Allattare a richiesta, si FINO A QUANDO? Alto Contatto e Natural Parenting: cosa ne pensa la Psicologia dello Sviluppo?

QUALE CONTRIBUTO PUO’ DARE LA PSICOLOGIA ALL’OSTETRICIA, LA PUERICULTURA E LA GENITORIALITA’?

Rivalutiamo la psicologia e la moderna psicoanalisi nell’ambito della genitorialità

premessa

LA PSICOANALISI NON E’ UNA MATERIA VECCHIA E SUPERATA IN AMBITO DI GRAVIDANZA, ALLATTAMENTO E GENITORIALITA’ ED E’ PROPRIO SUGLI STUDI DELLA PSICOLOGIA EVOLUTIVA E LA PSICOANALISI CHE SI BASA LA PEDAGOGIA.
LA PSICOANALISI IN PARTICOLARE NON SI E’ FERMATA A FREUD E GLI STUDI IN AMBITO DI PSICOLOGIA EVOLUTIVA SONO ATTUALISSIMI: INFANT RESEARCH (DANIEL STERN), TEORIE DELL’ATTACCAMENTO (BOWLBY), TEORIA DEL TRAUMA RELAZIONALE (BROMBERG), PSICOANALISI RELAZIONALE (MITCHELL), TEORIE PSICOANALITICHE DI WINNICOTT.

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La psicoanalisi non è una materia obsoleta in ambito di puericultura , allattamento e genitorialità, non propone modelli o teorie rigide che colpevolizzano le madri, non le costringe ad adeguarsi a severe regole sulle tappe di sviluppo, non le rende ansiose e non promuove un modello a basso contatto, anzi incoraggia gli approcci ad alto contatto e si oppone alle precoci separazioni, ma ponendosi sempre dei ragionevoli limiti.
Tali limiti sono considerati assolutamente marginali secondo alcuni movimenti di pensiero e associazioni che promuovono approcci naturalistici ed ad alto contatto in ambito di gravidanza, ma soprattutto di allattamento e genitorialità.
Il problema non è la divergenza di pensiero, la psicologia evolutiva moderna infatti incoraggia assolutamente l’alto contatto, ma l’estremizzazione di queste teorie.
Il voler aderire ad un modello estremo ad alto contatto, senza valutare la situazione e la triade madre-figlio – padre nella sua reale soggettività, a mio parere (come madre e psicologa) genera ansia e insicurezza nelle madri e può rappresentare una sorta di terrorismo psicologico, tanto quanto le vecchie teorie in ambito di puericultura. In alcune madri rinforza alcune patologie o atteggiamenti disfunzionali connessi con la maternità come la depressione post-partum la psicosi puerperale sul piano individuale e sul piano della coppia e della famiglia può contribuire a generare crisi e conflitti che si riversano poi sui figli.
E’ ciò che sta avvenendo con le teorie naturalistiche ed alcuni movimenti a sostegno delle mamme, che hanno studiato o seguito brevi corsi in ambito di puericultura e che estremizzano le teorie che studiano al fine di evitare quanto più possibile il processo di separazione dai figli.
Queste teorie in realtà sono molto valide e molte di queste sono proprio psicoanalitiche ed etologiche (Winnicott, Bowlby..etc.).
La colpa pertanto non risiede nelle teorie stesse, ma in chi se ne fautore estremizzandole, senza avere un titolo di studio – o avere alle spalle un gruppo di colleghi che effettuino un’adeguata supervisione al fine di poter discernere di cosa si stia parlando, della serietà di certi argomenti, ma soprattutto delle conseguenze e i danni psicologici che determinati azzardi potrebbero determinare.
Quando si tratta di bambini, la leggerezza non è ammessa, bisogna leggere e informarsi, senza affidarsi ad occhi chiusi.
Questo vale per medici, psicologi, ostetriche, psicoanalisti, pediatri e quindi per i peer tutor, per tutti.

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Il sostegno e l’aiuto di una mamma e/o di un gruppo di pari è validissimo, è più facile ed accessibile di quello di un professionista, ma questa non è una giustificazione per essere superficiali e non assumersi le responsabilità del proprio ruolo di genitore, soprattutto se all’interno troviamo esperti di ogni genere che spuntano come funghi, in primis le madri che della maternità hanno fatto un mestiere.
Ciò è molto apprezzabile, e di base deve esserci la fiducia, ma chiunque si appassiona ad una materia ha il desiderio di approfondire e studiare e fa seguire ad un desiderio anche l’adeguata formazione. Quindi in primis controlliamo chi ci sta dicendo cosa e a che titolo.
In generale l’approccio relazionale, oggi definito “natural parenting”, propone alle madri una chiave di lettura molto semplice e valida nel rapporto con il figlio e cioè affidarsi al loro istinto di madri, non aderire a rigidi protocolli di sviluppo in base all’età, ma cercare di andare quanto più incontro ai bisogni del bambino che nasce già come competente (non è un vaso vuoto da riempire, o un robot da addestrare).

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Per questo si raccomanda di farlo nascere in un contesto relazionale e ambientale sano, naturale, scevro da conflitti, da forzature precoci – soprattutto in merito al parto – si consiglia di riaffidare alla donna il suo naturale potere di ESSERE, lasciando che sbocci insieme al figlio e che segua la sua naturale evoluzione perché per ognuno questo processo ha un esito e modalità differenti.
In tal senso si incoraggia la nascita secondo natura, nel rispetto della donna e del bambino, di portare in fascia, allattare a richiesta, praticare il co-sleeping e comunque di promuovere quanto più il contatto naturale, di pelle, di odori, un contatto di amore, di sguardi, di condivisione. Una madre che c’è, che risponde, che antepone il figlio ai suoi bisogni e che è attenta, responsiva ed interventiva, senza farsi troppi pensieri.
La moderna psicoanalisi è perfettamente in accordo con questa modalità di pensiero, (anche perché molte delle teorie a cui questo filone di mamme si rifà è proprio quello psicoanalitico), con l’esigenza di promuovere un attaccamento sicuro, di allattare, di donarsi, di esserci, senza preoccuparsi troppo di VIZIARE il bambino e in tal senso è in perfetto accordo anche con la moderna ostetricia, che è anch’essa vicina all’antica filosofia della levatrice e della sua importanza nel rapporto con la donna e nella “nascita” sia del bambino che della donna.
La levatrice è colei che ELEVA e LEVA, è colei che sa riconoscere una madre in difficoltà e sa assisterla. Sempre. Non solo durante il parto.
In alcuni dei gruppi che aderiscono ad una visione più naturale del parto o che se ne fanno mentori tuttavia, emerge una chiara opposizione verso la psicoanalisi e chi la professa, perché se la psicoanalisi appoggia certamente un sano rapporto di amore e fiducia tra madre e figlio è anche molto attenta ai confini, alle dinamiche di coppia, all’importanza della figura paterna, che in questa visione estrema della simbiosi madre-figlio è chiaramente messa in ombra – e all’esigenza dei figli di sviluppare una loro autonomia affettiva; per questi motivi la psicoanalisi si dissocia da qualsiasi forma di estremizzazione della dipendenza del neonato e della simbiosi madre-figlio.
Questa estremizzazione è stata involontariamente incoraggiata, dalle preziose indicazioni dell’OMS sull’allattamento e sul suo valore nutrizionale, emotivo ed affettivo, fondamentale per la crescita e la salute psichica ed immunitaria del bambino.
L’OMS dichiara che è bene proseguire l’allattamento oltre i sei mesi e per “almeno 2 anni” ed è dietro questo “almeno” che nasce la diatriba sui tempi di proseguimento dell’allattamento. Non essendo tracciata un’ età di riferimento netta in cui iniziare a pensare di smettere, si è data la possibilità ad alcune mamme di estremizzare il concetto di naturalità
Questa estremizzazione tuttavia non riguarda solo l’allattamento, ma il parenting in generale, ci si è spostati totale interventismo degli anni 60/70 al completo NON INTERVENTISMO.

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Si lascia cioè decidere tutto al bambino: quando staccarsi dal seno, quando e cosa mangiare, cosa fare, quando alzarsi etc…, perché si sostiene (giustamente) che il bambino sia competente già dai primi anni di vita e in tal senso perciò sappia quando è giusto per lui/lei staccarsi dal seno, uscire dal lettone etc..
Il bambino tuttavia è competente a livello RELAZIONALE, le competenze cognitive si sviluppano pian piano e poggiano proprio sul sostegno dell’adulto come “facilitatore”.
In questi gruppi non ho perso occasione per dichiarare apertamente il fatto che ho partorito in casa, ho praticato allattamento a richiesta e co-sleeping, ho portato in fascia e ancora oggi sono assolutamente una madre interventiva, ad alto contatto, presente ed affettuosa che antepone certamente e con piacere il suo ruolo di madre e di donna a tutto il resto, ma nei limiti, mi auguro, dell’umana sanità mentale e per questo mi appoggio sempre alla mia ostetrica.
In qualità di professionista, mi sono spesso scontrata con alcune mamme o peer tutor su gruppi e forum a sostegno delle mamme, rispetto ai limiti, soprattutto in ambito di allattamento.
Nel consigliare alcune povere mamme alle prese con la fine dell’allattamento, sono stata pubblicamente offesa e poi censurata. Queste mamme sostengono che NON ESISTONO TABELLE DI SVILUPPO CHE INDICHINO LE ETA’ IN CUI I BAMBINI EVOLVANO O PASSINO DA UNA FASE ALL’ALTRA DELLO SVILUPPO, che la psicoanalisi è obsoleta e le sue teorie assolutamente ridicole, perché bisogna affidarsi solo alla natura e che io dando un parere professionale stessi influenzando le madri a smettere di allattare. Parliamo di madri con bambini di 4/5 anni.
Rammento che gli psicologi hanno un’abilitazione professionale per fornire pareri, soprattutto se richiesti.

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La psicoanalisi non è una teoria obsoleta e gli psicologi non sono dei “nemici” dell’allattamento o della visione ad alto contatto.
Una qualsiasi teoria dello sviluppo, di qualsiasi stampo o approccio, traccia delle linee guida indicative rispetto allo sviluppo del bambino o le sue tappe di acquisizione.
Accettiamo che venga fatto con le acquisizioni motorie e cognitive ma non affettive e psicologiche, perché?
Gli studi alla base di queste teorie si rifanno alla fisiologia, alla neurobiologia, alla psichiatria, alla psicoanalisi e alle teorie etologiche dello sviluppo.
Un’altra accusa che è stata mossa alla psicoanalisi è che è una materia difficile che parla attraverso paroloni e che non è assolutamente applicabile nella pratica.
Ciò non è vero, perché la moderna psicoanalisi parla in termini molto pratici, si veda ad esempio il testo “LA FAMIGLIA E LO SVILUPPO DELL’INDIVIDUO” di Winnicott Collana Psico-Pedagogica G.Bollea, che parla come parlerebbe un padre, un pediatra di famiglia alle persone e non come un filosofo ermetico.
Vorrei precisare che Donald Winnicott, le cui teorie sono molto in auge, è stato una grande psicoanalista e si è occupato principalmente di sviluppo, puericultura e genitorialità e che la psicoanalisi non è morta con Sigmund Freud, ma SI E’ EVOLUTA e si muove in un contesto RELAZIONALE, con autori come Nancy Mc Williams, Broomberg, Mitchell, Siegel, Stern ed sostenuta in Italia da autorevoli psicoterapeuti come Lingiardi, Ammaniti ed altri.
La psicoanalisi relazionale è una corrente psicoanalitica nata negli Stati Uniti che enfatizza il ruolo delle relazioni dell’individuo con gli altri.
Occorre perciò uscire dagli stereotipi sulla psicoanalisi, dimenticando Freud e il suo divanetto, anche se a lui dobbiamo molto di quello che oggi sappiamo in ambito psicodinamico e per questo forse un po’ di rispetto non guasterebbe.
Il fattore “scomodo”, la verità che infastidisce e che porta questi gruppi di mamme a svalutare e additare la psicoanalisi come obsoleta è il fatto che la psicoanalisi moderna, così come anche la pedagogia moderna (Erik Erickson, Bruner) tracciano delle linee di sviluppo del bambino, indicative, ampie, soggettive, ma certamente ESISTENTI.
Ci rifacciamo a dei modelli indicativi, per l’acquisizione delle competenze cognitive, motorie etc, ma poi rifiutiamo quelle relative alla psicologia, perché?
Se è vero che occorre rifarsi alla naturalità, lasciare che sia l’istinto a fare tutto come anche lasciar libero il bambino di muoversi verso l’autonomia quando si sente pronto, cosa dire delle mamme leonesse, che allattano i loro cuccioli , ma poi li scacciano per favorirne il distacco e la crescita? Sono madri egoiste e nevrotiche?

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Noi non siamo animali e il nostro processo evolutivo richiede chiaramente molto più tempo ed è molto più complesso, ma gli animali ci insegnano, anzi le leonesse ci insegnano come sia possibile essere una madre presente, affettuosa, ma anche severa.
Più che altro le leonesse non hanno strutture corticali così complesse come le nostre e per questo possono vivere naturalmente senza rischiare di alterare il senso della natura.
Il bambino nasce e cresce muovendosi verso la sua autonomia e il compito primario di un genitore (madre o padre che sia) è quello di dargli nutrimento amore calore, ma anche intercettare i suoi bisogni e fornirgli strumenti adeguati alla sua soggettività, carattere e livello di sviluppo, permettendogli di esprimersi liberamente.
Il cervello umano, soprattutto per quel che riguarda l’aspetto emotivo, si sviluppa principalmente nei primi anni di vita (0/3) ed è quindi corretto essere madri presenti, se possibile non separarsi da lui/lei troppo precocemente, fornendogli opportunità di relazioni di qualità, contatto e calore, senza dimenticare però che le neuroscienze definiscono “critiche” quelle fasi di crescita in cui il bambino è pronto ad acquisire nuove capacità e fare nuovi apprendimenti.
E’ nostro dovere pertanto, intercettare i segnali che il bambino ci manda, fornirgli degli stimoli di crescita adeguati, non forzarli a permanere in una fase di sviluppo (quella dell’attaccamento primario, della fusione madre-figlio) oppure non incoraggiarli a progredire, aiutandoli a svincolarsi da una fase dalla quale fano difficoltà ad uscire.
Noi ci prestiamo alla totale dipendenza con loro affinché crescano, si nutrano di noi, per poi vivere liberamente, in tal senso si “appoggiano” a noi, Bruner parla di SCAFFOLDING.
Noi siamo i genitori e quindi dobbiamo, volenti o nolenti assumerci delle responsabilità, una tra queste decidere e stabilire qualche regola, affidarci alla ciclicità degli eventi e della vita senza restare “attaccati” ad una fase, impedendo al bambino di evolvere.
Molte di queste mamme, sostengono che i loro figli sono più autonomi proprio perché allattano ad oltranza e sono assolutamente interventive, ma mi chiedo, come può definirsi sicuro, un bambino che a 4/5 anni ancora dipende dal seno materno per calmarsi, consolarsi e autoregolarsi? Come può ciò non interferire con le crisi evolutive che deve affrontare in quell’età e cioè la scolarizzazione, l’acquisizione dell’autonomia, il confronto con i pari etc..? Come può imparare ad empatizzare e a relazionarsi con gli altri un bambino che non può apprendere modalità differenti per manifestare il suo affetto?
Si parla di casi estremi, è chiaro. Ma è proprio quelli che da psicoanalista mi spaventano e che sollevano la mia etica professionale rispetto ai diritti del bambino.
Come può essere sicuro un bambino a cui affidiamo la totale responsabilità di decidere quando sia più giusto per lui staccarsi dal seno?
Se ciò accade naturalmente nei tempi o anche oltre i tempi ben venga, ma se non accade? E se accade quando ha 6/7 anni?
Quando costruiamo le nostre case, costruiamo dei confini, perché il confine non è solo un limite, una forzatura, ma anche un rassicurante abbraccio.
Se i confini sono naturali, siamo fortunatissimi, ma se non ci sono, che male c’è a costruirli?
Il nostro cervello per svilupparsi ha bisogno di ritmi prevedibili e regolari, tutto ciò che è caotico, imprevedibile e non delimitato determina caos mentale nel bambino, confusione, frustrazione e rabbia.

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Noi psicoanalisti siamo abbastanza soliti assistere alle crisi di rabbia di bambini in conflitto con il distacco da una madre che è oppressa dai sensi di colpa e che non vorrebbe mai deludere il figlio o mostrarsi ai suoi occhi “la cattiva”.
I bambini necessitano di regole per vivere sani, di prevedibilità, di aiuto per gestire la frustrazione.
Il cervello si sviluppa in modo sequenziale ed ha un ordine gerarchico, le prime funzioni che si sviluppano sono quelle di regolazione che sono collocate nelle aree inferiori del cervello (cervello arcaico – tronco encefalico e diencefalo).
E’ sacrosanto favorire una lenta eso-gestazione ed accorrere ogni volta che un bambino piange per un bisogno fisiologico, emotivo etc, ma è pur vero che il cervello per svilupparsi necessita una stabilità e una prevedibilità delle routines.
Per come dire amore e regole. Uno senza l’altro non funzionano e una carenza (molto grave s’intende) in tal senso compromette il corretto sviluppo dei sistemi di regolazione, che si traduce in eccesso di arousal, iperattività, impulsività, incapacità di controllarsi, disturbi del sonno, etc..
Come possiamo insegnargli a gestire la frustrazione se nemmeno noi siamo in grado di gestire le nostre e cioè di lavorare sui nostri sensi di colpa come madri?
Come facciamo ad insegnargli a gestire la RABBIA se noi non vogliamo provarla e non ci permettiamo di provarla? Inoltre, dove va a finire quella rabbia repressa? E se attivasse delle inconsce dinamiche di pretesa e di aspettativa verso i figli, rispetto a tutto l’amore dato e non consentito a se stesse?
Sono scettica nel credere a quelle donne che asseriscono di non avere esigenze individuali oltre all’assistere in figli, perché sono quasi sempre le madri che poi hanno aspettative sui figli e le aspettative, a volte pesano tanto quanto le carenze.
Un bambino senza regole non si sente sicuro e amato.
Ecco che la psicoanalisi invita le donne e le madri ad appoggiarsi ai partner, ai padri e alla rete di sostegno.
Il padre è colui che fa rinascere il figlio, perché è colui che “taglia il cordone” con la madre e questo non è un gesto feroce e insensibile, ma uno dei più grandi atti di amore che l’uomo possa fare alla donna.

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Lei lo partorisce e lui gli dona la libertà. Il padre è colui che insegna, che porta FUORI, che aiuta la madre quando è stanca, quando la simbiosi diviene pesante o aiuta la donna a riconoscere che questa simbiosi esiste.
Troppe volte nel mio studio ho incontrato coppie i cui uomini erano stanchi della simbiosi che la donna aveva instaurato con il figlio/a, che impediva una sana vita di coppia. Le donne simbiotiche vi diranno che loro non sentono altra necessità che stare coi loro figli e che non sarebbero in grado di divertirsi fuori casa sole con i mariti. Chiediamoci perché?
I figli hanno bisogno di vivere in un contesto relazionale ed affettivo sano, ivi inclusa la coppia genitoriale, per questo ogni coppia dovrebbe avere a cuore la sanità del proprio amore, perché è sulla coppia che poggia il bambino, non solo sulla madre e spesso una madre sola, può cadere nella tentazione di ripiegare affettivamente sui propri figli.
Le donne simbiotiche sopprimono totalmente la loro individualità per i figli e tal riguardo Winnicott sosteneva che questo atteggiamento può essere dannoso, perché un figlio ha bisogno di rifarsi ad un modello di persona oltre che di madre o padre e quindi mostrargli che siamo persone che si occupano di se stesse, che hanno hobby, passioni, mestieri, non è trascurarli, ma dar loro un buon esempio di buona autostima.
La madre ottimale è SUFFICIENTEMENTE buona.
Cosa significa sufficientemente buona?
Che deve essere presente, rispondere al pianto del bambino, ma che necessariamente prima o poi, dato che è UMANA, FALLIRA’ e che questo piccolo fallimento è sano perché promuove lo sviluppo psicologico del bambino, inferendogli una ferita narcisistica, gli insegna che la vita è anche frustrazione, che le gengive fanno male, ma poi esce un dente e questo gli permetterà di AFFERRARE la vita, di MORDERLA e di viverla, non solo guardarla attraverso gli occhi di un altro.
La ferita narcisistica e la separazione se sono sane e se sono seguite da un desiderio di riparazione attivo, promuovono un attaccamento sicuro, mentre incoraggiare attaccamenti dipendenti genera adulti dipendenti, insicuri e con scarsa autonomia, così come li genera l’abbandono, la precoce separazione, l’eccessiva durezza.
Un bambino che non può esprimere la sua personalità o manifestare autonomia è un bambino che sviluppa un Falso Se, per compiacere la madre o il padre, perché è amato solo se DIPENDE.

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Ci si preoccupa sempre della mancanza di amore, dimenticando che l’eccesso di amore è altrettanto dannoso e come l’abbandono, l’ipercuria è annoverata tra gli abusi psicologici all’infanzia (vedi psicopatologia dello sviluppo, Ammaniti).
Con questo vorrei solo spiegare alle mamme che la virtù è sempre nel mezzo.
L’equilibrio tra lo yin femminile e lo yang maschile è la chiave dell’equilibrio e della misura in tutto.
Una madre buona è una madre serena e sana, che si pone dei quesiti, che si interessa, che si offre in tutto e per tutto, ma che sa porsi dei limiti e sa porli ai figli, che non si sente onnipotente, che si fa aiutare dal marito, dall’amica, dalla tata se serve, che si affida a professionisti certificati se sta in difficoltà e che mette in discussione anche loro se serve, ma che ragiona con la sua testa, con la logica del buon senso, che ama il suo lavoro, ma sa anche ritagliarsi spazi per suo figlio/a, che non ha paura di concedersi, perché è anche capace di porsi del limiti. Soprattutto è una donna che vive una relazione di coppia se esiste e sa dargli il giusto valore, senza entrare in logiche di competizione e stereotipi rispetto alla superiorità del ruolo materno rispetto a quello paterno.
In tal senso la psicoanalisi sconsiglia allattamenti che procedano oltre i (18/24 mesi di vita), non ha paura di dirlo, perché la psicoanalisi da sempre si assume responsabilità molto fastidiose.
Il fatto di porsi dei limiti è dato dall’evidenza di molte teorie sullo sviluppo psicologico ed affettivo del bambino, che non fanno capo solo a Freud, ma a studi molto più recenti e moderni.
Ricordo infine che la moderna psicoanalisi a cui si rifà alle neuroscienze e studia il cervello del bambino dalla nascita nel suo evolversi, soprattutto ne studia le funzioni e le sue alterazioni in caso di trauma e abbandono. (La mente RELAZIONALE, Neurobiologia dell’esperienza interpersonale – Siegel).
ERIK ERIKSON
http://www.mediazionefamiliaremilano.it/psicologia/sviluppo_psicosociale.shtml
DONALD WINNICOTT
https://it.wikipedia.org/wiki/Donald_Winnicott
BROMBERG
http://www.marianoenderle.it/lapproccio-interpersonalerelazionale-di-p-bromberg-trauma-dissociazione-e-uso-dellenactment/2013/08/20/
http://www.neuroscienze.net/?p=3770

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