopo una prima fase illusoria, in cui si tende a mettere da parte Sé Stessi, ci si ritrova improvvisamente delusi e dubbiosi. Ci chiediamo cosa ci abbia portato a scegliere quella persona a suo tempo.

2) Svalutare il modello relazionale della famiglia d’origine: il soggetto si ribella al modello familiare, ritiene che il padre e la madre abbiano delle modalità di relazione errate, per questo motivo sceglie un partner del tutto opposto al modello familiare. (“negazione del “copione” o mandato familiare). Anche in questo caso si può restar delusi, poiché si è scelto un partner in un momento di ribellione, in una fase “reattiva”.

3) Valutazione critica amorevole e consapevole del modello familiare “Scelta Autonoma”: In questo caso il soggetto vive un momento di conflitto con il modello familiare, che contrasta al fine di ricercare una sua autonoma modalità di relazione. Non tutto ciò che proviene dal modello familiare, infatti deve essere necessariamente positivo o negativo.

Sia che il soggetto abbia vissuto in una famiglia tutto sommato amorevole, sia che abbia vissuto in un clima familiare più conflittuale, crescendo sarà in grado di valutare ciò che c’è di buono nella coppia genitoriale, apprezzandolo e ciò che è negativo, allontanandosene, senza serbare però rancori o ansie verso i genitori.

Sicuramente il soggetto che è stato amato, ma si è sentito libero, sarà avvantaggiato.

Chi invece ha vissuto in famiglie conflittuali o disgregate farà più difficoltà ad uscire dal binomio “ripetizione/negazione”. In entrambe i casi la scelta autonoma è “la ricerca dell’uno al di sopra del bene e del male” ed anche “emanciparsi dall’incubo delle passioni” (rabbia, rancore, risentimento..) come citava una famosa canzone di Franco Battiato “E ti vengo a cercare

In virtù di queste premesse, concentriamo la nostra attenzione solo su quelle persone o situazioni che appartengono allo schema prodotto dalle vicende della sua storia personale e meno attenzione agli elementi che non vi rientrano (quando diciamo “sembra che capitino tutti/e a me……sempre uguali…., ma che hanno il lanternino???)..

A volte questo meccanismo può condurre ad un modus operandi “coazione a ripetere” in cui c’è il costante tentativo raggiungere una meta ideale che inevitabilmente verrà delusa. Nessuno, infatti, sarà in grado di corrispondere perfettamente al modello di relazione che noi abbiamo nella nostra testa e che è frutto di una lunga e complessa storia personale.

Il primo campanello d’allarme è costituito dal “desiderio di voler cambiare l’altro” che si manifesta spesso inconsciamente già nella fase del corteggiamento.

“Ho bisogno di te” o “ho bisogno che tu sia così?”

In questo caso non riusciamo ad accettare l’altro per come lui/lei e tentiamo continuamente di cambiarlo, perfezionarlo, aiutarlo. Gli sforzi mirati ad ottenere questi cambiamenti generano invece una resistenza più o meno visibile e consapevole da parte dell’altro, che si può manifestare nelle forme più svariate per mezzo di quotidiane ripicche, stati depressivi, ansia, problemi sessuali. La distanza diventa sempre più incolmabile e si arriva ad una crisi di coppia; la comunicazione ne paga le spese e si accende il conflitto, più o meno aperto, è quotidiano e si sprofonda in un pesante senso di solitudine.

Perchè si litiga?

Perchè si litiga?

Perchè litighiamo?

Aspettative, Stereotipi, Delusioni, Ruoli.

Un aspetto importante nella coppia è la capacità di tollerare il contrasto/conflitto.

Una coppia equilibrata è una coppia che litiga, ma che sa litigare, cioè sa manifestare i propri dissensi in modo costruttivo, senza attendere che questi siano causa di celati rancori o frustrazione; in una coppia equlibrata ognuno dei partner non ha vergogna o timore di mostrarsi debole, deluso, triste o affranto per il comportamento dle partner. Non teme di restarne sconfitto o di perderne la sua stima, perchè si snete “accettato”.

Non ci sono lotte di potere o “aspettative”, ma un reale dialogo.

Le aspettative sono date da tutti quei comportamenti, atteggiamenti, stati mentali..etc.. che per educazione, personalità e/o cultura riteniamo l’Altro debba tenere in una certa situazione per soddisfare le nostre esigenze.

Qualora l’Altro non  assolva a questo celato compito, tendiamo a clasciar correre, covando però giorno per giorno frustrazione e risentimento, che inevitabilemnte esploderà in un momento di stress, lasciando l’Altro spiazzato ed inerme di fronte alla rabbia del partner.

Ogni aspettativa, spesso ha a che fare con gli stereotipi ed è accompagnata da idee e pensieri spesso negativi (Un uomo deve aiutare la propria donna a lavare i piatti, se non lo fa è perchè non mi rispetta, non mi stima, è+ un maschilista (ecco che ne deriva la tristezza e la rabbia).

Probabilmente se questa donna chiedesse tranquillamente al proprio partner di aiutarla, il conflitto terminerebbe.

“Ma io non devo chiedere, deve capire da solo”! (questo sarebbe idilliaco, ma anche illusorio, non è detto che un partner debba leggerci nella mente e che se non lo faccia stia  mentendo, per fare il furbo)!

I pensieri negativi e le aspettative variano in base alla cultura di appartenenza e all’educazione. Ogni famiglia infatti ha una sua personale modalità di educazione e questa deve potersi incontrare con quella del partner.

Accade spesso che alla donna (specialmente in Italia) sia data un’educazione alla pulizia della casa, mentre all’uomo no. Una volta sposata questa coppia litigherà su chi deve lavare i piatti e l’amore svanirà probabilmente  in una bolla di last al limone.

La coppia in questione dovrà rinegoziare le due modalità educative e crearne una nuova che si confaccia alle esigenze di entrambe e che verrà poi impartita ai figli, con la speranza che vi sia un sempre maggior rispetto e parità nei ruoli.

Uguali o Diversi?

Sentirsi accettato è fondamentale e ciò è dato dalla capacità di accogliere le differenze dell’altro come risorse.

La forza di una coppia sta nel considerare la diversità dell’Altro come una risorsa, una sfida e non come un limite.

La difficoltà sta nel riuscire a rimanere in equilibrio tra INCONTRARSI E SCONTRARSI:  “La capacità di gestire il conflitto all’interno di una relazione di coppia consiste proprio nella possibilità di oscillare alternativamente e senza essere giudicanti, tra queste due posizioni del gioco relazionale, ovvero la posizione “IN” (come espressione di consenso) e quella “CONTRO” (come espressione di dissenso, che non equivale a rifiuto o disconferma) allo scopo di creare veramente  un momento di confronto ovvero l’ “IN-CONTRO” (Santandrea, 2009).


Parlare o stare zitti? Essere sinceri o fare finta di nulla? Conflitto aperto o celato?

L’incontro, in cui ognuno “va verso” l’altro sia per manifestare disaccordo o consenso, è possibile solo se  i due riconoscono  apertamente che ci sono alcuni aspetti della propria relazione che generano disagio in uno dei due o in entrambi  e solo se riescono a  portarli alla luce per trovare veramente una soluzione.

I motivi che spingono i componenti della coppia a tenere questo conflitto coperto possono essere molteplici: a volte si pensa che, sollevando certe problematiche, possa rompersi l’equilibrio esistente, altre ancora si teme di generare reazioni esagerate che possano avere conseguenze spiacevoli.

Forse abbiamo paura di perdere l’altro o non ci è stato insegnato ad ammettere i nostri errori o a manifestare le nostre emozioni.

Motivazioni secondarie, ma non meno importanti! (in genere lotte di potere).

  • L’intromissione dei propri genitori o di altri membri della famiglia d’origine nella coppia (i miei hanno ragione e i tuoi no!);
  • La sessualità
  • La sensazione di disparità nei doveri connessi alla convivenza (scadenze,gestione della casa).
  • La sensazione di non ricevere il sostegno quando si viene attaccati da altre persone;
  • La percezione che l’altro non rispetti o non permetta che l’altro abbia dei propri  spazi individuali.

Tutti questi aspetti, rischiano di generare un malcontento che non viene espresso chiaramente e direttamente, ma che resta CELATO e traspare sotto altre forme o in altre vie durante le interazioni quotidiane, attraverso altri piccoli comportamenti ostili che contribuiscono a mal disporre l’altro, che si sente aggredito, trattato male o prevaricato senza conoscerne precisamente il motivo, quasi stesse subendo una cattiveria gratuita. Questa dinamica presuppone l’instaurarsi di un circolo vizioso per cui ognuno si sente legittimato ad essere scortese o brutale con l’altro, lacerando ancora di più il legame di coppia.


Lo psicologo statunitense John Gottman, dell’Università di Washington, dopo anni di ricerche  sulle relazioni di coppia, che hanno visto protagoniste numerosissime coppie americane, con differenti caratteristiche, è giunto alla conclusione che il problema non è il fatto di litigare ma il “come” si litiga.

Egli individua   quattro aspetti relazionali della comunicazione che producono litigi fine a se stessi e affatto costruttivi:

1) la critica generalizzata che investe ogni azione fatta dall’altro.
2) il mettersi sulla difensiva ogni volta che l’altro fa un’osservazione e questo atteggiamento porta a negare ogni responsabilità nelle situazioni.
3) il disprezzo verso quanto dice o fa l’altro, espresso attraverso sarcasmo, derisione, scherno
4) il muro di gomma, ovvero il “finto sordo” che reagisce con indifferenza alle obiezioni mosse dal partner

Al contrario invece, le coppie stabili e affiatate, gestiscono i propri litigi accompagnandoli con  scuse, umorismo o gesti che rinsaldano l’armonia.

Amore e Sessualità

Amore e Sessualità

L’Essere Umano ricerca istintivamente il piacere ed evita il dolore.

Il “principio del piacere” di cui parlava Freud suona così datato, ma è ancora estremamente attuale; esso definisce la tendenza di ogni essere umano a scaricare il più presto possibile l’eccitamento corporeo dettato da un bisogno (sessuale o di sopravvivenza) ,che preme per essere soddisfatto e a mantenerlo al livello più basso possibile per evitare il dolore.

La realtà tuttavia, non pone sempre le condizioni favorevoli affinchè l’uomo possa soddisfare i suoi bisogni; di conseguenza il piacere deve essere rimandato o rimosso attraverso i meccanismi di difesa (comportamenti innati o appresi, che ci permettono di mantenereun equlibrio interno, allontanando dalla mente pensieri o realtà che sono troppo gravose da accettare per noi).

Tali meccanismi non sono “patologici” di base, ma possono divenirlo qualora il soggetto li assuma come modalità di comportamento predominante.

La capacità umana di mettersi a confronto con la realtà e trovare un compromesso con essa e di valutare le conseguenze delle proprie azioni è detta quindi principio di realtà.

Il primo contatto importante che l’essere umano ha è quello con la madre.

Dal primo piacere basato esclusivamente sul soddisfacimento del bisogno (fame e calore/contatto), si passa rapidamente ad un gioco di sguardi e mutui riconoscimenti che  possono essere considerati un inizio di seduzione.

Il bambino ha bisogno dell’altro sia sul piano materiale che psicologico, un adulto invece, non dovrebbe più aver “bisogno” dell’oggetto materiale (CORPO), ma dovrebbe essere alla ricerca di un oggetto psichico (ANIMA) che gli permetta anche un rapporto materiale.

Nell’amore maturo, infatti, vi è una notevole differenza tra bisogno e desiderio.

La sessualità dell’uomo è ormai svincolata dalla riproduzione e proprio perchè si è liberata di questo condizionamento biologico, comporta la ricerca di un altro soggetto che stimoli il rapporto.

L’attrazione è valida solo nel momento in cui un soggetto è in grado di accettare sia la realtà fisica che psicologica dell’Altro; se non c’è questa capacità non può esserci desiderio e quella che è definita come “attrazione fisica” rimane legata esclusivamente ad un “bisogno”.

Il desiderio viene dal nostro mondo interno e si rivolge al mondo interno di un’altra persona, intesa come soggetto e non come puro “contenitore”, si svincola dal biologico ed accede alla sfera relazionale, differenziandosi pertanto dal bisogno.

Il desiderio non può esaurirsi, perchè non ha come scopo ultimo la “scarica”, come accade invece per il bisogno.

Il desiderio si struttura pertanto, non dal soddisfacimento di un bisogno, ma sulla base di un’esperienza soddisfacente che si ripete.

In quest’ottica, comprendiamo come la sessualità possa essere soddisfacente ad ogni età e in ogni fase di vita della coppia, poichè quando essa si svincola dal bisogno, non si esaurisce, ma cresce.

Aldilà dell’unione fondata sull’illusione di un’unione simbiotica (primaria), dovrebbe esserci “l’unione di due solitudini”, in cui la diversità dell’altro è percepita come ricchezza, come sfida e non come frattura.

Quando l’Altro nella sua diversità è percepito come “distante”, “separato” piuttosto che come una risorsa o una sfida, molto spesso si arriva a tradire, poichè si ricerca in un nuovo partner l’illusione della simbiosi.

In tal senso uscire dalla fase dell’infatuazione e realizzare Sè Stessi è fondamentale per qualsiasi relazione.

La presenza dentro di noi di un bambino inerme pronto ad affidarsi incondizionatamente all’altro è proprio ciò che allo stesso tempo ci delude ed è essenza stessa dell’esperienza amorosa.

Non può esistere maturità al di fuori della consapevolezza delle nostre dinamiche infantili (A.Carotenuto, Amare Tradire, Bompiani . 1995).

La capacità di separarsi è alla base del riconoscimento dell’altro come opposto, ma non oppositivo, come “complesso” e non come “complicato”.

Tuttavia, il desiderio, originatosi da un bisogno primario di accudimento, mantiene le tracce nella nostra memoria e rappresenta il nostro “punto debole”, perchè è li a ricordarci la nostra incompletezza esistenziale, l’importanza dell’altro per vivere.

Perchè amiamo?

Perchè “amiamo“?

Cos’è l’amore?

 Il termine amore è troppo estensivo ed inflazionato, perchè se ne possa parlare senza una necessaria delimitazione.

In questo articolo userò il termine amore per definire la modalità di rapporto uomo-donna, che nasce dalla diversità di due soggetti-individui, si alimenta di erotismo e fonda una coppia sulla base di una progettualità comune.

Coppia, erotismo, desiderio, progettualità sono termini che nella loro copresenza differenziano l’amore da tutte le altre modalità agapiche o idealizzate, quali l’amore parentale, coniugale, amicale o quello verso determinati valori come il bene e la conoscenza.

Per poter parlare d’amore è necessario chiedersi da dove nasce, come si forma e si evolve poi nella coppia, che ne rappresenta la base.

D’altra parte la resistenza della coppia alle mode, alle pressioni socio-culturali in continuo mutamento, alla cultura e alle varie epoche storiche, dimostra che essa è  un fenomeno universale e fondante la realtà umana, perchè è il prototipo universale del rapporto madre-bambino.

L’amore ha a che fare con l’innata predisposizione dell’essere umano al contatto e alla comunicazione e il desiderio ha origine  dal primo rapporto amoroso che l’Essere Umano sperimenta e cioè quello con il “Care-Giver” da cui dipende totalmente (chi si prende cura del bambino – in genere la Madre).

La condizione di totale dipendenza diviene pian piano in una condizione di autonomia/indipendenza.

Un primo punto fondamentale quindi, è dato dalla naturale, intrinseca tendenza dell’essere umano a trasformare la dipendenza fisiologica primaria in una sempre maggiore autonomia che conduce l’uomo a costituirsi sempre più come INDIVIDUO.

La psiche umana nasce con l’uomo ed ha varie funzioni, che si evolveranno secondo un principio epigenetico (seguendo i naturali stadi della genetica), ma anche in base all’esperienza con l’ambiente.

L’ambiente potrà essere supportivo, rappresentando in tal modo un fattore di protezione per lo sviluppo di una personalità “sana” oppure disfunzionale secondo vari gradi di entità, costituendo un fattore di rischio per l’instaurarsi di blocchi evolutivi ed emotivi.

In tal senso, tanto più è precoce un trauma (reale o percepito) sull’organismo, tanto più diffusa e pervasiva sarà la menomazione o la distorsione della personalità nelle sue funzioni primarie.

Un secondo aspetto, non meno importante, è dato dalla capacità di saper cogliere, dietro le apparenze, la realtà psichica dell’altro, capacità che è la base di ogni rapporto umano. (teoria della mente).

Se Io evolvo e mi sviluppo come INDIVIDUO, avrò una mia personalità e una mia individualità, ma avvertirò da un lato la naturale ed innata esigenza a ricreare quello stato di primordiale benessere collegato all’amore incodizionato materno, della totale dipendenza, dall’altro quello di affermare la mia individualità sull’Altro e creare una nuova unione.

Se il mio sviluppo emotivo e psicologico non ha subìto arresti o traumi, sarò in grado di far convivere in me queste due tendenze (dipendenza/indipendenza) e di trovare un Altro diposnibile ed instaurare con lui/lei una relazione sana e soddisfacente.

Dall distorsione di questo equilibrio nascono le dinamiche amorose sofferte ed insoddisfacenti.

Il Mito delle Due Metà

Da questa necessaria premessa, si evince come non è possibile considerare la coppia come un’unità, un unico sistema in cui si “fondono” due soggetti, nè tantomeno come la somma di due metà, che nate da una primitiva perduta unità (mito dell’androgino), si cercano disperatamente nella speranza di ritrovarsi e ricongiungersi per sentirsi finalmente completati.

La coppia è piuttosto l’incontro e la scelta di due INDIVIDUI diversi , che nell’amore, cosi’ come sottolinea la teoria della Gestalt, costituiscono qualcosa di molto di più che la semplice somma di due unità. (La totalità è più che la semplice somma degli elementi che la costituiscono. – Teoria della Gestalt).

La coppia non è accoppiamento.

Ognuno di noi è un “sistema” unico, irripetibile in continua interdipendenza con gli altri sistemi e i suoi membri, da cui dipendiamo per la nostra sopravvivenza emotiva e coi quali cerchiamo consciamente o meno di mantenerci in equilibrio.

L’individuo è una persona che, (come indica l’etimologia della parola veid “mancanza”, “perdita”, da cui il termine vedova), ha bisogno di un’altra persona per realizzarsi interiormente.

E il bisogno è l’antitesi della scelta.

Quando nasciamo la dipendenza è implicita, perchè abbiamo bisogno di essere accuditi per sopravvivere, ma con la crescita devono emergere sempre più quelle capacità psichiche mature, che danno luogo all’autonomia, intesa come rivisitazione e messa in discussione di quegli “schemi” appresi, di quei modelli genitoriali che abbiamo vissuto durante l’infanzia.

“L’individuo” è perciò colui che ha compiuto un lungo, faticoso e spesso incompiuto cammino, che si snoda dall’iniziale e fisologica dipendenza del neonato, fino all’autonomia dell’adolescenza.

Alla nascita, e con la nascita, si forma la prima coppia: il bambino deve poter contare su un essere umano soddisfacente per poter sopravvivere fisicamente, ma anche e sopratutto emotivamente; in questo senso, si configura quello che sarà il successivo rapporto d’amore tra adulti.

Se la figura genitoriale primaria si rivela supportiva, il bambino ne ricava un’immagine positiva, dalla quale poi dovrà certo separarsi per RI-nascere, ma che conterrà in sè la dinamica del “ricordo” positivo. Non avrà un vuoto. Quando attingerà alla “sacca dell’amore” la troverà sempre piena. Non troverà il bambino ferito e solo desideroso di trovare una mamma.

E’ evidente quindi che la SIMBIOSI e la SEPARAZIONE, come valori assoluti rappresentano le due facce dell’ AMORE.

E’ altrettanto evidente però, che in ogni forma d’arte si tende a rappresentare in maniera più o meno drammatica, proprio queste situazioni.

Pertanto potremmo chiederci se esiste una modalità d’amore “sana”?

Sicuramente la base dell’amore è una coppia formata da due soggetti autonomi, capaci di stabilire un rapporto di intimità, ma anche di separarsi ovvero di raggiungere un equlibrio tra i due poli opposti: “simbiosi-separazione” – “dipendenza-indipendenza” e quindi tra “amore e odio”, in cui l’odio può diventare l’unico sentimento sperimentato a livello conscio o inconscio, da chi non riuscendo ad ottenere questo equilibrio con i suoi strumenti è destinato ad oscillare tra i due poli di autonomia e dipendenza, odiando l’oggetto da cui dipende, ma non potendo separarsene, poichè rappresenta l’unica sua fonte di sicurezza.