Amare è Tradire di Ada Cortese

Fonte: www.geagea.com

Può il tradimento rappresentare un desiderio di trasformazione?

Vorrei sottoporre ai miei lettori questo articolo interessante sul legame tra il tradimento e l’amore, tra la crescita e la rottura dei legami simbiotici.

Buona Lettura!

AMARE È TRADIRE

L’aspetto evolutivo del tradimento

Amore e Tradimento sono due termini che “istintivamente” viviamo come negatori l’uno dell’altro. Vedremo in seguito quanto sia falsa questa impressione.

Azzardiamo una “sistematica” che ci permetta di muoverci dialetticamente all’interno di queste due categorie, amore e tradimento, alla ricerca della relazione che esiste tra i due termini e in particolare del loro rapporto di necessità e di interdipendenza.

Alla parola amore il dizionario ci suggerisce:

“dedizione appassionata ed esclusiva, volta a perseguire felicità, benessere e stabilità”.

E’ una delle definizioni e tutt’altro che soddisfacente anzi riduttiva e semplicistica perchè fa pensare all’amore in termini di turba passionale. Sicuramente è anche questo. Sicuramente non si esaurisce certo in questo.

Basti pensare alla bellissima esposizione che Platone, da parecchi secoli ormai, ci ha lasciato nel “Convivio”, soddisfacente non foss’altro perchè egli presenta un dispiegamento lungo le configurazioni dell’amore partendo dall’amore particolare personalizzato, passando di stadio in stadio, all’amore sovrapersonale, per il Bello, per la Conoscenza, per l’Universale.

Ad ogni buon conto Amore resta comunque una delle parole più difficili da definire al punto che senza un predicato, che ne precisi il contesto o l’oggetto verso cui è rivolto, non possiamo a priori comprendere di cosa si stia parlando.

Parliamo sempre di amore: amore di Dio, amore per la conoscenza, amor patrio, amore materno, amor proprio ed infine l’ amor “che a nullo amato amar perdona”…

L’amore è anche crudele. Ma sempre ed in ogni caso facciamo riferimento a uno speciale investimento energetico, vitale e libidico verso, per l’appunto, l’oggetto dell’ amore.

Del tradimento invece cogliamo una maggiore specificità in quanto esso definisce l’azione con la quale l’Amore, a prescindere da ciò di cui si sta parlando, si trasforma e si trasferisce da un oggetto d’amore ad un altro oggetto d’amore, da una dimensione ad un’altra, da un livello di consapevolezza ad un altro più elevato.

Anche se, come vedremo in seguito, esso viene vissuto immediatamente come distruttore dell’Amore, in realtà esso rappresenta il motore della sua trasformazione. Il sentimento che scaturisce dal tradimento “subito” assomiglia al nostro vissuto verso la Morte che soggettivamente avvertiamo come negatività, come perdita e non come necessità universale.

Per comprendere il verbo “tradire” nella sua generalità, non si può prescindere dal suo significato etimologico: Tradire deriva dal latino “tradere” e porta con sè il significato di “consegnare”. Tradire, in sostanza, significa modificare o abbandonare una consegna, un ordine, una regola, un sistema precedenti, in nome di una nuova “consegna”, di un nuovo ordine, di un nuovo sistema. Si abbandona al vecchio e ci si “consegna” al nuovo. Esso sancisce dunque il dramma del passaggio dal vecchio al nuovo e quindi in sostanza l’eterno dramma del processo evolutivo.

Il tradimento ha dunque sempre ha che fare con l’abbandono di precedenti regole o configurazioni a favore della novità.

Quando la nuova regola o configurazione si afferma il tradimento si trasforma in tradizione: l’amore non muore ma si è spostato ed adattato al nuovo e, in virtù dell’adattamento operato, tenderà a conservare l’ultima consegna; l’amore tenderà a restare nel tempo aderente ad essa fino al prossimo ed inevitabile tradimento.

Proprio questo è il significato etimologico della tradizione: essa è la storia dei tradimenti passati, fin qua consumati e sintetizzati nell’ultima consegna, fino a che essa resta “legalmente” in vigore.

Amore e Tradimento rappresentano quindi i due momenti fondamentali del divenire.

– Il primo privilegierebbe, secondo l’ottica da me abbracciata in questa analisi, l’adattamento, il consolidamento delle determinazioni conseguite.

– Il secondo restituisce la sempre provvisoria solidificazione delle forme alla dinamica evolutiva.

Vorrei introdurre una fondamentale distinzione per evitare che l’attenzione venga portata via verso facili ed inutili distrazioni. Distinguiamo i rapporti umani secondo due fondamentali modi anche se, sappiamo che la vita non separa mia in maniera netta e rigida:

– rapporti d’amore

– rapporti di potere.

Chiamiamo rapporti d’amore quelli che veicolano a costo di sofferenze novità e ricchezza di vita individuale e di rapporto. Chiamiamo rapporti di potere quelli che veicolano solo dinamiche ombrose egoriferite. Va da sè, dunque, che qui non si parla delle piccole e meschine dinamiche tipiche dei rapporti di potere e riassumibili in metafore del tipo “fare le scarpe”, “pugnalare alle spalle” in cui in nessun caso sono ravvisabili i segni del vero e spirituale tradimento.

Ciò premesso, dal punto di vista del coinvolgimento emotivo, e solo per praticità espositiva, distingueremo la nostra analisi in due momenti che, per comodità e impropriamente (perchè in realtà non è possibile scindere i due momenti) , definiremo macrocosmico il primo, microcosmico il secondo:

-l’approccio macrocosmico ci permette di osservare, senza implicazioni personali, l’azione delle due categorie (amore e tradimento) a livello di grandi sistemi: universo, specie, società, scienza, pensiero e conoscenza.

– l’approccio microcosmico ci permette di vivere le due categorie mentre esse operano in situazioni relazionali, interiori ed empiriche che siano, quando ci coinvolgono affettivamente. In questo caso non è possibile scindere il processo osservato dall’osservatore.

Nell’approccio macrocosmico, caratterizzato dalla percezione soggettiva esterna al processo osservato, non abbiamo difficoltà a riconoscervi necessità e ineluttabilità’.

Sappiamo perfettamente riconoscere nelle due categorie introdotte, e come già anticipato, i sinonimi della conservazione e della trasformazione a livello universale dell’Essere.

“Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma”: l’evoluzione passa attraverso le fasi dell’amore (l’adattamento e il consolidamento del nuovo stato raggiunto) e del tradimento di questo stato per passare ad una nuova configurazione. Gli esempi verso i quali siamo disposti a riconoscere il sacrificio del vecchio a favore del nuovo si sprecano.

Accogliamo positivamente la sortita di Cromagnon a sostituire Neanderthal che pure aveva rappresentato rispetto al Pitecantropus erectus l’allora novità vincente.

Non abbiamo difficoltà a riconoscere il valore trasformativo della Rivoluzione Francese quando tradì la vecchia consegna sociale in nome delle nuove categorie di libertà fraternità ed uguaglianza.

E poi, Ulisse che attraversa le colonne d’Ercole (ne comprendiamo il significato simbolico) , il gesto di Spartaco, disobbediente antico che si emancipa dalla schiavitù, il viaggio di Colombo, Copernico, Galileo e così via.

Tutti eventi o trasgressioni da noi sufficientemente distanti e quindi in grado di essere accolti e valutati oltre il loro contenuto di sofferenza e da un’ottica che trascende ogni immediato egoriferimento.

Sappiamo dalla storia che noi ereditiamo tradizione e abbiamo per compito esistenziale il tradimento.

Sappiamo che l’evoluzione è trasformazione dell’amore.

Le cose cambiano quando il punto di vista dell’osservatore non è esterno alla vicenda osservata e vissuta.

Dall’interno di questo universo microcosmico assistiamo in genere ad un rovesciamento del giudizio e all’obnubilamento della coscienza preda dell’inferno pulsionale e dell’atteggiamento unilaterale: se v’è amore non deve esservi tradimento; se c’è tradimento non si vede amore!

Il tradimento, che fin qui non abbiamo avuto difficoltà a riconoscere come necessario e inevitabile a livello macrocosmico, si trasforma, nelle vicende relazionali che ci coinvolgono affettivamente, in tabù: non solo non necessario ma assolutamente da evitare, una sorta di insopportabile corona di spine accompagnata dai calici più amari!

Occorre intanto ribadire che anche nel contesto a noi più vicino, quello che ci chiama in causa personalmente, le forme di tradimento che si consumano sono tante quanto sono i cosiddetti oggetti d’amore in cui può essere investita la nostra libido. Cito alla rinfusa il tradimento:

– del compagno – verso se stessi – dei genitori – della nascita – della natura matrigna quando colpisce nel corpo – delle proprie idee per quieto vivere.

– ecc.

Ma al di là del contesto relazionale di volta in volta diverso, il tradimento è nella sua dinamica fondamentale sempre lo stesso:

Il tradimento ha a che fare con lo spostamento dell’amore e quindi della conoscenza. Ogni nuova conoscenza, che sempre si realizza in ambito relazionale vuoi interiore, vuoi empirico, vuoi affettivo, vuoi intellettuale, implica un TRADITORE ed un TRADITO. L’uno, il TRADITORE che consegna l’altro al nuovo, uccidendolo simbolicamente alla vecchia identità, – e lo uccide perchè ha già ucciso se stesso essendosi egli stesso consegnato al nuovo – e l’altro il TRADITO, il consegnato, che accetta la nuova consegna, l’accoglie e, in ciò facendo, riconosce come necessaria l’UCCISIONE che il traditore gli ha procurato. Ma nell’atto di riconoscerla, già se ne libera.

Si libera dell’omicidio subito, della volontà esterna e lo trasforma in un SUICIDIO ma suicidio inteso come SACRIFICIO, come morte voluta, morte riconosciuta nel suo senso, nella sua SACRALITA’.

Affinchè il tradimento venga consumato fino in fondo, affinchè esso si manifesti interamente, è necessario che vi siano entrambi i momenti: quello dell’UCCISIONE inevitabile e quello della morte simbolica come SACRIFICIO.

Questa sarebbe la condizione coscienziale ideale necessaria in entrambi i coinvolti per trarre il massimo frutto da una vicenda così dolorosa.

Citiamo qualche grande tradimento. Noi sappiamo che fece bene Socrate a rifiutare la magnanimità del popolo greco – attraverso i suoi giudici – che l’avrebbe risparmiato alla morte se solo avesse ritrattato i suoi principi nuovi, i contenuti del suo tradimento; bene fece anche il popolo ateniese – attraverso i suoi giudici – a condannarlo come perturbatore dell’ordine costituito, bene fecero entrambi a fare ciò che fecero perchè entrambi rappresentavano i due momenti fondamentali e necessari l’uno all’altro – conservazione e tradimento – attraverso cui si dispiega l’evoluzione dell’essere.

E siccome il tradimento fu consumato fino in fondo Socrate non morì da solo. Con lui morì anche il popolo ateniese e greco perchè restò pregno del nuovo principio coscienziale che Socrate aveva portato. E lo aveva portato restando coerente fino in fondo e così il nuovo principio giunse a minare alle basi il vecchio ordinamento. Il popolo greco si trovò consegnato alla novità: riconobbe il salto coscienziale che grazie a Socrate fin là fissato all’immagine dell’infamia (il traditore è sempre l’infame per eccellenza) , grazie al traditore fu in grado di compiere. Accadde allora che Socrate venne riscattato, redento e recuperato, liberato dall’infamia cui si associa il ruolo di traditore per essere riconosciuto per quello che fu: strumento evolutivo, di conoscenza, dell’Essere.

Anche Cristo non morì solo. Egli costrinse al nuovo tutto il popolo ebraico. Ed ebbe in ogni caso bisogno di il quale Giuda lo seguì quasi nello stesso momento. E anche qui troviamo lo stesso rapporto di interdipendenza, di necessità l’uno dall’altro. Cristo ha avuto bisogno di Giuda. Cristo è responsabile della morte di Giuda. E Giuda ha accettato di uccidersi e di sacrificarsi perchè Giuda riconobbe il valore della vicenda di tradimento che si stava consumando insieme a Cristo. Quindi Cristo ha ucciso Giuda proprio come Giuda ha ucciso Cristo e Cristo accettò questa uccisione e la trasformò in morte voluta, in sacrificio.

Non sto andando fuori tema: avevo introdotto il mondo microcosmico dei tradimenti “privati”, dei tradimenti nella coppia! Io credo non sia improprio il riferimento a questi grandi tradimenti. Tutt’altro perchè ciò che avviene in una vicenda “anonima” e privata di coppia non è altro! E’ sempre lo stesso dramma universale. Non è assolutamente altro da quello che è successo tra Socrate e il popolo ateniese o tra Cristo e Giuda e tra Cristo e il popolo giudaico. Anche nella vicenda di tradimento che ci coinvolge con la persona che più amiamo, siamo davanti allo stesso dramma universale tra due opposte e altrettanto legittime ragioni: da una parte l’esigenza di superare un problema di iniquità, di procedere dunque verso sempre maggiore “giustizia” e libertà, è semplicemente l’esercizio di un diritto ritrovato quello che il traditore sta compiendo; e dall’altro l’esigenza, altrettanto legittima – se pensiamo alle due categorie universali che sono sempre in gioco – di conservare la forma dell’amore raggiunto difendendolo dalla contaminazione del nuovo, assistiamo al tentativo disperato di preservare e difendere le posizioni raggiunte.

E il dramma porta novità spirituale e coscienziale proprio perchè non concede partigianerie, partitismi che, ove si dessero, esprimerebbero semplicemente un atteggiamento moralistico, psicologistico, frammentario e pigro.

E’ opportuno osservare che in questo dramma il vissuto della trasgressione non è mai simmetrico nè contemporaneo nelle due parti in causa quanto a consapevolezza di ciò che sta accadendo perchè manca, di norma, quella condizione ideale poc’anzi menzionata. In genere i ritmi sono sfasati e di mezzo c’è il tempo per gli “scannamenti” e per le dinamiche più terribili e forse inevitabili che si possano presentare sotto il cielo in nome dell’amore.

Allora cosa succede visto che non è possibile l’immediata condivisione del senso (se ci fosse forse non ci sarebbe più bisogno nè di storia nè dunque di tradimenti! ) ?

Accade che da un lato l’attore viva l’esaltazione, seppure conflittuale, delle catene spezzate e dell’ordine precostituito appena infranto. Sta rompendo un incantesimo.

 

Non c’è motivo, ripeto, di imputargli delle intenzionalità aggressive nei confronti del tradito. Sarebbe soltanto una nostra interessata e coinvolta partecipazione che ci porterebbe a percepire tale intenzionalità. E sarebbe comprensibile perchè, sappiamo, è stato già sottolineato e lo sappiamo tutti per esperienza diretta, che quando siamo coinvolti la lucidità sia pure temporaneamente viene persa!

Non v’è in lui intenzionalità aggressiva, nè è possibile un riduttivo giudizio morale del suo gesto in quanto il gesto traditore rappresenta il tentativo di realizzare il suo buon diritto a vivere.

L’attore del tradimento è colui che ha osato infrangere il tabù dell’incesto, l’ordinamento edipico, quello che ci vuole a vita divisi in due dove la parte rimossa in me è proiettata sull’altro sicchè l’altro se io sono donna, rappresenterà il mio maschile e viceversa. Nell’ordinamento edipico non c’è posto per la trasformazione, per il movimento, per la libertà perchè ciascuno resta al suo posto, per soddisfare le aspettative dell’altro. V’è un “inchiodamento” alla staticità e il bisogno che tale tipo di rapporto soddisfa è solo un bisogno di conservazione. Il rapporto, in quanto unilaterale, è patologico.

Il vissuto del tradimento vero e proprio è invece prerogativa esclusiva, a ben osservare, di colui che lo subisce. Egli è l’anello debole, in quel momento, del rapporto. Io intendo il rapporto, in quanto è vivo, come laboratorio evolutivo che noi lo si voglia sapere o meno, che noi si sia consci oppure inconsci; il rapporto è comunque un laboratorio vivente evolutivo e quindi al di là dei nostri inquadramenti e degli ordinamenti generali, al di là dei nostri tentativi unilaterali di farlo pendere dalla parte della pura conservazione, esso segue le stesse leggi della Vita sicchè accade prima o poi qualcosa, per esempio il tradimento concreto, che lo restituisce alla dinamicità. E questo qualcosa sarà tanto più crudele e doloroso quanto più egli avrà tentato insieme al partner di crearsi unilateralmente l’isola felice, il garantismo, l’Eden. Egli subisce dunque il maggior dolore perchè incarna il lato conservatore del rapporto che invece sta già, ad opera dell’altro, trasformandosi. Egli è colui che, vivendo la rescissione unilaterale di un presunto contratto, cade nella depressione del rifiutato, dell’abbandonato, dell’umiliato, dell’escluso – è questo verbo: escludere, il verbo che rende meglio il vissuto del tradito e che rimanda, guarda caso, a sua volta alla dinamica edipica, . Io credo che ciò che più fa soffrire nel tradimento non sia tanto la presenza di un’altra persona ma che io sia escluso dalla coppia. Si ricostituisce una coppia, proprio come la coppia genitoriale originaria, che mi esclude. Assistiamo all’attualizzazione di quel quid di sofferenza dell’esperienza primaria della separazione e della prima depressione che rimane e ci accompagna a vita, eternamente presente, seppur in genere allo stato latente. ma sempre pronto a risvegliarsi non appena le condizioni della vita lo permettano. E quale migliore occasione di un tradimento? Ma non posso qui seguire questo sentiero di riflessioni.

Paradossalmente il tradito è quello dei due, che maggiormente ha la possibilità, trovando ovviamente un referente esterno che lo aiuti in ciò, di elaborare la propria depressione in nuova consapevolezza. Il referente esterno in genere è importante perchè è tale il vissuto di devastazione e di imprigionamento che da soli raramente gliela si fa a conservare la consapevolezza della dignità e della sacralità della vicenda estrema che si sta patendo.

E siccome questa è una delle vicende che ci toccano più da vicino, toccano il cuore della relazione sia pure concreta, è allora molto importante avere un testimone che non sia soltanto una spalla su cui lacrimare o che ci incoraggi e ci aiuti a crogiolarci nella nostra parte di vittima, di umiliato, di offeso. Non abbiamo bisogno di questo. Il referente di cui in qualche modo si va alla ricerca è qualcuno che ci aiuti a cogliere il lato universale della vicenda e che porti e custodisca in nostra vece, fino al tempo della restituzione, quel senso e quella totalità di significato che a noi restano al momento nascosti.

 

In realtà ogni storia, personale e relazionale, è storia di tradimenti agiti e subiti e il tradito è importante quanto il traditore. Ciascuno di noi è alternativamente sia Cristo che Giuda. Cristo ha bisogno di questo lato oscuro, ombroso che gli permetta di fare i conti con se stesso, con la sua umanità, di compiere il passaggio dal particolare all’universale.

Anche Cristo ha avuto paura della morte ed è stato proprio grazie al tradimento che la paura non ha vinto e non si è sottratto alla morte. Giuda consegna Cristo e Cristo non può più sottrarsi alla sua sorte nonostante giunga a gridare “Dio mio perchè mi hai abbandonato? “.

Perchè è importante la figura del traditore e il tradimento?

Proprio perchè quando riusciamo ad approdare per intuito o per qualche altra buona strada, a un lavoro interiore profondo con noi stessi, il traditore e il tradimento rappresentano l’occasione del nostro svuotamento di ogni pregiudizio precedente.

 

Il traditore ci costringe a fare i conti con noi stessi, a buttare giù i nostri pregiudizi, ci lascia nudi e morti. Siamo nella condizione ideale, così privi di tutto, per tornare a reinterrogarci criticamente su tutte le cose fondamentali della vita, amore compreso. Siamo nella condizione ideale per poter rinascere accettando di morire alla vecchia identità, accettando di contemplare il crollo totale, il deserto che, grazie al cielo, nessuno dall’esterno ci può celare.

Il traditore è evolutivo quando riesce – quasi in una sorta di reazione a catena, in una sorta di epidemia positiva – a costringere il tradito a trasgredire, a trasformare, in ultima analisi a tradire a sua volta il pregiudizio in cui prima era immerso. Naturalmente che ciò avvenga non dipende mai dalla volontà del traditore. Ma dalla capacità e disponibilità del tradito a farsi fecondare da vicenda così dolorosa. Molti miei analizzandi arrivano a me sotto il fardello di un tradimento subito (o agito), vissuto in modo così devastante da indurre sentimenti di grave depressione (o grave colpa).

Il tradito che entra in analisi già in questo gesto rinuncia al copione della vittima passiva e intuisce che potrebbe esserci del “buono” anche per lui nello “scherzetto” che il partner gli ha tirato. .

E il lato positivo è la nuova conoscenza che in lui si dispiega grazie al lavoro analitico laddove l’analista è il nuovo “sacerdote” in quanto è il testimone ed è il traghettatore dell’analizzando in una dimensione sempre più universale. L’analista è colui che riconosce nell’altro non una soggettività privata ma proprio l’eterno Antrophos, l’Essere, l’Uomo, l’Imperatore …

E allora quando questo soggetto, attraverso l’analisi o altre vie, si traghetta altrove, scopre questa cosa: che sì lui è stato tradito ma che è a sua volta traditore e quindi, proprio perchè l’ha sperimentato, può finalmente comprendere che Amore e Tradimento hanno ben altra valenza oltre quella istintuale iniziale: ha tradito se stesso, le vecchie credenze, il vecchio amore, ha tradito tutto.

Insomma se si riesce a domare o almeno a tenere a bada “la bestia” pulsionale, come efficacemente viene definito l’insieme di vissuti negativi che la vicenda in questione origina in noi, alla fine il dono arriva ed esso è appunto spostamento di livello, nuove dimensioni inimmaginabili prima.

Ho introdotto i due termini amore e tradimento secondo la loro forma più ampia e universale. Ho cercato di cogliere quanto l’essere umano più frequentemente patisce nella quotidianità della sua vita per proporre la riflessione sulla loro vera natura. I confini entro cui questi due concetti sono relegati sono in genere quelli della moralità e dunque quelli dell’antroporiferimento. Che ci catturino queste parole, così affettive, così cariche di emotività, ci suggeriscono, non credo proprio di peccare di pregiudizio, la nostra scarsa frequentazione, come umani mortali dell’Occidente, delle idee, della filosofia e della epistemologia, ovvero dei fondamenti della conoscenza che reggono le nostre quotidiane credenze.

J. Hillman dice, oggi a più di 80 anni, che trattare psicoterapeuticamente, psicoanaliticamente con le persone è cosa utile (da anni lui non pratica più la professione), proprio come è utile un buon pasto. Ma egli preferisce oggi “insegnare alle persone a pensare le idee perchè la cosa più stupida che possa accadere è di vivere idee non pensate!”.

Non sono mai stata troppo in sintonia con Hillman in passato: oggi avanti a questa affermazione lo sento assolutamente un vero compagno di vita.

In questo spirito io sento assolutamente importante frequentare il mondo delle idee e della filosofia non in senso accademico ma in senso di filosofia vivente, di renderci edotti, coscienti, della bolla filosofica che sorregge le nostre credenze da cui derivano le forme del nostro dolore e della nostra sofferenza.

Ecco perchè trovo importantissimo svelare il lato universale del nostro vivere, ed ecco perchè trovo fondamentale scorgere nelle figure del tradimento e dell’amore le due categorie della dialettica universale.

Nella possibilità di praticare questo spostamento di livello diamo uno sfondo al nostro proscenio e liberiamo l’ego dalla sua sofferenza. Ci sottraiamo alla follia essenziale dell’Occidente come definisce magnificamente E. Severino, il sottosuolo dell’ambiente generale in cui noi mortali dell’Occidente ci muoviamo, e ricontattiamo l’eterno e l’immutabile, sottraendoci così alla condizione servile della nostra identità storica e del nostro tempo. Possiamo gustare ogni istante come istante presente assoluto e assolutamente indipendente e pieno, sempre presso se stesso.

Ma torniamo di nuovo al nostro specifico discorso.

Non sempre il tradimento viene consumato fino in fondo. Può essere bloccato e allora si ha il “tradimento del tradimento” se mi si consente il gioco di parole. E credo che sia una delle più disperanti vicende perchè si destina la sofferenza al Nulla.

E quando è che potrebbe sopravvenire il blocco?

Sopravviene quando da parte del traditore, per sterilità sul piano simbolico, per rimozione o altre misteriose motivazioni, il tradimento si fa solo tradimento concretistico: si pensa di approdare a nuove sponde soltanto perchè si sostituisce un volto con un altro, soltanto perchè si sostituisce un oggetto d’amore con un altro. Certo, resta il fatto incontestabile che comunque egli ci prova. Magari ci passerà la vita a tradire, inesorabilmente. Ciò non toglie che la stessa COAZIONE A RIPETERE sia testimone, dica qualcosa rispetto a un lato della vita con cui lui deve confrontarsi, al valore simbolico di questa categoria la quale si ripeterà, come ogni altro tipo di sintomo fin che non sia compresa, lasciando il soggetto privo di un luogo su cui posare la testa!

Dalla parte del tradito quando è che c’è blocco, tradimento dell’esperienza del tradimento? Quando, il soggetto si fermerà alla stazione della contrapposizione, che può essere prevista ma che va anche sorpassata. Ciò accade quando il soggetto, non reggendo la fatica in quel momento della propria vita, non avendo le risorse per andare fino in fondo, di “scorticarsi vivo” (come dicono i sogni) di darsi da sè la propria morte, resterà preda dell’antica legge del taglione e per rimettersi in piedi, dopo l’annientamento, “reagirà” all’attacco mortale subìto con altrettanto identico gesto. Il tradito, senza cambiare piano di coscienza, attenendosi al suo diritto antico di pretesa riparazione e di offesa subìta, tirerà fuori dagli armadi tutta la riserva di ombre di debolezze, di limiti, intravvisti nel partner ma tenuti sotto chiave – per meglio dire: rimossi – perchè assolutamente impertinenti al tempo bello dell’amore, al tempo in cui l’altro doveva essere tutta la sua vita, la sua isola felice, tirerà fuori tutto ciò che non ha voluto vedere nè di se stesso ma ancor più dell’altro che intanto era stato idealizzato. E a questo punto si avvarrà di tutto questo, come frecce avvelenate, per ritorcerlo contro l’ex amato e farlo a pezzi. E a sua volta lo farà fuori. E ci sarà ancora una volta solo uccisione. E si farà un po’ come in quei riti tribali in cui, riuscire a mangiare un pezzo del fegato del nemico o carpirgli il nome, ridava potere vitale all’uccisore.

E’ la stessa dinamica ancestrale. Tutta la storia passata è in noi. In genere è una tappa che attraversa anche chi si ritrova le risorse per andare oltre: è la prima difesa per resistere allo sfacelo, prima di abbandonarvisi senza riserve e poter risorgere. Il guaio è quando non si riesce ad andare oltre, è quando ci si fissa in questa difesa come unica uscita dalla situazione mortifera perchè questo significa che anche il tradito sarà solo costretto ad aspettare il prossimo amore su cui investirà tutto il senso della sua vita. Caricherà sull’altro un fardello insostenibile: vorrà che quello si sostituisca al suo rapporto – conflittuale e diretto – con la vita. Sempre tra sè e la vita ci metterà di mezzo l’ennesimo altro, il suo nuovo, ultimo, amore. Ciò fino alla prossima e inevitabile crisi, fino al prossimo tradimento, ecc. preda egli stesso di questa circolarità dannata, di una continua morte priva di resurrezione.

Altra cosa che volevo sottolineare: è tragico che spesso proprio la stessa psicoanalisi – parlo della psicoanalisi ortodossa (freudiana) – faciliti e favorisca indirettamente questo tipo di meccanismo perchè non prevede la possibilità di uscire dalla situazione edipica se non in maniera concretistica. Essa dà l’imprimatur scientifico alla naturalità di un certo sistema sociale che invece è culturale e relazionale: quello basato sul tabù dell’incesto. Esso, fondando l’identità nell’identificazione (dell’uomo con il padre e della donna con la madre), favorisce nella relazione sia elementi fortemente “simbiotici” che elementi di forte estraneità.

Il tabù dell’incesto mantiene distanti i due, i diversi e non prevede possibilità di ricongiungimento. I diversi sono il soggetto e l’oggetto, il maschio e la femmina, il conoscente e il conosciuto, la madre e il figlio, il padre e il figlio, ecc., sono tante le formulazioni ma si tratta sempre di due opposti ciascuno dei quali non può recuperare a sè e in se stesso l’altro. Il tabù dell’incesto segnala, nella metafora psicoanalitica, l’ordinamento affettivo corrispondente alla logica formale e al puro principio di non contraddizione.

E’ inevitabile allora perseverare in una logica di simbiosi, di interdipendenza dove il bisogno che viene soddisfatto è solo bisogno di conservazione.

Ma stante che, grazie a Dio, siamo vivi, e non è questa la sola realtà profonda che ci appartiene, siamo votati al tradimento. Esso sarà accompagnato – ripeto – da tanta più crudezza quanto più il tempo ci vede maturi per poter relazionarci in modo più evoluto.

E’ vero che il tabù dell’incesto come legge universale non può essere negato. S. Montefoschi lo ha insegnato, all’interno del suo pensiero che ha riletto la psicoanalisi – nelle sue tappe fondamentali: Freud, Jung, Montefoschi – come teoria della conoscenza. Altrove parlammo del tabù dell’incesto come legge universale che permise, garantendo la distanza conoscitiva, fin dall’origine del cosmo, la contrapposizione quindi la differenziazione, la distinzione delle varie forme. Epperò dicemmo anche che non è l’unica legge relazionale perchè accanto ad essa agì nascostamente la modalità del compimento simbolico dell’incesto, ovvero l’infrazione del tabù nell’unione degli opposti, nella “coniunctio oppositorum”. Infrazione che ci permette di accedere alla vita simbolica e ci libera dalla concretezza quando diventa concretismo delle forme e della coscienza sensibile. Ci permette di non confondere ciò che è storico, transeunte, culturale, provvisorio, con ciò che è eterno, atemporale, immutabile.

La teoria freudiana come teoria dei “fatti” coincide col momento fondante della psicoanalisi. Rappresenta “hegelianamente” il momento della prima immediatezza con la sua teoria delle pulsioni. Ma proprio perchè inchioda ai fatti si fa, suo malgrado, alleata della lettura conservatrice e statica della relazione e del mondo umano tutto. L’antropologia freudiana ortodossa è naturalistica, staticizzante, oggettivante e la psicoanalisi stessa, nella sua evoluzione, l’ha superata operando uno dei tanti tradimenti di cui si compone la storia stessa della conoscenza.

 

Tornando nuovamente allo specifico: dei tanti scenari in cui può consumarsi il dramma del cosiddetto “tradimento” penso sia il rapporto di coppia quello in cui è più facile riconoscere i nostri più cocenti vissuti.

Sul tradimento può morire un rapporto che ha saputo magari contenere momenti di terribilità qualitativamente superiori.

E se anche non muore, se pure sa recuperarsi, la ferita che lascia è difficile si rimargini definitivamente perchè resta una sorta di delusione, di sorda lamentela. Classiche frasi che denunciano questo stato d’animo sono: “non sarà più come prima” “la fiducia che c’era è stata definitivamente compromessa” ecc. Si resta nell’ombra del cambiamento perchè si resta nella nostalgia del mondo di ieri che è cambiato quando, forse, con un po’ di saggezza in più, si potrebbe anche essere felici del cambiamento. Ma se il tradimento non è stato consumato fino in fondo non si può giungere a questo nuovo stato di maggiore luce. Resta soltanto la “delusione” quando invece poteva essere la “disillusione” e la “disillusione” è buona cosa mentre la “delusione” è cattiva cosa.

La disillusione è far cadere delle illusioni e avere delle illusioni è sempre infantile, è cercare l’Eden. La delusione è patologica perchè implica la pretesa, considerata legittima, di avere delle aspettative verso l’altro. E’ bene che cadano le illusioni e quando ciò avviene non troviamo necessariamente solo un mondo depressivo da consumare. Più illusioni facciamo cadere e più vera vita ci può venire incontro, intensamente colorata di forti emozioni purificate dall’antica visceralità. E’ qualche cosa che nasce dalla capacità di compiere l’incesto simbolico, di compiere, quindi, continui tradimenti.

 

Ci sono tanti tradimenti che si possono consumare tra due partners però la forma di tradimento più devastante pare essere il tradimento sessuale.

Il tradimento sessuale come trauma e come motivo di rottura del rapporto ci permette alcune interessanti considerazioni:

– Il fatto che un tradimento sessuale riesca o a guastare un rapporto o a lasciarlo vivere sotto tono ci fa pensare a questo: che noi, finchè le note del tradimento fisico non vengono suonate, amiamo pensare ai rapporti d’amore come rapporti tra anime, tra mondi interiori – parliamo volentieri di affinità elettive – rapporti tra soggetti, scriviamo versi, canzoni che inneggiano a tutto questo e in buona fede ci crediamo: crediamo d’amare la soggettività e il pensante nell’altro, il suo fondamento umano. Poi però arriva il tradimento a denunciare la falsità delle nostre credenze: non è vero niente. La base dei rapporti umani non è quella che vede a confronto un soggetto con un altro soggetto. La realtà dei rapporti umani è ancora quella biologicamente determinata. Gli esseri umani – l’Uomo e la Donna – non riescono ancora a rapportarsi al di là della determinazione biologica. Non sono due soggetti. Sono ancora maschio e femmina.

E in questo è purtroppo ancora attuale il pensiero di Marx il quale sosteneva che siamo ancora nella preistoria perchè valutava l’umanità della società dal bisogno che ogni essere umano ha dell’altro essere umano e diceva: “Quando il bisogno dell’uomo verso la donna sarà bisogno dell’altro Uomo, di avere l’altro Uomo avanti a sè, allora potremo cominciare a parlare di Umanità”. E’ evidente che, all’inizio del terzo Millennio, non ci siamo ancora.

L’amore è ancora amore interdipendente e complementare da soggetto a oggetto che lega i due in rapporto simbiotico.

Nel rapporto simbiotico l’altro è oggetto del mio amore e non soggetto altro da me. L’altro è rispecchiamento al mio narcisismo, alla mia incapacità di riconoscermi intero e amabile da me stesso. L’altro è la mia parte mancante, è rassicurazione, salvagente, in un rapporto che è “di mutuo soccorso”. Se l’altro mi è complemento, quasi come una protesi, come gli occhiali o una dentiera, bè, dire di avere un rapporto con lui è, a ben vedere, una forzatura: col salvagente io non ho un rapporto, con i miei occhiali io non ho un rapporto, con la mia gamba io non ho un rapporto! Mi servono, mi costituiscono, mi permettono di esistere e di sentirmi intera. Se l’altro mi è così fondamentale tanto da non riconoscere la libertà che potrei riconoscere a un altro soggetto, a me stessa per esempio, l’altro non esiste per se stesso.

Io, per me stessa, cosa è che voglio? Ognuno di noi per sè cosa vuole? Io credo che nessuno di noi, se non negli attimi di follia dell’innamoramento, ami davvero essere portatore del carico altrui tanto da dover essere responsabile del suo rapporto con la vita, del suo aver trovato senso o meno, felicità o meno. Io non vorrei questa responsabilità: di essere colui che risolve la vita ad un altro. Credo in ogni caso che non troverei tanto amabile una persona così passiva e parassita. Nessuno vorrebbe questo eppure in un rapporto edipico, basato sul tabù dell’incesto e sulla conseguente inevitabile interdipendenza, tutto questo accade.

Ma non c’è neppure rapporto! Se pure volessimo rimettere in causa la parola “contratto” – parola sgradevole in fatti d’amore eppure il matrimonio altro non è – anche per stipulare un contratto ci devono essere dei soggetti che si mettono d’accordo per un fine comune; ma come posso avere un fine comune con qualcosa che mi costituisce come persona, mi fa sopravvivere e non vivere. Ecco, tutte queste considerazioni emergono se analizziamo l’esperienza del tradimento fisico come comunemente viene vissuto.

Però, sappiamo che pur nel rapporto interdipendente si dà la molla verso l’intersoggettività diversamente non ci sarebbero tradimenti o altre crisi, altre inquietudini che agitano i rapporti umani, coppia d’amore compresa. Il lato conservatore del rapporto non esaurisce le nostre risorse psichiche. Noi ereditiamo la tradizione e quindi il rapporto interdipendente ma il nostro compito – ripeto – è il tradimento.

Cerchiamo rapporti e lavoriamo per ritrovare nell’altro davvero il soggetto con cui si possa avere un progetto comune e non concretistico. Anche il figlio può essere il terzo, il progetto; ma se il figlio è solo quello carnale inteso concretisticamente, egli stesso può costituirsi ai nostri occhi come una colla per rinforzare l’interdipendenza con l’altro, il LEGAME. Il figlio è qualcosa d’altro ma esiste e lo riconosco nella sua sostanza solo se io ho già un figlio interiore. E se ho un figlio, ho anche un padre e una madre interiore. Porto con me la sacra famiglia. In questo modo ho rotto già il tabù dell’incesto che mi inchioda ad essere solo padre, o madre, o figlio.

C’è un sogno che dice questo, che noi possiamo individuarci, diventare cioè quello che possiamo essere e non restare preda di queste pure forme finite:

 

In una sala cinematografica sul grande schermo v’era una scena ma gli spettatori non potevano guardare direttamente ad essa: essi avevano avanti a sè dei monitor ciascuno dei quali mostrava un frammento della scena totale. La sognatrice si ribella e non si accontenta del frammento quando già avanti a sè c’è la visione totale. Rifiuta il monitor e dopo un attimo in cui non vede nulla riesce a guardare la scena d’insieme.<

 

Questo non significa che abbiamo in mano l’onniscienza, non è un delirio d’onnipotenza. Significa però che non possiamo indietreggiare rispetto alla visione d’insieme che possiamo avere della dinamica evolutiva universale. .

 

Concludo con questa considerazione: che se invece si prendono in mano le risorse, se si osa, se s’infrange, si va in una direzione dove l’amore non si riduce ma viene espanso, moltiplicato. I tradimenti continueranno ad essere vissuti dolorosamente ma in una dimensione in cui ci sapremo responsabili, insieme all’altro delle nostre relazioni, di un processo attraverso cui l’Essere cerca – anche attraverso la nostra individualità – di mettere insieme tutta la sua Soggettività, tutti i frammenti in cui si è oggettivato, solidificato. Se sapremo che questo è il “luogo” verso cui si va, un luogo di maggiore soggettivizzazione universale, l’amore non può rimpicciolirsi, l’amore può soltanto universalizzarsi.E, certo, le nostre storie individuali continueranno a passare attraverso le varie vicende: magari il rapporto si chiuderà, l’interesse fra le persone cadrà; si accenderà l’ interesse per un’altra persona. Insomma le storie si ripeteranno esteriormente ma non potremo dare più il nostro assenso coscienziale al dolore che comunque i tradimenti continueranno a procurarci. Almeno questo: non daremo più l’assenso perchè non ci identificheremo nella parte della vittima, di colui che è stato defraudato, derubato di qualcosa che gli spettava. Il tradimento non verrà più vissuto paranoicamente come un attacco personalistico. Ci sentiremo ancora così ma sapremo immediatamente che non è così. E nella disappropriazione dell’amore, che dovrebbe aumentare attraverso l’ esercizio della consapevolizzazione per niente facile nè scontato, dovremmo liberare noi stessi dal nostro egoriferimento e potremmo percepire che le storie, le nostre storie d’amore sono in realtà le storie dell’Amore che si traghetta attraverso di noi da un mondo all’altro. Ma è sempre l’Amore.

L’amore non è qualcosa che vive a singhiozzo: si apre una storia e l’amore vive, si chiude la storia e l’amore muore.

L’Amore vive attraverso queste vicende. E’ l’Amore che vive attraverso di noi. Non siamo noi a vivere l’amore. Vivremo un’unica storia senza soluzione di continuità e tutti i volti saranno un volto solo. Non potremo dire che un rapporto finisce. E’ assurdo se ci pensate. Niente finisce mai se non nella nostra volontà rimovente o nel nostro monitor di dotazione. Ci saranno restituiti tutti i volti, tutto l’amore.

Ed è buffo che a volte – se questa è la strada di conoscenza che concretamente s’intraprende – gli amori passati concretamente vengano restituiti. Io ne sono testimone. Cose magnifiche. Rare forse, ma accade. Finisco con un sogno:

 

>Il sognatore è a Londra con la sua attuale compagna. Incontra il suo primo significativo grande amore, amore anche spirituale. Si abbracciano e si scambiano un bacio molto tenero, dolcissimo. Mentre ciò accade lui pensa: “ma allora è sempre la stessa cosa! “: l’amore che provava per questa prima compagna, l’amore che prova per la sua attuale compagna e l’amore che prova per una loro comune amica è sempre lo stesso unico Amore.<

 

 

29 Aprile 1994

Ada Cortese

 

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