“Capricci” dei bambini: ecco perchè arrabbiarsi non serve a nulla

“CAPRICCI” DEI BAMBINI: ECCO PERCHE’ ARRABBIARSI NON SERVE A NULLA

10 REGOLE FONDAMENTALI PER GESTIRE LE CRISI DI RABBIA DEI NOSTRI FIGLI DA 0 A 5 ANNI.

Da psicologa, mi ero ripromessa che da genitore, non sarei caduta nella trappola di arrabbiarmi di fronte a un capriccio di mia figlia e sgridarla per far sì che obbedisse, eppure è successo, perché i “capricci” e cioè le reazioni emotive intense ed avverse che i nostri figli hanno in seguito ai NO e ai divieti che mettiamo sul loro cammino, (specialmente quando iniziano ad imporre la loro personalità e la loro voglia di autonomia su di noi 2-5 anni), non sono poi così pochi e noi a volte siamo stanchi, frustrati, stressati e soli.

Ci siamo dimenticati cosa significa essere bambini e queste antiche memorie sono sedimentate nelle aree più arcaiche del nostro cervello.

Da sempre la disciplina è stata considerata in senso etologico, come l’imposizione da parte del genitore/maschio o femmina alpha sul bambino/cucciolo al fine di proteggere il cucciolo, insegnargli a vivere e a comportarsi per garantirgli l’adattamento e la sopravvivenza all’interno del gruppo sociale di appartenenza.

Con gli esseri umani, non cambia molto, se non fosse che siamo esseri assai più complessi, perché dotati di regioni cerebrali frontali e prefrontali, che maturano con la crescita e che quindi non possono garantirci da subito la loro piena funzionalità.

Una delle funzioni più importanti delle regioni prefrontali e frontali è la capacità di riflessione ed insight cioè la capacità di avere consapevolezza delle nostre azioni e saper controllare i nostri impulsi.

I bambini piccoli fino ai 4/5 anni almeno, non sono dotati di questo FRENO EMOZIONALE e per questo hanno bisogno del nostro sostegno per venir fuori da stati emotivi frustranti.

Ma che succede se anche il genitore entra in uno stato psichico rabbioso e intollerante di fronte alle urla e alle proteste di un bambino, spesso innescate da quelle che per noi sono inezie senza importanza (togliersi i calzini, mettersi le scarpe), ma che per il bambino rappresentano precoci tentativi di affermare il proprio sé sul mondo circostante?.

La disciplina fino ad oggi è stata sempre accomunata all’autorità più che all’autorevolezza, soprattutto perché cosa sia questa autorevolezza pochi lo sanno e di base urlare e sgridare ci viene naturale perché siamo stressati, soli ed è una reazione arcaica che origina dalle parti meno evolute del nostro cervello.

Per questo non dobbiamo giudicarci o sentirci dei mostri se ci arrabbiamo (sempre nei limiti) con i nostri figli, ma non dobbiamo fare l’errore di non notare che queste reazioni costituiscono un grave rischio per la relazione in termini di continuità.

Una disconnessione emotiva tra il genitore e il figlio, rappresenta per il figlio un momento di grave tensione, paura e confusione e per il genitore un grandissimo senso di impotenza e frustrazione che conduce entrambi ad un solo sentimento: LA VERGOGNA.

La vergogna è stata da sempre un sentimento che si è utilizzato per sottomettere gli altri ed è alla base di moltissime forme di psicopatologia in età adulta, come anche di problemi di autostima.

Non vuol dire che dobbiamo crescere figli “senza vergogna”, senza freni, che dobbiamo accontentarli, anzi! ma essere empatici significa che la comprensione di cosa sia opportuno fare dire o non fare e non dire in un determinato contesto è il risultato di un processo di educazione all’intelligenza emotiva, che inizia proprio da qui.

La vergogna è alla base della paura del giudizio da parte degli altri.

Non a caso, quando nostro figlio urla, si dispera, lancia oggetti e magari siamo al parco…noi non siamo concentrati su di lui/lei, ma siamo impegnati a vedere gli altri come ci giudicano, quello che pensano..e nel caso in cui siate psicologi, professori, medici o insegnanti, il trattamento che riceverete è anche peggiore.. assisterete al generale sconcerto di fronte al fatto che anche tu vivi un’esistenza reale, con gli stessi problemi degli altri e che attenzione attenzione…non hai una formula magica rispetto agli altri e devi farti il mazzo come loro.

La differenza chiaramente sono gli strumenti. Certo, ma poi occorre metterli in atto e le persone intorno a te potrebbero colpevolizzarti se non lo fai in modo giusto.

Ecco quindi che l’ansia da prestazione sale, con essa la rabbia: DEVI UBBIDIRE.PUNTO. NON FARMI FARE BRUTTE FIGURE.

La disciplina è sempre stata vista come un limite, un confine sul quale non si discute e che non si può rifiutare di rispettare, noi abbiamo subito questo trattamento e oggi ci viene naturale riproporlo, ma è GIUSTO?

È giusto dire NO, ma tutto dipende da COME DICIAMO NO.

Cosa accadeva quando ci ribellavamo? Molto spesso venivamo umiliati, puniti, sculacciati e alla fine imparavamo che il più forte vince sul più debole, che chi amiamo a volte si impone su di noi, perde il controllo, non è affidabile e che le nostre reazioni sono inaccettabili, i nostri desideri e impulsi sono negativi e per questo abbiamo provato un grande senso di impotenza, umiliazione e inettitudine. Ci siamo sentiti CATTIVI.

Quando proiettiamo questo circolo vizioso sulla nostra relazione con i figli, si innesca un pericoloso meccanismo, il bambino si comporterà esattamente da cattivo, ma lo farà senza averne consapevolezza, semplicemente eserciterà quella stessa pressione che avverte internamente sull’ambiente circostante.

I bambini, fino a 4/5 anni non sono in grado di autoregolarsi a livello emotivo per questo quando è eccitato per qualcosa, non è in grado di frenarsi. Le sue regioni prefrontali sono immature. Se noi reagiamo al loro pianto e proteste arrabbiandoci e urlando, stiamo attivando degli schemi di REAZIONE arcaici difensivi e istintivi, che ci impediscono di sintonizzarci realmente sul bambino, perché in realtà siamo completamente in preda al panico e alla paura. Proviamo inadeguatezza. Il bambino quindi, non sarà in grado né di frenarsi, né di smettere di spingere sull’acceleratore e il risultato sarà un circuito in tilt e l’attivazione in contemporanea del sistema parasimpatico del bambino (potrebbe sentirsi confuso, avere mal di stomaco, ansia, giramenti di testa), il risultato è una crisi infantile di pianto, rabbia e aggressività, che si protrarrà finché il genitore e il bambino stesso non usciranno da questi stati mentali inferiori e saranno in grado di RIPARARE L’INTERAZIONE FALLITA.

Le interazioni fallite fanno parte della vita, ma possono essere nocive per il sano sviluppo psico-affettivo del bambino se non sono seguite da un adeguata riparazione (spiegare, elaborare, accogliere, recuperare, ..etc).

Inoltre se queste forme di comunicazione errata diventano abituali e sono quindi continue (interazioni assenti, inadeguate, fallimentari aggressive umilianti) possono non essere riparabili e costituire un trauma evolutivo relazionale importante.

Ecco perché la rabbia, il grido e la violenza verbale o l’imposizione anche fisica (sculacciate, atti fisici improvvisi, coercizioni) non sono modalità efficaci per ottenere un buon risultato, anzi generano nel genitore e nel figlio maggiore stress e alla fine l’impossibilità di recuperare.

Cosa fare allora quando dobbiamo dire NO e nostro figlio inizia ad urlare?

Chiaramente l’età cambia le modalità, perché con un bambino di 3-4 anni possiamo contrattare per differire la gratificazione ad esempio (possiamo dire PUOI MANGIARE IL GELATO DOPO CENA SE VUOI, ANZICHE’ DIRE IL GELATO NO.).

Le cose sono differenti coi bimbi di due, perché sono nella fase di accrescimento del loro senso di autonomia, senza però avere ancora le capacità cognitive ed affettive per fronteggiare lo stress e controllare i propri impulsi. Siamo noi che dobbiamo insegnarglielo. Bella sfida!

Allora ecco qualche consiglio dalle neuroscienze in ambito infantile, che a me è stato veramente utile e che mi auguro possa esserlo anche per voi.

  • Empatizzare con fermezza, preannunciare il NO e differire la gratificazione: Se l’azione che dobbiamo eseguire è immediata e il bambino piange, comunichiamo al bambino che comprendiamo il suo stato, la sua rabbia, ma che è importante mettere il giacchetto perché fuori c’è la neve; ripetetelo, date un pochino di tempo al bambino per acquisire consapevolezza del fatto che lo capite, non lo giudicate, ma nel contempo non potete evitare di farlo, quindi empatizzate con lui/lei, ma eseguite l’azione in modo fermo. Se il bambino si calma un po’, senza essere intrusivi (cioè inappropriati o invadenti) abbracciatelo. Se l’azione che dovete fare è rimandabile, dire che fra 5/20 minuti dovrete uscire e dovrete fare quell’azione e che non potrete più rimandare. Se invece quello che vostro figlio vi sta chiedendo è fattibile, ma non ora, ditegli che lo farete non appena rientrerete a casa. Valgono poi le stesse regole dell’empatizzare* e del sintonizzarsi affettivamente.**
  • Distraete il bambino canalizzando la sua energia verso un’altra azione/gioco che è possibile fare o che non lo mette in pericolo: se ad esempio vuole salire sul tavolo in piedi, ditegli se ha voglia di fare qualche salto sul lettone tenendovi le mani. Se accetta siete fuori dalla zona rossa! 😀
  • Se siamo stanchi e arrabbiati, allontaniamoci dalla stanza per qualche secondo, se possibile, deleghiamo ad un’altra persona e rientriamo in scena solo quando siamo usciti dal nostro stato mentale inferiore (mi scoppia la testa, sto per esplodere, adesso mi sente!, non lo sopporto più!)
  • Se non possiamo delegare, dobbiamo essere in grado di recuperare equilibrio psichico nell’immediato, mentre il bambino piange. Per questa casistica io ho brevettato un metodo abbastanza inusuale ma funzionante; ho notato infatti che le urla dei bambini attivano le nostre reazioni impulsive, perché richiamano proprio quegli schemi inferiori associati a memorie arcaiche di attacco e fuga. Può essere utile quindi mettere delle cuffie con della musica che vi fa stare bene e quindi vi impedisce di avere reazioni affrettate e perdere la pazienza. Questo vi aiuterà a poter ripartire dal punto 1 o 2 senza perdere la calma.
  • Non prendetela sul personale: quando nostro figlio urla, grida, si comporta in modo scorretto, maleducato e irrispettoso verso gli altri nei primi anni di vita, non ce l’ha con voi, non siete dei genitori falliti, siete solo stanchi e vostro figlio, sta solo manifestando l’immaturità del suo sistema nervoso. Se non lo aiutiamo a sviluppare le regioni prefrontali e con esse i sistemi di controllo degli impulsi (freni emozionali) questi sistemi resteranno immaturi e queste reazioni le avranno anche da adolescenti, con la differenza che sarà meno facile giustificare ai parenti una sfuriata a tavola o un posacenere sbattuto al muro.
  • Concentratevi sulla relazione/interazione con vostro figlio e non sulle reazioni/giudizi degli altri, il vostro obiettivo è capire cosa sta cercando di comunicare vostro figlio con quel comportamento e non fare bella figura con la nonna, con gli amici al parco, dando spettacolo delle vostre plateali performances. In quel momento, provate vergogna, disagio, è chiaro… perché non vorreste che gli altri fossero disturbati dalle urla o dal comportamento del bambino, non volete passare da maleducati, ma non potete evitarlo e quindi non è colpa vostra. E’ più importante salvaguardare la vostra relazione che una giornata al parco. Gli altri tanto vi criticheranno sempre e comunque perché tutti vivono nell’evitamento del senso di inadeguatezza e vergogna. Per questo se il bimbo è teso, arrabbiato e non se ne esce allora meglio allontanarsi, parlarci, distrarlo piuttosto che continuare a sgridarlo, senza ottenere nulla.
  • Non toccate mai i bambini quando siete arrabbiati: anche se non li sculacciate, la vostra presa, sarà carica di tensione, gli comunicherete “ti voglio stritolare”, “mi hai veramente stancato” e avrete lo stesso effetto che avete con le urla e la perdita di controllo.
  • Non sottolineate il negativo, raccontando ad amici e parenti quello che X ha combinato. Certamente avete bisogno di sfogarvi, avete bisogno di avere il supporto e il parere di amici e parenti, ma se descrivete continuamente vostro figlio in termini negativi poi questo utilizzerà questi comportamenti per provocarvi, per attrarre l’attenzione e/o per manipolarvi in situazioni estreme (posta, supermercato..etc..) perché ha compreso che vi destabilizzano e siete quindi più disposti a cedere e ha anche compreso che siete disposto ad utilizzare le sue debolezze per ridicolizzarlo con gli altri, sempre sperando di uscirne voi puliti (io sono bravo ma questo bambino è ingestibile). Potrete comunicare agli altri che siete stanchi e frustrati dicendo E’ DIFFICILISSIMO ESSERE GENITORE, SONO STANCA, MI SENTO UN PO’ INADEGUATA, NON SO GESTIRE LA SITUAZIONE. Più onesto verso tutti.
  • Premiate i comportamenti positivi, seguendo il positivo piuttosto che il negativo, esempio: non vuole mettersi le scarpe, piuttosto che dire “eh però girare scalzo che sei un selvaggio! Ti prendi un malanno”!, meglio dire “ti capisco, è bellissimo sentirsi libero e tu lo hai capito, bravissimo X/Y, ma per camminare ed uscire è necessario fare questa cosa, possiamo stare scalzi dopo se ti va”.
  • Fatevi aiutare: non siete infallibili, se siete stanche (parlo soprattutto alla mamme a cui spesso tocca il compito più duro in termini di tempo impiegato per la cura dei piccoli e carico di stress) è meglio che paghiate due ore di baby sitter e andiate a fare quello che vi rende felici, piuttosto che ostinarvi solo per senso del dovere o di perfezionismo. Non farete altro che rovinare la giornata a voi stesse e al bambino. Delegate quindi ai padri – se possono – ai nonni – se sono relazioni di qualità in termini educativi e non ulteriori possibilità di fallimento altrimenti vi sentirete in colpa e non ha senso.

*. Empatia: L’empatia è la capacità di comprendere a pieno lo stato d’animo altrui, sia che si tratti di gioia, che di dolore. Empatia significa “sentire dentro”, ad esempio “mettersi nei panni dell’altro”, ed è una capacità che fa parte dell’esperienza umana ed animale. (wikipedia).

** La sintonizzazione affettiva è la funzione genitoriale di rispecchiamento: un bambino per crescere in modo sano ha bisogno che i suoi segnali emotivi siano rispecchiati in modo continuativo e coerente da parte di una figura di attaccamento.

Una madre “sufficientemente” buona come diceva Winnicott e cioè sintonizzata sui bisogni e sugli stati interni del bambino, modula, soprattutto nel primo anno di vita, i livelli di eccitazione che il piccolo può raggiungere, attraverso la riduzione degli affetti negativi e il potenziamento della possibilità di sperimentare affetti positivi. (Stern il mondo interpersonale del bambino).

MI AUGURO CHE LA LETTURA DI QUESTO ARTICOLO VI ABBIA INCURIOSITO RISPETTO AL FUNZIONAMENTO E ALLO SVILUPPO AFFETTIVO DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE DEL BAMBINO E VI ABBIA DATO UNA MANO NEL DIFFICILE COMPITO DELL’ESSERE GENITORE.

Se avete curiosità o domande scrivete anche a psicologiacoppia@gmail.com

Dr.ssa Silvia Michelini

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