Archivio mensile: ottobre, 2013

Eiaculazione precoce, il più delle volte NON E’ un problema medico

 

imagesEIACULAZIONE PRECOCE NON SEMPRE UN PROBLEMA MEDICO!

Con il termine eiaculazione precoce si fa riferimento alla difficoltà o l’incapacità da parte dell’uomo di esercitare un controllo volontario sull’eiaculazione.

E’ un disturbo abbastanza frequente, che almeno una volta nella vita, qualsiasi uomo ha sperimentato, soprattutto in età adolescenziale, durante le prime esperienze sessuali, che lo espongono inevitabilmente a un maggiore stress ed ansia da prestazione.

Accade spesso, infatti, che l’adolescente alle prime armi, abbia rapporti sessuali “brevi” e cioè faccia difficoltà a controllare l’eiaculazione al primo rapporto con la sua partner, ma nel contempo, abbia dei tempi di latenza ristretti  e che quindi poco dopo sia nuovamente pronto ad avere un rapporto con una durata e una percezione di soddisfacimento adeguata da parte di tutti e due i partner.

In questo caso non è possibile parlare di eiaculazione precoce.

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Si fa distinzione tra eiaculazione precoce primaria, se il disturbo si è verificato sin dall’inizio della vita sessuale del soggetto e secondaria se il disturbo è intervenuto in un secondo momento, dopo un periodo di vita sessuale appagante e soddisfacente.

Si parla poi di disturbo generalizzato o situazionale a seconda che si presenti indistintamente nella vita del soggetto oppure solo in determinate circostanze o con determinate partner.

Come si diagnostica?

Masters & Johnson sostenevano che un uomo soffre di eiaculazione precoce se eiacula prima che il partner raggiunga l’orgasmo in più della metà dei rapporti sessuali.

In seguito sono stati identificati altri criteri per definire l’eiaculazione precoce, ad esempio la durata del rapporto sessuale, la percezione di controllo sull’eiaculazione, la soddisfazione del partner e della coppia..etc…

Recentemente, ci si è basati su un criterio temporale, secondo il quale chi è affetto da eiaculazione precoce eiacula, mediamente in un tempo inferiore al minuto rispetto all’inizio della penetrazione.

E’ chiaro che questo è un criterio arbitrario, perché non racchiude tutti quei casi in cui vi è un rapporto con durata superiore al minuto, ma vi è anche una grande insoddisfazione da parte della donna, dell’uomo o della coppia stessa.

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Quali sono i criteri per riconoscerla?

Certamente ci sono dei fattori che sono implicati nel disturbo, come  l’età, l’emozione trasmessa dal partner, la frequenza e la durata dei rapporti, ma in linea generale e senza troppi tecnicismi, essere soggetti ad eiaculazione precoce significa raggiungere l’orgasmo prima di quanto si sarebbe voluto fare e spesso prima di aver trascorso con la partner tutto il tempo che si desiderava.

Non è nemmeno corretto prendere di esempio l’orgasmo della partner, perché se questa ad esempio ha necessità di venti minuti almeno di rapporto per essere appagata e l’uomo raggiunge l’orgasmo dopo quindici minuti, non è possibile parlare di eiaculazione precoce, tuttavia, l’uomo si sentirà frustrato, perché non si è saputo controllare come voleva.

Cause

Le cause dell’eiaculazione precoce possono essere di tipo organico o di tipo psicologico.

I media, attraverso una pubblicità ingannevole in cui si vedono due cerini insieme, nei quali uno prende fuoco troppo rapidamente, stanno infondendo in tutti gli uomini italiani, la convinzione che l’eiaculazione precoce sia prettamente un disturbo medico, ma non è così! la maggioranza dei disturbi eiaculatori maschili sono di tipo psicogeno. Purtroppo dietro a questo disturbo che tocca un aspetto asssai caro agli uomini, la loro virilità, ci sono moltissime persoen che cercano di lucrare proponendo rimedi della nonna, pozioni, libri, pillole e altri vani escamotage per evitare la terapia e quindi giocano sulla paura dell’uomo di andare dallo psicologo e dirgli “salve, ho questo problema..”

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Le cause organiche possono essere riferite ad ipersensibilità del glande, eventualmente accentuata da anomalie anatomiche esterne come la fimosi e il frenulo del pene corto, oppure a processi infiammatori come prostatite e vescicolite.

Vi sono poi patologie mediche associate all’eiaculazione precoce come la sclerosi multipla o il diabete mellito o altre patologie a carico della colonna vertebrale o del pene.

La causa quindi, può essere di natura biologica, ma il più delle volte è psichica;

Per quanto riguarda le cause psicologiche, si instaura un meccanismo vizioso per il quale, l’uomo vorrebbe controllarsi, ma fa difficoltà a riconoscere quel momento definito di “non ritorno” in cui l’eiaculazione poi si innesca in modo automatico.

Una volta avvenuto questo episodio, l’uomo avrà molta ansia al rapporto successivo e l’ansia contribuirà ad innescare il circolo vizioso.

Ovviamente la reazione del partner è determinante nel contribuire quale fattore facilitante o ostacolante, ma in ogni caso l’uomo si sentirà colpito nella sua identità maschile.

Un altro aspetto peculiare è rappresentato dall’impegno che questi uomini mettono nel cercare di distrarsi dai contenuti erotici, soprattutto prima dell’orgasmo, ma inevitabilmente non riescono a controllarsi.

L’ansia alla base di questo meccanismo vizioso è riconducibile a vari fattori e non ad uno solo:  traumi sessuali infantili, avversione nei confronti del femminile, divergenze di coppia, carenza di autostima,  paura dell’abbandono e del rifiuto,  ansia da prestazione, difficoltà ad esprimere le proprie emozioni, fattori psicologici predisponenti…. e via dicendo.

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Trattamento

Quali sono le terapie?

Ci sono terapie sessuali specifiche, come ad esempio la terapia “stop & start”, che si può associare all’uso di un farmaco idoneo.

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Questa terapia consiste in una serie di esercizi, che l’uomo deve eseguire insieme alla partner e che sono finalizzati al raggiungimento di un maggiore controllo.

In questi esercizi l’uomo deve raggiungere un’ erezione, ma si deve fermare prima di giungere all’eiaculazione, aumentano la capacità di tolleranza all’eccitamento.

In tal senso ci sono anche moltissimi esercizi che provengono dalle filosofie orientali come quelle tantriche, nei quali i due partner sviluppano una maggiore intimità, si guardano negli occhi seduti l’uno di fronte l’altro, nudi e si accarezzano, si stimolano, ma senza mai raggiungere l’orgasmo.

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I farmaci sono solo sintomatici, per questo la sola assunzione del farmaco, qualora il disturbo sia di origine psicogena è inutile. Inoltre non va assunto se non dopo una diagnosi, nella quale prima si devono escludere fattori medici, per i quali appunto occorre intervenire sulla casua medica e poi si valutano quelli psicologici.

Si consiglia, in tutti i casi, di integrare una terapia sessuologica alla quale abbinare anche una terapia di coppia, poiché alla base di questo disturbo, qualora si verifichi in coppia, possono esserci dinamiche conflittuali latenti e scarse capacità comunicative.

La fine di un amore:tra esperienza e perdita

Certamente si tende a presentare l’amore come un sentimento eterno e duraturo, ma questa convinzione potrebbe “tradire” una sapienza antica e cioè che l’amore, per sua natura, tende al cambiamento e quindi anche a finire.

Forse sarebbe più corretto dire che il desiderio di amare permane, ma può cambiare l’oggetto di questo sentimento, a meno che i due partner non siano capaci di mantenere nel tempo una progettualità comune, ossia di rilanciare il patto ad ogni fase evolutiva, sia essa individuale che di coppia.

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Anche il progetto può cambiare (revisione del patto d’amore), ma è importante che questo cambiamento sia comune, altrimenti può essere l’inizio della fine, preannunciato come abbiamo appreso, dall’ingresso di un terzo nella coppia.

Molto spesso la “consunzione” di un amore deriva  dall’aver troppo a lungo privilegiato l’aspetto edonistico e del piacere personale nella coppia, più di quello progettuale generativo, che portano l’individuo a perseverare nella ricerca di un’illusoria “unione primaria” cioè di quell’unione perfetta in cui potremo rivalerci di ogni nostra carenza affettiva.

L’altro non si rivela all’altezza di ricevere l’espressione dei nostri affetti, delle nostre debolezze e potrebbe essere indifferente o tradire le nostre “aspettative”.

Sono proprio queste aspettative, spesso basate su schemi di pensiero stereotipati e indotti dalla società e dai mass media a condurci irrimediabilmente verso una cocente delusione.

La coppia inoltre, è vissuta dalla collettività come una potenziale “minaccia”, è indipendente, basta a sè stessa, vive in una dimensione differente.

Nella sua autonomia, non ha bisogno di conferme esterne, anzi, può nutrirsi della contrapposizione trasgressiva alla norma sociale.

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Questa esperienza offre livelli di gratificazione così elevati, che sembra non esserci alcuna possibilità di risarcimento, qualora venga a mancare.

La fine del legame è vissuta come un improvviso svuotamento di senso, l’individuo è restituito a una quotidianità tanto più opprimente, quanto più intensa è stata la passione.

L’amante diviene un estraneo, i suoi pensieri sono altrove e in essi non c’è più posto per noi: siamo cancellati, “fatti fuori”.

E’ in questo momento che dall’esperienza dell’eternità veniamo precipitati di colpo in quella opposta della precarietà, della vulnerabilità, del dubbio di non esserci più, insomma di un vero e proprio “lutto”.

Nulla ci appartiene più quando l’altro si porta via la ricchezza della nostra anima e la bellezza del nostro corpo, infondo avendo avuto tutto dal partner, crediamo di “avergli dato tutto”.

Non ci rendiamo conto, che in questa richiesta e in questa “consegna” assolute, si trova il seme dell’ abbandono.

L’inevitabilità della rottura e il crollo dell’illusione non significano però che la vita solitaria rappresenti necessariamente una soluzione più realistica e più coraggiosa, ma il contrario, poichè occorre molto più coraggio a vivere in coppia che a vivere da soli.

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La vita di coppia è sempre esposta al tradimento, alla possibilità della fine.

I due membri della coppia rappresentano le due parti di un anello a incastro e fondano la loro relazione più sulla diversità che sulla somiglianza.

Per dirla in termini junghiani si tratta di due “tipologie” complementari.

Ognuno di essi rappresenta per l’altro la “parte mancante”, la parte in ombra della propria personalità.

Ognuno ricerca nell’altro la completezza del proprio essere, come nel caso della “costola” sottratta ad Adamo mentre dormiva e dalla quale nascerà la donna o nel mito dell’androgino descritto da Platone nel Simposio.

E’ “la perdita” perciò il motivo primario che spinge verso l’incessante ricerca dell’altro e di un ‘unione FUSIONALE, che nelle sue primissime fasi può esistere solo se l’altro si presta a soddisfare tutti i nostri desideri e ad incarnare le nostre aspettative.

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Se con gli anni, uno dei partner è riconosciuto solo nella misura in cui corrisponde alle esigenze dell’altro, questo resta ancorato ad un ruolo, non può mai essere sè stesso e il rapporto stagna in uno stato collusivo ed invischiante i cui entrambe i partner si fanno la guerra, “fusi” l’uno con l’altro in una massa indistinta, mossi dal rancore e dalla delusione che quell’ideale non esiste più.

In questi casi, il “tradimento” di chi è  ancorato ad un ruolo, è spesso l’unica possibilità che si intravede per cercare di riaffermare  confini e gli equilibri individuali.

Il progetto comune decade, il conflitto diviene SILENZIO ASSORDANTE, il “non dire” reprime ogni manifestazione di chiarezza e sincerità anche spiacevole, riducendo il dialogo ad una banale conversazione priva di senso.

Ogni volta che permettiamo al “non detto” di entrare nella nostra relazione, ci precludiamo la possibilità al dialogo, che rappresenta la strada maestra da percorrere, sempre che alla base vi sia la passione come unico elemento indispensabile.

Se ciò non si verifica, a parer mio, la passione finisce per perdersi e logorarsi nel conflitto o ancor peggio nel silenzio.

Siamo chiamati ad elaborare i conflitti, che nella coppia trovano espressione, sia che l’amore finisca per logorarsi, sia che la coppia decida di proseguire il suo cammino nelle diverse fasi del ciclo di vita familiare.

Ognuno di noi in questa vita ha l’unico compito di cercare di conoscere sè stesso quanto è possibile, nel tentativo di accedere ai propri conflitti, imparando a  comprenderli e a padroneggiarli, poichè nei momenti più delicati essi riemergono.

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In caso contrario, secondo il mio modesto parere, si finisce per chiudere una porta e aprirne altre, illudendosi di percorrere strade diverse, convinti che quel paradiso esiste davvero e che con un’altra persona sicuramente lo troveremo.

Torniamo indietro sui nostri passi e come in un labirinto, ripercorriamo gli stessi sentieri, ad altre velocità, con mezzi più confortevoli, ma alla fine, confusi, stanchi ed impauriti, ci accorgiamo come in un incubo e con amara delusione di trovarci nuovamente al punto di partenza, sempre davanti allo stesso bivio.

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Bibliografia

 

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