Empatia, abuso psicologico e dipendenza affettiva: empatici si nasce o si diventa?

L’empatia è la capacità di immedesimarsi nell’altro, di percepire/intuire le sue emozioni e i suoi pensieri.
L’empatia è un’attitudine a comprendere chi abbiamo di fronte, data dalla capacità di focalizzarsi sull’altro, mettendo momentaneamente da parte noi stessi.

L’empatia è un dono innato, una predisposizione genetica della specie umana, che può manifestarsi sulla base di una stimolazione ambientale o meno.

Ciò è stato ampiamente dimostrato da Darwin, ma anche dagli studi di G. Rizzolatti e Gallese sui neuroni specchio.

Secondo la teoria dei neuroni specchio, elaborata dal gruppo di Rizzolatti, l’empatia nasce da un processo di simulazione incarnata (Gallese, 2006) che precede l’elaborazione cognitiva.

Una persona empatica quindi,  è una persona che ha ottime capacità psicologiche ed umane (di percezione istinto, comprensione, dialogo, comunicazione..).

L’empatia è anche considerata una particolare forma di INTELLIGENZA EMOTIVA, cioè la capacità di percepire le emozioni altrui, elaborale ed esprimerle/restituirle in modo sano.

Quello che non si dice quasi mai però –  è che questa capacità innata, a volte, matura in seguito ad un trauma affettivo (abuso psicologico) e non sempre in contesti socio-affettivi sani.

L’empatico è spesso una persona ferita, che sa mettersi nei panni degli altri, perché ha imparato a farlo da piccolo, (the Wise Baby/ Adult Child) facendo da genitore ai propri genitori.

L’empatia è molto spesso il risultato una ferita abbandonica che sanguina, che non si è mai rimarginata e  dalla quale i manipolatori affettivi suggono energia, è un taglio precoce, un cesareo psichico, che il bambino è stato costretto a praticarsi per  evitare di essere punito, svalutato, rinnegato, dimenticato o ancor peggio abbandonato; l’empatia è spesso il risultato di una crescita e una maturazione psicologica precoce e forzata ai fini della sopravvivenza psichica, emotiva e a volte purtroppo anche fisica.

Per questo forse, oggi ricerchiamo nell’altro il tiranno psichico che conosciamo già, per ripetere una storia già vissuta: un genitore abusante, immaturo, instabile, che si appoggia ai figli, in modo più o meno  visibile, che li genera per strumentalizzarli a livello psichico o materiale, che non li desiderava veramente e quindi, con tutta probabilità genitori narcisisti patologici”. (Dottoressa Silvia Michelini).

Secondo Ferenczi questi bambini sono definiti “saggi”: il bambino diventa “psicologo” dell’adulto, affinando la propria sensibilità e il le proprie abilità introspettive, per tentare di comprendere i pattern di comportamento di un genitore conflittuale, folle o gravemente disturbato, per non dover soccombere continuamente alla tentazione di attribuire a se stesso l’origine di tutti i conflitti in cui vive.

Ecco perché chi è empatico, si trova spesso ad essere sfruttato dalle persone, perché è abituato/a, è addestrato al ricatto affettivo, perché ha confuso l’abuso con l’amore, perché ha imparato che se ascolta l’altro, se gli da quello che vuole, se lo aiuta questo poi gli darà le sue attenzioni e la sua ammirazione, tuttavia, per un manipolatore affettivo, queste attenzioni sono centellinate al millimetro e distribuite come insignificanti molliche d’amore lungo un cammino di spietata severità riguardo invece i presunto obblighi, mancanze,  doveri morali, etici o di ruolo della vittima; doveri morali che quasi certamente, il manipolatore affettivo non si sentirà in dovere di ricambiare o di rispettare, perché se sbaglia, suvvia.. è pur sempre “colpa vostra”.

Gli empatici tendono ad entrare in relazioni complementari, scarsamente reciproche, basate sul sostegno dell’altro, soprattutto con le persone appartenenti ai cluster di personalità B (border-narcisisti.-istrionici- antisociali/drammatici/disregolati/dissociati a livello emotivo), perché questo tipo di personalità ricercano nell’empatico ciò di cui sono carenti, la capacità di comprendere ed elaborare i propri stati emotivi.

Le persone emotivamente dissociate, non avvertono la necessità di essere coerenti, loro sono sempre perfetti, perché proiettano tutta la negatività all’esterno, lo saranno spesso, anche a costo di passarvi sopra come caterpillar, poco importa chi siete, se le mogli, i mariti o i siete i figli; dovete obbedire, essere i figli che vorrebbero che foste, le mogli perfette mute e sottomesse o i mariti zerbino che desiderano. A loro interessa mantenere il controllo e le attenzioni costantemente centrate su se stessi,.

Anche i manipolatori emotivi, si difendono, cercano di sopravvivere, celano una grande sofferenza e non è certamente intento di questo articolo condannarli a morte, ma a volte chi soffre, può fare del male agli altri, anche se non lo vorrebbe.

Le persone aride a livello emotivo, ricercano attivamente gli empatici e se hanno la fortuna di riuscire ad addestrarne uno come figlio/marito/moglie, a suon di svalutazioni, punizioni e ricatti affettivi, li uniscono al loro immaginario esercito di fan o “oggetti di soddisfazione masturbatoria”.

Gli empatici invece sono persone che definiremo “BUONE”.

Per questo, fanno realmente fatica a credere che possano esistere persone fredde, anaffettive, aride, prive di scrupoli, figuriamoci poi se questo/a dovesse essere un genitore.

Una particolare forma di relazione abusante è quella tra un dipendente affettivo e un narcisista scarsamente empatico.

In generale i narcisisti tendono a voler mantenere il potere economico o psicologico (attraverso il vittimismo) sull’altro, per legarlo a se e quindi proseguire ad approvvigionarsi di lui/lei emotivamente.

Una strategia di conquista infallibile del narciso/a è quella di mostrarsi il partner ideale oppure una vittima da salvare (genitori inclusi).

In questo modo il narciso empatico si sentirà in dovere di salvarlo, impiegando ogni sua risorsa fisica, economica ed emotiva e proseguirà anche quando il NP si sarà tolto/a la maschera (narcisistic-supply), perché a quel punto la relazione non sarà più sbilanciata e si sarà instaurata una co-dipendenza narcisistica o come dico io “il parassita oggetto narcisistico si è instaurato nella psiche del partner”.

La co-dipendenza instaura e si rafforza sull’impossibilità da parte del partner empatico di rinunciare alla sua visione ideale dell’amore della famiglia, (narcisismo infantile), perché distruggere quell’ideale sarebbe come distruggere una parte di se e quindi entrare in contatto con il vecchio tiranno interiorizzato.

Su questa forma di “buonismo” e idealismo romantico/religioso (l’amore salva tutto e vince su tutto) o meglio di Falso Sé del narciso empatico, si basa poi tutta la prosecuzione della relazione dipendenza affettiva.

La vittima di narcisismo non resiste alla tentazione di dover dimostrare a tutto il mondo di essere buono, per questo il NP riesce tranquillamente a gestirlo puntando sulla sua “ansia da prestazione umana”. Dottoressa Silvia Michelini.

Per questo se hai già avuto una storia di abuso familiare, sei una persona sensibile, sognatrice, romantica, autonoma, perfezionista, talentuosa, intelligente, empatica, ma anche insicura e con scarsa autostima, sei una possibile vittima di narcisismo.

Ricordati che l’amore non cura ogni ferita, non possiamo veramente salvare nessuno, ma solo amarlo, ma amare qualcuno più di te stesso, non è sano.

Leggi, informati, impara come riconoscerli e come gestirli, impara a prenderti cura di te stesso/a e soprattutto a impiegare le tue qualità empatiche per lavoro oppure con persone che non ne approfittano in cui vi è una reciprocità affettiva.

Dottoressa Silvia Michelini

4 commenti

  1. Io personalmente non ho avuto particolari problemi in famiglia, ma avevo una forte empatia verso una persona (non fidanzato)… è possibile? Grazie

    1. Certamente.
      L’articolo si concentra su un certo tipo di empatia, ma l’empatia può manifestarsi spontaneamente, anche in assenza di “traumi” o ferite. Anche se in questo caso credo che lei si riferisca al “feeling”, sintonia emotiva, connessione con una persona. L’empatia è una qualità che abbiamo e se la abbiamo non si manifesta solamente con una persona e se accade chiediamoci perché quella persona ce l’ha stimolata.

  2. Credo di fare confusione nella comprensione dell’ultima parte del testo. Permettendo la semplificazione, essere “fortemente” empatici può essere visto come una forma di narcisismo? In pratica per piacere si vuole apparire buoni e comprensivi? Quindi tale empatia non sarebbe sinonimo di “bontà d’animo” ma solo una risposta ad un bisogno egoistico di accettazione? …e tale bisogno esporrebbe a sua volta alle “grinfie” di altre tipologie più classiche di narcisisti…Dico bene o non ho compreso davvero l’ultima parte del testo? Grazie

    1. Ciao Alex,

      mi collego alle tue domande :
      1) “Quindi tale empatia non sarebbe sinonimo di “bontà d’animo” ma solo una risposta ad un bisogno egoistico di accettazione”? – A VOLTE SI E POSSIAMO CONSIDERARLO UNA FORMA DI NARCISISMO PIÙ’ SANO, CHE PARTE DALLA VOGLIA DI RIPARARSI, DI AUTO GUARIGIONE MA CHE POI PUÒ RIENTRARE IN QUADRI CLINICI DI DIPENDENZA AFFETTIVA, IL MASOCHISMO MORALE, ..ETC….
      2) e tale bisogno esporrebbe a sua volta alle “grinfie” di altre tipologie più classiche di narcisisti.. ” PURTROPPO SI, PERCHÉ’ SPESSO SONO I GENITORI DI QUESTE PERSONE AD ESSERE ESSI STESSI NARCISISTI, AD AVER EDUCATO I FIGLI AL “NON MERITI IL MIO AMORE SE NON FAI QUESTO…”, ” TI VOGLIO BENE SE FAI IL BRAVO BAMBINO E FAI QUESTO PER MAMMA.. ALTRIMENTI.. NO…TI ABBANDONO”….PER QUESTO DA GRANDE L’ACCETTAZIONE DA PARTE DEL NP DIVIENE UNA SORTA DI FISSAZIONE PER IL DIPENDENTE AFFETTIVO 😀

      PIU’ IN GENERALE:

      l’empatia è una qualità innata, ma che non tutti sviluppano e realizzano oppure che sviluppiamo e poi inibiamo/perdiamo.
      Questa caratteristica, cioè, viene mediata dall’ambiente; le esperienze che facciamo nelle primissime fasi della nostra vita, soprattutto a livello relazionale, influiscono (in modo positivo o negativo) sulla manifestazione o meno di certi tratti/caratteristiche geneticamente presenti nel nostro DNA.
      Alcuni di questi studi in ambito delle neuroscienze affettive, hanno dimostrato che anche in contesti socio-culturali e di relazione deprivanti può svilupparsi l’empatia, a seguito di educazioni controllanti/svalutanti (controllo privo di affetto) che mirano inconsciamente ad abbassare l’autostima del figlio per tenerlo sempre a se. I figli in questo senso, assolvono funzioni strumentali nella vita dei genitori, a vario livello.
      Il figlio quindi impara a capire gli altri, perché a casa gli viene richiesta – più o meno direttamente – un’altissima prestazione a livello emotivo e psicologico.
      Queste forme di “empatia traumatica” sono certamente a rischio in età adulta, di essere solo il tentativo di avere riconoscimenti dal mondo esterno e quindi una sorta di qualità che si può usare sia a scopi realmente altruistici che non.
      Anche la tendenza all’auto sacrificio, qualità da sempre associata alle persone miti e dipendenti, è stata associata agli empatici ma anche a forme più evolute di narcisismo.
      E’ come per dire che il narcisista, ad un livello sano, utilizza le sue qualità empatiche per “fare colpo sugli altri”, ma questo non costituisce un problema, finché però questo atteggiamento non prenda il sopravvento sulla personalità E sulla capacità di prendersi cura di se stessi.. ed ecco quindi che la ricerca di guarigione di una ferita narcisistica antica, può divenire l’onnipotente desiderio di essere migliore degli altri, di capirli per soggiogarli o controllarli (vedi leader politici, leader carismatici, guru.. e ahimè anche molti psicoterapeuti :-D).
      Ecco perché Jung suggeriva a tutti gli analisti, di entrare in contatto con la loro personale ferita narcisistica, averne consapevolezza, perché tutto ciò di cui non siamo consapevoli può danneggiare noi e anche gli altri, soprattutto se la funzione che svolgiamo è importante per la società o la salute pubblica (medici, psichiatri.. etc..).
      Mi duole dirti che ad oggi moltissimi dei miei colleghi non fanno terapia personale e non hanno una supervisione costante, che fino a tanti anni fa era obbligatoria da parte dell’albo.
      Per questo, andando contro i miei interessi, dico sempre ai miei pazienti quando scelgono un terapeuta di accertarsi che vada in terapia e abbia un supervisore, perché chi afferma di “non averne bisogno” oltre a mettersi in una posizione di asimmetrica superiorità, infligge un colpo implicitamente svalutante all’analisi come per dire “ci vanno i malati” e in tal senso opera una scissione sulla sua parte malata.
      Io non mi fiderei di chi non è in contatto coi suoi fantasmi 😀 ma soprattutto di chi non ammette che chi sceglie certe professioni, certamente a sua volta ha sofferto e parte quindi da un suo personale complesso.
      Questo complesso può essere curativo se cosciente.

      un caro saluto
      Silvia Michelini

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