Archivio mensile: marzo, 2013

La dipendenza affettiva: amare qualcuno per non amare se stessi

dipendenza_affettiva-432x269 Questo articolo è dedicato a tutti coloro che ricercano la felicità nell’amore, che credono consista nell’amare ed essere amati da qualcuno, che ci faccia sentire speciali e che per ottenere tutto questo, basti semplicemente dare incondizionatamente all’altro, senza aspettarsi nulla in cambio.

Questo articolo è dedicato a tutti coloro che per amore si sono annullati o hanno corso dei pericoli, mettendosi in secondo piano, sentendosi poi arrabbiati o rancorosi, verso la vita e soprattutto verso se stessi; non importa che si tratti di un uomo/donna, di un figlio o di un amico/a, chi “ama troppo” si sente sempre un passo avanti rispetto agli altri, avanza sempre qualcosa…la vita è ingiusta con lui/lei, perchè lei/lui da tanto e riceve solo delusioni.

La realtà è che chi ama troppo, vuole salvare gli altri, perchè ha paura di salvare se stesso; se incontrasse qualcuno di veramente valido, lo eviterebbe a piè pari, perchè un rapporto vero e sano, gli impedirebbe di mantenere il controllo e lo/la costringerebbe a mettersi in gioco nella vita, ad affrontare i mostri del passato e a crescere, diventando un individuo autonomo ed indipendente, che si ama ed ama, prendendosi cura soprattutto di se stesso.

D.ssa Silvia Michelini

La Dipendenza Affettiva

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Cos è ?

E’ difficile definire un confine tra “l’attaccamento amoroso” e la “dipendenza” in amore, perché l’amore è già di per sé una dipendenza; si basa sui nostri bisogni più ancestrali di fusione e di amore, sul desiderio e sulla ricerca della vicinanza dell’altro.

E’ normale che in una relazione, in particolare durante la fase dell’innamoramento, ci sia un certo grado di dipendenza, il desiderio di “fondersi coll’altro”, ma questo desiderio “fusionale” tende a csemare con lo stabilizzarsi della relazione. Nella dipendenza affettiva, invece, il desiderio fusionale perdura inalterato nel tempo ed anzi il rapporto stesso è basato sulla ricerca fusionale: “fondersi nell’altro”.

Secondo le ricerche più recenti, condotte negli Stati Uniti, la dipendenza affettiva rientra nella più ampia categoria delle New Addictions (Nuove Dipendenze), che comprendono tutte quelle  forme di dipendenza in la dipendenza non è caratterizzata dall’uso o l’abuso di una sostanza, ma da un comportamento o da tutte quelle attività che normalmente compiamo durante la giornata (gioco, navigazione in internet, shopping, cibo etc..).

In alcuni soggetti la tendenza a ricorrere a questi comportamenti diventa patologica e ne compromette la salute psicologica e spesso anche fisica.

La dipendenza affettiva è quindi una forma patologica di amore in cui non vi è reciprocità all’interno della relazione di coppia; uno dei due partner  riveste il ruolo di “colui/colei che ama incondizionatamente” e vede nel legame con l’altro, spesso problematico o sfuggente, l’unica ragione della propria esistenza.

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La continua ricerca d’amore ha tutte le caratteristiche di una qualsiasi dipendenza:

– l’ebbrezza: la sensazione di piacere, che il dipendente prova quando è con il partner, gli è indispensabile per stare bene e non riesce ad ottenerla in altri modi;

– la tolleranza: il dipendente ricerca quantità di tempo sempre maggiori da dedicare al partner, riducendo sempre di più la propria autonomia e le relazioni con gli altri;

– l’astinenza: l’assenza del partner (per lavoro ad esempio) getta il dipendente in uno stato di allarme. Talvolta il bisogno della presenza fisica dell’altro è talmente forte che il dipendente sente di esistere solo quando il partner gli è vicino. Il partner infatti è visto come l’unica fonte di gratificazione, le attività quotidiane sono trascurate e l’unica cosa importante è il tempo che si trascorre insieme.

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Perché si diventa dipendenti?

Le cause vanno ricercate in traumi evolutivi (soprattutto nel rapporto genitore-figlio), che hanno intaccato l’autostima e l’identità della persona (immagine di Sé) determinandone uno stile affettivo prettamente depressivo e auto-svalutante.

La persona dipendente si percepisce inconsciamente come inadeguata, non degna di amore, la sua autostima dipende interamente dal giudizio esterno e dalle conferme e rassicurazioni della persona amata.

I dipendenti affettivi, solitamente donne, nell’amore vedono la risoluzione dei propri problemi, che spesso hanno origini profonde quali “vuoti affettivi” dell’infanzia. Il partner assume il ruolo di un salvatore , egli diventa lo scopo della loro esistenza, la sua assenza anche temporanea da la sensazione al soggetto di non esistere” (DuPont, 1998)

Alla base vi è spesso un conflitto edipico irrisolto.

Il dipendente dedica tutto sé stesso all’altro, trascurando se stesso e i propri reali bisogni e spesso rimettendo in atto lo stesso copione relazionale della sua infanzia.

Per questi motivi il soggetto dipendente sceglie un partner che gli permetta di mantenere il ruolo di “salvatore” e di creare un legame “co-dipendente”. (partner altrettanto dipendenti, aggressivi, svalutanti, anaffettivi, sfuggenti, evitanti, etc..).

Il legame co-dipendente “vittima-carnefice”, mantiene il soggetto dipendente (il salvatore) in una posizione di controllo totale sull’altro (il bisognoso), che a sua volta percependo inconsciamente il controllo continuerà a mostrarsi sfuggente e inadeguato al fine di respingere la soffocante dinamica di schiavitù amorosa.

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Spesso nessuno dei due partner, ma soprattutto il soggetto dipendente, è in grado da solo/a di uscire dalla relazione, sebbene entrambe riconoscano che si tratta di un legame insoddisfacente e autodistruttivo.

La dipendenza è intimamente collegata alla paura del cambiamento e di sperimentarsi come individui indipendenti, sviluppando le proprie capacità personali; per questo i soggetti dipendenti spesso si prefiggono mete irrealistiche ed inarrivabili, al fine di giustificare a se stessi, una volta fallito il tentativo, l’impossibilità di mettersi in gioco. (es: non mi sono mai sposato/a perché incontro solo uomini/donne inconcludenti e inaffidabili, oppure pazzi/e)

La dipendenza affettiva colpisce, soprattutto le donne fragili che, hanno subito abusi psicologici, affettivi e a volte anche fisici in famiglia, che hanno avuto padri sfuggenti e violenti oppure madri anaffettive ed ambivalenti.

Chi è dipendente crede che amare sia amare l’altro oltre ogni limite, negando invece l’aspetto più profondo dell’amore e cioè “la reciprocità” e “il rispetto”.

Amare un’altra persona significa innanzitutto amare e rispettare se stessi e i propri desideri, comunicandoli al partner che ponendosi in una dimensione simmetrica, dona tanto quanto riceve in un continuo interscambio di ruoli.

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Se soffri di dipendenza affettiva sicuramente ti riconoscerai nei seguenti sintomi

  • Ossessione o fissazione verso il partner o presunto partner
  • Paura dell’abbandono, della separazione
  • Paura di manifestare i propri bisogni e desideri, che generano in rancore  e rabbia, oppure in sintomi clinici come panico, ansia, depressione, insonnia, etc.
  • Ricerca di conferme e approvazione continua dal partner
  • Senso d’inferiorità nei confronti del partner
  • Dedizione totale al partner con conseguente ritiro dalla vita sociale e dai propri interessi.
  • Gelosia e possessività estrema
  • Controllo del partner
  • Eccessiva tolleranza a comportamenti inadeguati del partner: svalutazione, controllo, aggressività
  • Eccessiva asimmetria del rapporto di coppia: partner da salvare, malato, inarrivabile sfuggente…
  • Sentimenti di colpa vergogna e autosvalutazione
  • Tendenza al ripiegamento sul sé
  • Scarsa iniziativa personale

Chiamami o scrivi a:

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Evoluzione

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La rivoluzione implica sempre un cambiamento interiore, ma si manifesta attraverso un cambiamento esteriore. La differenza tra cambiamento e opposizione è la stessa che passa tra l’acqua e la spada.

Attrazioni inspiegabili

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Certe attrazioni sono inspiegabili, incontrollabili, cerchi di razionalizzarle e di evitarle; anche quando pensi siano finite, anche se sai che sono malsane, ti lasci andare alla fantasia, ti faresti condurre ovunque, forse anche all’inferno.

Silvia Michelini

Le perversioni femminili

Le Perversioni femminili

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Dott.ssa Silvia Michelini – Psicologa, Roma

Cosa si intende per PERVERSIONE? Qual è il confine tra normale e patologico in amore?

Molto spesso è difficile delineare un confine tra normalità e patologia, soprattutto negli affetti.

Questo articolo è un viaggio nell’interpretazione psicoanalitica delle perversioni femminili, poiché la psicoanalisi è ancora oggi, la teoria che maggiormente si è occupata di questo tema e che ha fornito le risposte più esaustive da un punto di vista teorico.

Ognuno intende l’amore a modo suo, vi ripone delle aspettative, spesso irrealistiche o stereotipate e cerca in età adulta di unirsi ad una persona che condivida con lui/lei la sua stessa idea dell’amore e del rapporto di coppia.

Qualora s’imbatta in un conflitto, avrà la tendenza ad attribuire la causa all’altro o al caso, mentre quasi in tutte le coppie, i motivi di conflitto sono simili o comunque ricorrenti, ma ciò che varia è la modalità con cui li si affronta e il grado di responsabilità di ognuno dei due partner.

Per quel che riguarda l’aspetto sessuale, delineare un confine tra normale e patologico è più semplice.

La perversione è definita in ambito psicologico come “un comportamento psicosessuale, che si esprime in forme atipiche rispetto alla norma”.[1]

Il DSM IV definisce le perversioni come “impulsi sessuali, comportamenti ricorrenti ed eccitanti sessualmente riguardanti oggetti inanimati, sofferenza o umiliazione per se stessi, del partner, di bambini o di altre persone non consenzienti, che si manifestano per un periodo uguale o superiore ai sei mesi”.

E’ chiaro come il confine tra la normalità e la patologia è segnato da due aspetti: l’oggetto e la volontà dell’oggetto e che dipende da quale norma si assume come criterio.

Secondo Freud (1915), lo sviluppo psicosessuale sano, passa attraverso varie fasi: orale, anale, edipica e genitale; lo sviluppo parte dalla prima fase, che è la meno evoluta (fase orale), associata al neonato, per cui al completo stato di dipendenza e di parzialità (il soggetto non è in grado di percepire l’altro come una persona unica, intera, dotata di sentimenti e pensieri propri) alla più evoluta, quella genitale, che coincide con la capacità adulta di amare, formare una coppia e una famiglia.

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In questa fase il soggetto diviene capace di percepire l’altro come “diverso da se”, come intero, come un individuo capace di sue emozioni e pensieri.

Per Freud la perversione è una FISSAZIONE o UNA REGRESSIONE ad uno stadio di sviluppo psicosessuale precedente, in cui la sessualità si esprime attraverso “pulsioni parziali”, strettamente legate alle zone erogene.

In particolare, Freud definisce perversa ogni condotta che si discosta dall’oggetto (come nel caso della pedofilia), dalla meta sessuale (che può essere raggiunta solo attraverso una determinata pratica, come nel caso del feticismo) o dalla zona corporea (quando il piacere sessuale è raggiunto con parti del corpo di per sé non deputate alla sessualità, ad esempio i capelli, i piedi o il vestiario per il feticista).[2]

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In tal senso la perversione è soprattutto PAURA DI AMARE E DI CRESCERE.

Il concetto di perversione, si allarga se si assume come norma l’ordinamento sociale dominante i cui valori vengono interiorizzati dall’individuo attraverso l’educazione.

In questo caso, ogni incapacità di contenere i propri impulsi meno socializzabili è fonte di perversione.

G. Jervis definisce così la personalità perversa:

  • Ha difficoltà a trattenersi nel soddisfare i propri impulsi (personalità orale o sadico/anale freudiana)
  • Ha costanti difficoltà nel valutare la  discrepanza dei propri atti rispetto alle norme dominanti e insieme nel valutare le conseguenze di questi atti.
  • I suoi atti procurano danni a se stesso e anche agli altri
  • E’ dotato di capacità intellettive nella norma, non è nevrotico, né psicotico.
  • E’recidivo: tende a reiterare le condotte perverse.

L’interpretazione psicoanalitica della perversione pone al centro il rinnegamento della realtà, il fingere che non esistano le differenze, la non accettazione delle diversità, dei confini che distinguono il proprio Io dagli altri, un sesso da un altro, una generazione da un’altra.

Il perverso confonde passato e presente, nega i confini della separazione, ha bisogno della finzione, del dominio, della manipolazione. Perché per il perverso è impossibile accettare la separazione? Per rispondere occorre rifarsi a Freud secondo il quale l’amore è nostalgia per il primo oggetto: la madre. Nell’altro si ricerca qualcosa che possa riprodurre la protezione, l’unione, la pienezza originarie.

E’ vero, infatti, che il primo oggetto d’amore condiziona, inconsciamente, il desiderio di ciascuno, ma l’accettazione della perdita porta a reinventare il passato nel presente scegliendo un nuovo oggetto in modo creativo. Ciò non è possibile nella perversione che non ammette la rinuncia, la perdita.

La nostalgia per la fusione e l’appagamento antichi può dare origine ad un feticcio da idolatrare, al quale sacrificare la propria vita affettiva. Il feticcio è il più delle volte un’immagine interna: la figura materna, ed esprime il bisogno di mantenere intatta, immutata l’antica fusione con il primo oggetto d’amore. Il perverso accetta il dolore provocato dai propri sintomi pur di non affrontare quello della differenziazione, della separazione.[3]

La sessualità, quale evento “psicosomatico”, che riguarda cioè sia l’aspetto psichico che fisico, ha risentito nel corso degli anni dei vari cambiamenti sociali e culturali che si sono avvicendati, dei nuovi modelli che privilegiano l’apparire anziché l’essere, la seduzione, piuttosto che il desiderio.[4]

Veniamo ora alle differenze tra uomo e donna nelle perversioni.

Sebbene non vi sia una reale differenza tra uomo e donna rispetto ai processi psicologici o somatici, i loro comportamenti risentono dei retaggi culturali ed educativi di riferimento.

Mentre negli uomini un desiderio perverso è prevalentemente messo in atto con una condotta sessuale, nelle donne la realizzazione di un simile desiderio avviene attraverso altre modalità il cui legame con la sessualità non è immediato; molto spesso le perversioni femminili riguardano i sentimenti e gli affetti, perché alcune premesse sono necessarie affinché lei si conceda e comunque non implicano sempre l’atto sessuale.

Le principali perversioni femminili sono: il masochismo e il sadismo (sia sessuale che morale), l’autolesionismo, il mascheramento e la cleptomania.

Anche se nella perversione femminile l’eccitamento sessuale non è sempre al primo posto, si possono riconoscere fantasie, motivazioni e travestimenti analoghi a quelli propri delle perversioni maschili.

In alcune donne alla base di sintomi perversi vi è il permanere, nel mondo interno, di una madre idealizzata, irraggiungibile.

Con l’adorazione, queste donne si difendono dall’odio nei confronti della madre e quindi dai propri impulsi aggressivi. Il tempo viene fermato all’infanzia, alla condizione di figlia-bambina.

La conseguenza di ciò è la sottomissione all’ideale materno, la convinzione circa la propria inferiorità, il timore di aver deluso la madre, il vivere nella sua ombra sacrificando affetti e carriera.[5]

Sigmund Freud indicò con il termine di “masochismo morale” i comportamenti in cui il soggetto si infligge sofferenze assumendo un ruolo di vittima senza che vi sia in ciò eccitazione sessuale.

Si tratta di persone con un forte senso di colpa che le porta ad infliggersi punizioni al fine di espiare.

Nelle donne il masochismo morale trova espressione in forme di autolesionismo o condotte di tipo borderline: ferimento (con schegge di vetro o spille), spegnersi sigarette addosso, strapparsi i capelli (la tricotillomania), privarsi del cibo o instaurare con esso un rapporto conflittuale sulla base dell’analogia cibo-amore ( l’anoressia-bulimia), la sottomissione sessuale estrema, come nel film 9 settimane e mezzo (Horigkeit).

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Secondo Kraft-Ebing (1886), la sottomissione di per sé non è una perversione nella donna, ma l’estremizzazione di una sua naturale tendenza; proprio come gli uomini sono predisposti a sessualizzare l’amore, le donne sono predisposte all’amore puro e alla debolezza di volontà, che le conduce all’asservimento sessuale.[6]

Le donne masochiste, sono inconsciamente convinte di essere state bambine cattive e sporche, indegne d’amore e quando lo desiderano, si sentono in colpa e attraverso le condotte autolesionistiche simboliche, provano un senso di pace e di quiete.

L’autolesionismo rappresenta simbolicamente l’atto sessuale: con un oggetto appuntito (pene) mi trafiggo o mi ferisco (vagina/penetrazione) sento il dolore (sensazione fisica/orgasmo) e alla fine mi sento calma e rilassata (fase post orgasmica).

Le donne che soffrono di queste forme di autolesionismo hanno una sessualità problematica, poiché hanno vissuto male il loro sviluppo fisico ed affettivo, dalla comparsa della prima mestruazione in poi.

Esse non riescono ad accettare la perdita del loro corpo di bambina.

Le donne, attraverso l’autolesionismo esprimono rabbia, colpa, desiderio sessuale e bisogno di punizione.

Per chi avesse desiderio di approfgondire questa tematica consiglio il film “Ragazze Interrotte” con una meravigliosa Angelina Jolie.

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Sia le automutilazioni , sia la tricotillomania tengono sotto controllo le angosce e i conflitti dovuti al passaggio dall’infanzia all’età adulta. Si tratta di persone che, pur avendo raggiunto la maturità sessuale fisica, conservano sul piano psicologico gli ideali di genere dell’infanzia.

La donna che si strappa i capelli, così come l’anoressica, non vogliono mostrare la loro seduttività e la loro femminilità, si oppongono nel mostrarsi donne, vorrebbero tornare bambine, per non entrare in conflitto con la figura materna, percepita come dominante, ambigua (da un lato si mostra amorevole dall’altro aggressiva) e anaffettiva.

C’ è poi un’altra forma molto particolare di perversione femminile che è l’eccessiva femminilità, tecnicamente “il mascheramento di femminilità”: consiste nel desiderio irrefrenabile di confermare la propria identità sessuale esacerbandola attraverso gli abiti ed il trucco. Questa perversione è molto difficile da riconoscere, perché è chiaro che una donna si trucchi e si vesta da donna, ma in queste donne vi è una ossessività per la cura e la ricerca di abiti.

Questi mascheramenti sono usati per difendersi dall’inconscio desiderio di assumere invece tratti maschili (Freud parlava di invidia del pene) nei confronti di ciò che la donna inconsciamente ritiene un furto da lei effettuato. Le donne meno femminili cioè, si sentono in colpa, perché desiderano cose maschili (potere, realizzazione professionale etc.., per questo motivo, per compensare esagerano il loro aspetto femminile e la loro seduttività).

Per questa perversione ho scelto come esempio Marylin Monroe, che è il simbolo della sensualità e della femminilità, ma anche della sofferenza, del masochismo e della ricerca spasmodica dell’amore e dell’uomo ideale, nonostante nascondesse una profonda intelligenza e libertà di pensiero. Maryilin era schiava del suo corpo e della sua immagine, che esasperava, così come la sua vocina, per nascondere la sua intelligenza, percepita come minacciosa.

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Un’altra perversione femminile è la cleptomania.

cleptomaniaEssa è la tendenza compulsiva a rubare, spesso accompagnata da eccitazione sessuale ed è presente prevalentemente nel sesso femminile. Tradizionalmente la psicoanalisi individua l’invidia del pene alla base della cleptomania che si esprime nel desiderio di impossessarsi di qualcosa che la donna ritiene le sia stato negato. Non esiste un confine netto tra feticismo e cleptomania, infatti l’oggetto rubato può essere utilizzato per eccitarsi sessualmente e non rappresenta esclusivamente il pene, ma, come il feticcio, simboleggia perdite e assenze patite nel corso dell’infanzia. Il furto concerne il riappropriarsi delle gratificazioni negate e al contempo la vendetta e il trionfo. L’oggetto rubato diviene il sostituto dell’amore e della protezione che il bambino avrebbe desiderato e previene la depressione e l’ansia.[7]

Spesso tra le fantasie sessuali di soggetti normali sono presenti fantasie di soggiogare, possedere, essere padroni dell’altro.

Ciò che differenzia il perverso è la necessità di passare all’atto, di tradurre in azioni reali tali desideri.

Dal momento che la perversione nega i limiti e i confini, il partner non è un individuo separato, ma un oggetto da asservire.

Come è chiaro nel film 9 settimane e mezzo, questa strategia perversa è destinata a fallire, poiché rivela la effettiva incapacità di entrare in relazione, di amare o di odiare realmente l’altro.

Ciò che il perverso teme è il coinvolgimento negli affetti, l’avere a che fare con un oggetto vivo e non con un feticcio da poter manipolare a proprio piacimento.

Un altro film che mi sento di consigliare a coloro che vogliono familiarizzare con le perversioni femminili è “La pianista”, soprattutto in riferimento all’assenza paterna e al malsano rapporto madre figlia, che spesso è alla base delle perversioni affettive e sessuali femminili.

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BIBLIOGRAFIA

•             Deutsch H., La psicologia della donna, 2 voll., Boringhieri, Torino, 1977.

•             Freud S., Sessualità femminile, in Opere, vol. XI, Boringhieri, Torino, 1979.

•             Freud S., Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere, vol. IV, Boringhieri, Torino, 1970.

•             Freud S., Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, in Opere, vol. VI, Boringhieri, 1974.

•             Freud S.,Il problema economico del masochismo, in Opere, vol. X, Boringhieri, Torino, 1978.

•             Galimberti U. (2007): Dizionario di Psicologia – Le Garzantine, 2007.

•             Kaplan L. J., Perversioni femminili, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1992.

•             Rienzo G. ,Le perversioni femminili, collana “Saperne di Più”, 2003.

•             Salvo A., Perversioni al femminile, Mondadori, Milano, 1997.

•             Sinonelli, Petruccelli, Vizzarro, Le perversioni sessuali: aspetti clinici e giuridici, Franco Angeli, 2002

•             Stoller R. J., Perversioni: la forma erotica dell’odio, Feltrinelli, Milano, 1978.

•             Vegetti Finzi (a cura di), Psicoanalisi al femminile, Laterza, Roma-Bari, 1992.


[1] Umberto Galimberti: Dizionario di Psicologia “Le Garzantine”, pag. 772

[2] Ibidem

[3] Rienzo G. (2003): “Le perversioni femminili” – collana “saperne di più”.

[4] Simonelli, Vizzarri, Petrucelli (2002): “Le perversioni sessuali: aspetti clinici e giuridici” – Franco Angeli

[5] Rienzo G. (2003): “Le perversioni femminili” – collana “saperne di più”.

[6] Simonelli, Vizzarri, Petrucelli (2002): “Le perversioni sessuali: aspetti clinici e giuridici” pag. 45

[7] Rienzo G. (2003): “Le perversioni femminili” – collana “saperne di più”.