Categoria: Sessualità e Perversioni

Sono bisessuale: posso diventare eterossesuale?

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Nella mia esperienza, mi è capitato molte volte di incontrare persone che si vergognano della loro omosessualità o che sono in conflitto con essa (omofobia interiorizzata o omosessualità egodistonica) e richiedono al terapeuta, di “convertirlo/a” o autarlo/a a prendere una strada univoca e definitiva; ciò capita soprattutto nel caso dei bisessuali, perchè nel loro caso, le strade che si possono scegliere sono effettivamente due.

Molto spesso dietro al conflitto rispetto alla propria omosessualità, c’è la ricerca dell’approvazione sociale e familiare.

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La gelosia patologica, riconoscerla ed uscirne

La Gelosia Patologica

 

 

La gelosia è un sentimento naturale, che risale alle nostre origini biologiche; essa, dopo il passaggio alla monogamia infatti, ha contribuito alla migliore conservazione della specie e quindi alla nostra evoluzione.

 

Se i confini della coppia sono ben saldi, c’è minor rischio che il partner abbandoni la relazione e la coppia è più stabile e quindi più funzionale e sicura.

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La gelosia nel maschio mira a garantirsi la paternità della prole; l’uomo cioè vuole avere la certezza che i figli che la sua partner partorisca siano i suoi.

 

La donna invece non vuole correre il rischio di restare da sola e di dover accudire la prole, senza il sostegno dell’uomo; per la donna riveste particolare importanza la continuità delle cure e della protezione da parte del maschio.

 

Oggi sappiamo che questi ruoli ed aspettative, non sono più così definiti, anzi spesso inversi, ma nella nostra memoria biologica, questo istinto primordiale, esiste.

 

Tornando ai nostri giorni, quando si può parlare di GELOSIA PATOLOGICA e quando dobbiamo preoccuparci di esserne affetti o di avere a che fare con un partner patologico?

 

La gelosia si manifesta sempre con gli stessi comportamenti, le stesse aspettative e le stesse paure, ma ciò che ne definisce la patologia e la pericolosità sono la qualità, la quantità e la durata.

 

Il pattern tipico è rappresentato dalla convinzione di base di non potersi fidare dell’altro, da cui conseguono ricatti affettivi, sospetti, ricerca di prove.

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Il geloso non si accontenta che il partner gli sia fedele solo nella realtà, spesso è geloso anche delle sue fantasie, dei suoi pensieri e dei suoi sogni.

 

La gelosia diviene patologica quando, oltre a presentarsi senza un reale motivo o minaccia esterna, assume una tale importanza nella vita di chi la prova e di chi la subisce, da impedire la normale prosecuzione di una relazione, a meno che il partner vittima di gelosia non sia disposto a subire continue domande, indagini, ricatti, svalutazioni e pressioni.

 

Anche il soggetto affetto da gelosia patologica soffre, è ossessionato dall’idea che l’altro lo possa tradire e questa fissazione gli impedisce di vivere serenamente, altera la qualità della sua vita, lo rende ansioso, incontentabile e sospettoso. La sua attenzione si concentra totalmente sull’altro e sulla paura di perderlo.

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E’ chiaro che non ci sono dei parametri scientifici per definirla, ma se questa ostacola la normale gestione di una relazione o fa soffrire e limita la vita di un altro individuo siamo di fronte ad una situazione da non sottovalutare:  pedinamenti, costrizione ad assumere determinate condotte o abiti, controllo ossessivo, pretese di abbandono di amicizie, lavori, impieghi, oggetti o altre attività di svago personali, pretese di conferme attraverso il sesso (pratiche sessuali anomale, intromissioni, invadenze nella sfera intima dell’altro, fantasie del terzo intromesso), sono tutti comportamenti che portano la vittima giorno per giorno a farsi imprigionare lentamente in una morsa senza fine, perché il geloso patologico non avrà mai abbastanza conferme che possano colmare il suo senso di vuoto, di abbandono e che possano aiutarlo/a ad avere meno paura di essere tradito; essendo un manipolatore/manipolatrice, il soggetto patologico, troverà altre strategie per far sentire l’altro/a in difetto e quindi in dovere di dimostrare sempre il suo attaccamento, attraverso una rinuncia o una prova.

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Non c’è da attendere o sperare che “passi da sé”, perchè dietro alla gelosia patologica possono nascondersi disturbi psicologici ben più radicati, per il quali la gelosia è solo un sintomo: gravi problemi di autostima e d’inferiorità legati a depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo di personalità di tipo paranoide.

 

Che cosa devo fare se sono affetto da gelosia patologica o sono vittima di un/a geloso/a patologico/a?

 

Occorre rivolgersi subito ad uno psicoterapeuta, che lavorerà sull’autostima, l’insicurezza e qualora fosse necessario anche sulla personalità (personalità di tipo paranoide o ossessivo compulsivo)

 

Il geloso patologico costruisce la sua identità nel tentativo di mistificare le sue insicurezze, il suo incolmabile senso d’inferiorità e la lacerante paura dell’abbandono.

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Il geloso patologico teme il confronto con  le altre persone e crede che controllando l’altro gli impedisca di scappare via, ritiene che il possesso e a deprivazione della libertà di chi ama, siano l’unica strada per non perderlo.

Tuttavia non solo perdono chi amano, ma non ameranno mai in modo sano finché non affronteranno la terapia, perché amare in modo sano significa lasciare l’altro libero di vivere la sua vita, nella fiducia che tornerà da noi, accettando la possibilità che ciò non accada, perché non dipende da noi e tutto sommato è molto più bello vedere un aquila volare, che imprigionarla in una gabbia e vederla morire.

 

Chi soffre di gelosia patologica viene meno alla prima regola delle relazioni umane, IL RISPETTO, poiché la sua paura è più forte, la sua brama di nutrire le sue paure è più forte.

 

Il geloso patologico è una persona vulnerabile, la cui autostima dipende dall’approvazione e dai riconoscimenti degli altri, non a caso, molto spesso è lui/lei stesso/a a non essere fedele e conoscendo il meccanismo induce al tradimento, piuttosto che lavorare su se stesso/a, proietta sul partner quello che non vuole vedere di se stesso/a e alla fine l’altro si troverà senza accorgersene a fare e dire cose sbagliate a nascondere verità e quindi ad incarnare il “traditore” che l’altro tanto temeva (identificazione proiettiva).

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C’è una differenza tra uomo e donna?

 

Uomo e donna provano gelosia allo stesso modo, ma spesso hanno comportamenti diversi.

 

La donna gelosa tende a innescare condotte passivo aggressive, colpevolizzando il partner per sue debolezze, malattie, insicurezze e a controllarlo di nascosto, non esce allo scoperto, fa in modo che l’uomo si senta in colpa costantemente.

 

Non è “attiva”, anche se esistono numerose donne “stalker” o comunque ossessive.

 

Le donne affette da gelosia patologica hanno avuto spesso padri traditori ed abbandonici e proiettano questa immagine su qualsiasi altro uomo, che attraverso le sue continue prove di amore e fedeltà dovrà riscattare questa immagine.

 

Le donne affette da gelosia patologica sembrano essere più depresse che ossessive, anche se ciò non è una verità assoluta.

 

Gli uomini sembrano preferire comportamenti più attivi e provocatori, affrontano il rivale o ne creano di immaginari quando non ci sono; l’uomo infatti è più spesso paranoico ed ossessivo.

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La gelosia quindi può essere ricondotta a vari tipi di sofferenza psicologica, cioè ce ne sono vari tipi?

 

Si ne esistono varie tipologie:
1. Gelosia depressiva: dovuta al forte senso d’inferiorità e ad una scarsa autostima convinzione di fondo “io non valgo niente”!

 

La persona non si ritiene all’altezza di essere amato, quindi trova in qualche modo naturale l’idea che un suo eventuale partner si interessi ad un’altra persona.

 

2. Gelosia abbandonica: data da un attaccamento insicuro con le figure genitoriali  – convinzione di fondo “ti prego non lasciarmi, senza te non sono niente”!

 

Questo tipo di gelosia colpisce le persone incapaci di tollerare l’idea dell’abbandono, come se senza l’essere amato fosse impossibile perfino respirare. Senza essere amati, riconosciuti ed accettati, ci si sente impossibilitati a vivere, perché si vuole colmare l’abbandono reale o simbolico subito in infanzia dai genitori.

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3. Gelosia Ossessiva, dovuta a problemi di personalità (osessivo-compulsiva), convinzione di fondo “se avrò questa conferma allora posso fidarmi”

 

Il geloso ossessivo è tormentato da dubbi e scene intrusive sull’eventuale scena del tradimento della persona amata, che aumentano man mano che il legame si fa più stretto.

 

L’ossessivo è alla continua ricerca di prove, che possano mettere a tacere i suoi sospetti.

 

L’ossessivo rispetto al paranoico, si riconosce, perché sa di sbagliare, si rende conto e si vergogna, ma non può farne a meno, non a caso sceglie partner depressi, perché accettano di essere messi/e costantemente alla prova, pur di meritare il suo amore.

 

Nei casi in cui vi sia un partner consenziente, si tratta di “folie a deux”, (follia a due) o coppia collusiva.

 

4. Gelosia Paranoica: dovuta a personalità di tipo paranoide, convinzione di fondo: “tu non mi ingannerai, perché io sono furbo/a e ti scoprirò..”

 

È caratterizzata dalla diffidenza e dalla fantasia dominante tipica dei paranoici. Da un dettaglio, nasce una fitta macchinazione di congetture alla cui base dovrebbe esserci il tentativo di “fregare” lui/lei di complottare, di tendere invisibili trappole; improvvisamente nascono fantasmi, nemici invisibili, assurdi collegamenti tra fatti, persone e idee.

 

Questo tipo di gelosia è la più grave, perché siamo in area psicotica (minore senso di realtà); la paranoia nella sua versione delirante, può portare anche a perdere il senso della realtà e a compiere azioni pericolose (si ricordi Otello con Desdemona).

 

Il geloso delirante non cerca indizi come l’ossessivo, parte già dal presupposto che si sia stato tradito/a e che l’unico modo che ha il partner per farsi perdonare è quello di confessare. Molti partner che non hanno affatto tradito, per disperazione si possono trovare a confessare fatti mai accaduti, pur di mettere a tacere il paranoide.

 

Ma a questo punto l’altro ha la conferma di ciò che temeva e può partire un copione delirante che può condurre fino all’uccisione del partner.

Se sei in relazione con un/a geloso/a patologico/a, contattaci! possiamo aiutarti a capire come uscirne, se invece sei affetto da gelosia patologica, contattaci per intraprendere un percorso di guarigione!

 

 

Le perversioni femminili

Le Perversioni femminili

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Dott.ssa Silvia Michelini – Psicologa, Roma

Cosa si intende per PERVERSIONE? Qual è il confine tra normale e patologico in amore?

Molto spesso è difficile delineare un confine tra normalità e patologia, soprattutto negli affetti.

Questo articolo è un viaggio nell’interpretazione psicoanalitica delle perversioni femminili, poiché la psicoanalisi è ancora oggi, la teoria che maggiormente si è occupata di questo tema e che ha fornito le risposte più esaustive da un punto di vista teorico.

Ognuno intende l’amore a modo suo, vi ripone delle aspettative, spesso irrealistiche o stereotipate e cerca in età adulta di unirsi ad una persona che condivida con lui/lei la sua stessa idea dell’amore e del rapporto di coppia.

Qualora s’imbatta in un conflitto, avrà la tendenza ad attribuire la causa all’altro o al caso, mentre quasi in tutte le coppie, i motivi di conflitto sono simili o comunque ricorrenti, ma ciò che varia è la modalità con cui li si affronta e il grado di responsabilità di ognuno dei due partner.

Per quel che riguarda l’aspetto sessuale, delineare un confine tra normale e patologico è più semplice.

La perversione è definita in ambito psicologico come “un comportamento psicosessuale, che si esprime in forme atipiche rispetto alla norma”.[1]

Il DSM IV definisce le perversioni come “impulsi sessuali, comportamenti ricorrenti ed eccitanti sessualmente riguardanti oggetti inanimati, sofferenza o umiliazione per se stessi, del partner, di bambini o di altre persone non consenzienti, che si manifestano per un periodo uguale o superiore ai sei mesi”.

E’ chiaro come il confine tra la normalità e la patologia è segnato da due aspetti: l’oggetto e la volontà dell’oggetto e che dipende da quale norma si assume come criterio.

Secondo Freud (1915), lo sviluppo psicosessuale sano, passa attraverso varie fasi: orale, anale, edipica e genitale; lo sviluppo parte dalla prima fase, che è la meno evoluta (fase orale), associata al neonato, per cui al completo stato di dipendenza e di parzialità (il soggetto non è in grado di percepire l’altro come una persona unica, intera, dotata di sentimenti e pensieri propri) alla più evoluta, quella genitale, che coincide con la capacità adulta di amare, formare una coppia e una famiglia.

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In questa fase il soggetto diviene capace di percepire l’altro come “diverso da se”, come intero, come un individuo capace di sue emozioni e pensieri.

Per Freud la perversione è una FISSAZIONE o UNA REGRESSIONE ad uno stadio di sviluppo psicosessuale precedente, in cui la sessualità si esprime attraverso “pulsioni parziali”, strettamente legate alle zone erogene.

In particolare, Freud definisce perversa ogni condotta che si discosta dall’oggetto (come nel caso della pedofilia), dalla meta sessuale (che può essere raggiunta solo attraverso una determinata pratica, come nel caso del feticismo) o dalla zona corporea (quando il piacere sessuale è raggiunto con parti del corpo di per sé non deputate alla sessualità, ad esempio i capelli, i piedi o il vestiario per il feticista).[2]

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In tal senso la perversione è soprattutto PAURA DI AMARE E DI CRESCERE.

Il concetto di perversione, si allarga se si assume come norma l’ordinamento sociale dominante i cui valori vengono interiorizzati dall’individuo attraverso l’educazione.

In questo caso, ogni incapacità di contenere i propri impulsi meno socializzabili è fonte di perversione.

G. Jervis definisce così la personalità perversa:

  • Ha difficoltà a trattenersi nel soddisfare i propri impulsi (personalità orale o sadico/anale freudiana)
  • Ha costanti difficoltà nel valutare la  discrepanza dei propri atti rispetto alle norme dominanti e insieme nel valutare le conseguenze di questi atti.
  • I suoi atti procurano danni a se stesso e anche agli altri
  • E’ dotato di capacità intellettive nella norma, non è nevrotico, né psicotico.
  • E’recidivo: tende a reiterare le condotte perverse.

L’interpretazione psicoanalitica della perversione pone al centro il rinnegamento della realtà, il fingere che non esistano le differenze, la non accettazione delle diversità, dei confini che distinguono il proprio Io dagli altri, un sesso da un altro, una generazione da un’altra.

Il perverso confonde passato e presente, nega i confini della separazione, ha bisogno della finzione, del dominio, della manipolazione. Perché per il perverso è impossibile accettare la separazione? Per rispondere occorre rifarsi a Freud secondo il quale l’amore è nostalgia per il primo oggetto: la madre. Nell’altro si ricerca qualcosa che possa riprodurre la protezione, l’unione, la pienezza originarie.

E’ vero, infatti, che il primo oggetto d’amore condiziona, inconsciamente, il desiderio di ciascuno, ma l’accettazione della perdita porta a reinventare il passato nel presente scegliendo un nuovo oggetto in modo creativo. Ciò non è possibile nella perversione che non ammette la rinuncia, la perdita.

La nostalgia per la fusione e l’appagamento antichi può dare origine ad un feticcio da idolatrare, al quale sacrificare la propria vita affettiva. Il feticcio è il più delle volte un’immagine interna: la figura materna, ed esprime il bisogno di mantenere intatta, immutata l’antica fusione con il primo oggetto d’amore. Il perverso accetta il dolore provocato dai propri sintomi pur di non affrontare quello della differenziazione, della separazione.[3]

La sessualità, quale evento “psicosomatico”, che riguarda cioè sia l’aspetto psichico che fisico, ha risentito nel corso degli anni dei vari cambiamenti sociali e culturali che si sono avvicendati, dei nuovi modelli che privilegiano l’apparire anziché l’essere, la seduzione, piuttosto che il desiderio.[4]

Veniamo ora alle differenze tra uomo e donna nelle perversioni.

Sebbene non vi sia una reale differenza tra uomo e donna rispetto ai processi psicologici o somatici, i loro comportamenti risentono dei retaggi culturali ed educativi di riferimento.

Mentre negli uomini un desiderio perverso è prevalentemente messo in atto con una condotta sessuale, nelle donne la realizzazione di un simile desiderio avviene attraverso altre modalità il cui legame con la sessualità non è immediato; molto spesso le perversioni femminili riguardano i sentimenti e gli affetti, perché alcune premesse sono necessarie affinché lei si conceda e comunque non implicano sempre l’atto sessuale.

Le principali perversioni femminili sono: il masochismo e il sadismo (sia sessuale che morale), l’autolesionismo, il mascheramento e la cleptomania.

Anche se nella perversione femminile l’eccitamento sessuale non è sempre al primo posto, si possono riconoscere fantasie, motivazioni e travestimenti analoghi a quelli propri delle perversioni maschili.

In alcune donne alla base di sintomi perversi vi è il permanere, nel mondo interno, di una madre idealizzata, irraggiungibile.

Con l’adorazione, queste donne si difendono dall’odio nei confronti della madre e quindi dai propri impulsi aggressivi. Il tempo viene fermato all’infanzia, alla condizione di figlia-bambina.

La conseguenza di ciò è la sottomissione all’ideale materno, la convinzione circa la propria inferiorità, il timore di aver deluso la madre, il vivere nella sua ombra sacrificando affetti e carriera.[5]

Sigmund Freud indicò con il termine di “masochismo morale” i comportamenti in cui il soggetto si infligge sofferenze assumendo un ruolo di vittima senza che vi sia in ciò eccitazione sessuale.

Si tratta di persone con un forte senso di colpa che le porta ad infliggersi punizioni al fine di espiare.

Nelle donne il masochismo morale trova espressione in forme di autolesionismo o condotte di tipo borderline: ferimento (con schegge di vetro o spille), spegnersi sigarette addosso, strapparsi i capelli (la tricotillomania), privarsi del cibo o instaurare con esso un rapporto conflittuale sulla base dell’analogia cibo-amore ( l’anoressia-bulimia), la sottomissione sessuale estrema, come nel film 9 settimane e mezzo (Horigkeit).

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Secondo Kraft-Ebing (1886), la sottomissione di per sé non è una perversione nella donna, ma l’estremizzazione di una sua naturale tendenza; proprio come gli uomini sono predisposti a sessualizzare l’amore, le donne sono predisposte all’amore puro e alla debolezza di volontà, che le conduce all’asservimento sessuale.[6]

Le donne masochiste, sono inconsciamente convinte di essere state bambine cattive e sporche, indegne d’amore e quando lo desiderano, si sentono in colpa e attraverso le condotte autolesionistiche simboliche, provano un senso di pace e di quiete.

L’autolesionismo rappresenta simbolicamente l’atto sessuale: con un oggetto appuntito (pene) mi trafiggo o mi ferisco (vagina/penetrazione) sento il dolore (sensazione fisica/orgasmo) e alla fine mi sento calma e rilassata (fase post orgasmica).

Le donne che soffrono di queste forme di autolesionismo hanno una sessualità problematica, poiché hanno vissuto male il loro sviluppo fisico ed affettivo, dalla comparsa della prima mestruazione in poi.

Esse non riescono ad accettare la perdita del loro corpo di bambina.

Le donne, attraverso l’autolesionismo esprimono rabbia, colpa, desiderio sessuale e bisogno di punizione.

Per chi avesse desiderio di approfgondire questa tematica consiglio il film “Ragazze Interrotte” con una meravigliosa Angelina Jolie.

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Sia le automutilazioni , sia la tricotillomania tengono sotto controllo le angosce e i conflitti dovuti al passaggio dall’infanzia all’età adulta. Si tratta di persone che, pur avendo raggiunto la maturità sessuale fisica, conservano sul piano psicologico gli ideali di genere dell’infanzia.

La donna che si strappa i capelli, così come l’anoressica, non vogliono mostrare la loro seduttività e la loro femminilità, si oppongono nel mostrarsi donne, vorrebbero tornare bambine, per non entrare in conflitto con la figura materna, percepita come dominante, ambigua (da un lato si mostra amorevole dall’altro aggressiva) e anaffettiva.

C’ è poi un’altra forma molto particolare di perversione femminile che è l’eccessiva femminilità, tecnicamente “il mascheramento di femminilità”: consiste nel desiderio irrefrenabile di confermare la propria identità sessuale esacerbandola attraverso gli abiti ed il trucco. Questa perversione è molto difficile da riconoscere, perché è chiaro che una donna si trucchi e si vesta da donna, ma in queste donne vi è una ossessività per la cura e la ricerca di abiti.

Questi mascheramenti sono usati per difendersi dall’inconscio desiderio di assumere invece tratti maschili (Freud parlava di invidia del pene) nei confronti di ciò che la donna inconsciamente ritiene un furto da lei effettuato. Le donne meno femminili cioè, si sentono in colpa, perché desiderano cose maschili (potere, realizzazione professionale etc.., per questo motivo, per compensare esagerano il loro aspetto femminile e la loro seduttività).

Per questa perversione ho scelto come esempio Marylin Monroe, che è il simbolo della sensualità e della femminilità, ma anche della sofferenza, del masochismo e della ricerca spasmodica dell’amore e dell’uomo ideale, nonostante nascondesse una profonda intelligenza e libertà di pensiero. Maryilin era schiava del suo corpo e della sua immagine, che esasperava, così come la sua vocina, per nascondere la sua intelligenza, percepita come minacciosa.

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Un’altra perversione femminile è la cleptomania.

cleptomaniaEssa è la tendenza compulsiva a rubare, spesso accompagnata da eccitazione sessuale ed è presente prevalentemente nel sesso femminile. Tradizionalmente la psicoanalisi individua l’invidia del pene alla base della cleptomania che si esprime nel desiderio di impossessarsi di qualcosa che la donna ritiene le sia stato negato. Non esiste un confine netto tra feticismo e cleptomania, infatti l’oggetto rubato può essere utilizzato per eccitarsi sessualmente e non rappresenta esclusivamente il pene, ma, come il feticcio, simboleggia perdite e assenze patite nel corso dell’infanzia. Il furto concerne il riappropriarsi delle gratificazioni negate e al contempo la vendetta e il trionfo. L’oggetto rubato diviene il sostituto dell’amore e della protezione che il bambino avrebbe desiderato e previene la depressione e l’ansia.[7]

Spesso tra le fantasie sessuali di soggetti normali sono presenti fantasie di soggiogare, possedere, essere padroni dell’altro.

Ciò che differenzia il perverso è la necessità di passare all’atto, di tradurre in azioni reali tali desideri.

Dal momento che la perversione nega i limiti e i confini, il partner non è un individuo separato, ma un oggetto da asservire.

Come è chiaro nel film 9 settimane e mezzo, questa strategia perversa è destinata a fallire, poiché rivela la effettiva incapacità di entrare in relazione, di amare o di odiare realmente l’altro.

Ciò che il perverso teme è il coinvolgimento negli affetti, l’avere a che fare con un oggetto vivo e non con un feticcio da poter manipolare a proprio piacimento.

Un altro film che mi sento di consigliare a coloro che vogliono familiarizzare con le perversioni femminili è “La pianista”, soprattutto in riferimento all’assenza paterna e al malsano rapporto madre figlia, che spesso è alla base delle perversioni affettive e sessuali femminili.

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BIBLIOGRAFIA

•             Deutsch H., La psicologia della donna, 2 voll., Boringhieri, Torino, 1977.

•             Freud S., Sessualità femminile, in Opere, vol. XI, Boringhieri, Torino, 1979.

•             Freud S., Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere, vol. IV, Boringhieri, Torino, 1970.

•             Freud S., Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, in Opere, vol. VI, Boringhieri, 1974.

•             Freud S.,Il problema economico del masochismo, in Opere, vol. X, Boringhieri, Torino, 1978.

•             Galimberti U. (2007): Dizionario di Psicologia – Le Garzantine, 2007.

•             Kaplan L. J., Perversioni femminili, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1992.

•             Rienzo G. ,Le perversioni femminili, collana “Saperne di Più”, 2003.

•             Salvo A., Perversioni al femminile, Mondadori, Milano, 1997.

•             Sinonelli, Petruccelli, Vizzarro, Le perversioni sessuali: aspetti clinici e giuridici, Franco Angeli, 2002

•             Stoller R. J., Perversioni: la forma erotica dell’odio, Feltrinelli, Milano, 1978.

•             Vegetti Finzi (a cura di), Psicoanalisi al femminile, Laterza, Roma-Bari, 1992.


[1] Umberto Galimberti: Dizionario di Psicologia “Le Garzantine”, pag. 772

[2] Ibidem

[3] Rienzo G. (2003): “Le perversioni femminili” – collana “saperne di più”.

[4] Simonelli, Vizzarri, Petrucelli (2002): “Le perversioni sessuali: aspetti clinici e giuridici” – Franco Angeli

[5] Rienzo G. (2003): “Le perversioni femminili” – collana “saperne di più”.

[6] Simonelli, Vizzarri, Petrucelli (2002): “Le perversioni sessuali: aspetti clinici e giuridici” pag. 45

[7] Rienzo G. (2003): “Le perversioni femminili” – collana “saperne di più”.