Dott.ssa Silvia Michelini     psicologiacoppia@gmail.com

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Cos è l’odio? L’odio è un meccanismo di difesa, strettamente connesso all’aggressività e alla rabbia, che scatta in seguito alla sensazione (esperita per la prima volta o anche in età adulta) di essere “in pericolo di vita” ed impotenti di fronte alle minacce provenienti dall’ambiente esterno. Queste minacce di morte possono essere reali (malattie, incidenti…) o emotive ( derivanti dal dolore esperito nelle relazioni disfunzionali che viviamo durante in primi anni di vita), senza che vi sia la possibilità di sentirsi protetti da parte di chi ci ama o dovrebbe amarci: i nostri genitori e in particolare la madre.   Quando sperimentiamo odio per la prima volta? L’odio è un sentimento ancestrale, primordiale; il neonato è completamente vulnerabile ed indifeso, per questo necessita di una madre presente e sufficientemente adeguata, che possa rispondere alle sue esigenze fisiche, affettive e psicologiche. Se un bambino nasce e cresce in un ambiente familiare disfunzionale (caotico, disgregolato, violento, intrusivo, ambiguo, anaffettivo) sperimenta un costante clima di terrore e maturerà – all’interno delle relazione con la madre o con le altre figure di riferimento –  sentimenti di deprivazione affettiva, umiliazione, svalutazione e abbandono. Le sue esigenze fisiche, psicologiche ed affettive non saranno appagate e nel peggiore dei casi verrà punito, maltrattato o svilito per il solo fatto di averle manifestate. I sentimenti di paura, rifiuto e abbandono sperimentati dal bambino durante le quotidiane interazioni (madre-figlio/padre-figlio/care giver/figlio) vengono codificati nel cervello emotivo ed arcaico (cervello rettiliano) come “minacce di morte”. Questa minaccia biologica fa si che i sistemi di attacco e fuga restino sempre accesi e che ieri come oggi la “ferita narcisistica primaria” di abbandono venga vissuta come una grave offesa ed ingiustizia– anche se i ricordi legati ai motivi di questo odio e sete di vendetta, saranno ormai rimossi e spesso – NEGATI O SOTTOVALUTATI DA PARTE DEI GENITORI.           Per un bambino “ non essere visto”, riconosciuto nei suoi bisogni primari è estremamente doloroso perché mina il diritto all’esistenza stessa. Per questo il dolore provato viene rimosso perché percepito come minaccia di morte e di distacco dal genitore dal quale si dipende per la propria sopravvivenza. Un bambino inerme e sottomesso cosa può fare? crearsi una corazza, sopravvivere come può trasformando il suo dolore in rabbia e successivamente in odio. L’odio e la rabbia quindi – ci difendono dallo sperimentare nuovamente il dolore dell’abbandono e dell’umiliazione vissuta nelle relazioni primarie. Ciò che è paradossale è che un bambino impaurito e ferito a chi può rivolgersi per farsi aiutare se non ai propri genitori? il genitore dovrebbe essere colui/colei che difende il bambino dai pericoli del mondo esterno e gli/le garantisce sicurezza e affetto, ma se la minaccia arriva proprio da loro? Al bambino non resta che rimuovere l’odio verso il genitore (almeno fino all’adolescenza) al fine di sopravvivere. E’ in questo preciso momento che una persona perde se stessa, impara a conformarsi sul genitore (o sull’altro), ad idealizzarlo (non vederne gli aspetti negativi), a sottomettersi al volere altrui pur di essere amato, riconosciuto e visto. E’ in questo momento che nasce il paradosso della dipendenza affettiva: tu mi fai del male, ma io ho bisogno di te per sopravvivere, mi vergogno e per questo e vorrei distruggerti o distruggermi, ma mi sento vuoto e quindi torno da te perché mi fai sperimentare quel dolore, che mi ricorda chi ero, che sono vivo e che quel bambino di allora, aspetta ancora.. nascosto nell’ombra e in lacrime che qualcuno, lo veda lo prenda tra le sue braccia . (D.ssa Silvia Michelini). Per questo ti cerco, ma in realtà TI ODIO e MI ODIO perché ho bisogno di te. E’ in questo abbandono che germoglia il seme delle future delusioni amorose, del ricercare nell’altro sempre qualcuno che ci dimentichi, ci trascuri, ci umili e ci sottometta. In età adulta l’odio rimosso può tramutarsi in desiderio di RISCATTO NARCISISTICO o vendetta. La vendetta implica tuttavia –  la distruzione dell’oggetto d’amore/della persona che sentiamo ci ha fatto del male, ma rende impossibile sia una eventuale riparazione che la soddisfazione delle antiche esigenze affettive frustrate. Per questo si verifica una pericolosa e dolorante stagnazione interna, che emerge nel conflitto e il senso di rifiuto verso il genitore abbandonico in età adulta. Questa vendetta potrà anche “spostarsi” ed essere operata più o meno consciamente su altre persone (partner/amici) o anche verso se stessi (masochismo relazionale/auto-distruttività). L’odio rivolto verso se stessi, diviene depressione, auto-sabotamento, ricerca di condotte auto-lesive. L’odio diventa disprezzo per sé stessi, perché siamo stati deboli, impotenti, perché siamo stati RIFIUTATI ma abbiamo delle necessità e per soddisfarle, ieri come oggi, abbiamo bisogno DELL’ALTRO. Odio me stesso e gli altri perché NON SONO INVULNERABILE. A livello psicodinamico si verifica una scissione importante: genitore buono vs genitore cattivo. La parte del genitore buono viene idealizzata o nel peggiore dei casi CREATA DAL NULLA attraverso LA FANTASIA, al fine di evitare i sensi di colpa interni per aver desiderato e provato odio verso la stessa persona che amiamo e che vorremmo ci proteggesse e ci amasse.   Per un figlio è di vitale importanza salvare il genitore, immaginarne uno, crearne uno e dipendere da esso anche a scapito di se stesso. Di fatto in questo modo il bambino “dimenticato” perde la sua identità e non gli resta che IDENTIFICARSI CON L’AGGRESSORE O CON IL GENITORE CHE ODIA, vivendo eternamente in una bolla grigia, in una zona d’ ombra come in un perenne gaslighting. Se non percepiamo l’odio quindi, cosa sentiamo oggi in seguito a una ferita abbandonica? L’odio rimosso si manifesta nell’adulto sotto forma di rabbia, ricerca di riscatto (devo avere oggi quello che non ho potuto avere ieri oppure devo fare a te oggi quello che è stato fatto a me ieri), insoddisfazione, competitività, depressione, dipendenza, problemi relazionali e una costante sensazione di vuoto legata al mancato riconoscimento primario. Permane inoltre una pretesa infantile e capricciosa di essere amati e riconosciuti dal partner, dagli amici, dal capo a lavoro cosi come avremmo dovuto esserlo un tempo da parte dei nostri genitori. Ma se per un neonato è un diritto naturale imprescindibile, per un adulto, diventa paradossale e tragico. E cosa possiamo fare oggi per guarire? Innanzitutto accettare che quello che non abbiamo avuto, i traumi subiti non cambieranno ma possiamo cambiare noi in prospettiva di essi. Oggi siamo adulti siamo responsabili delle nostre azioni, possiamo darci ciò che ci manca, affrontare i nostri sensi di colpa, accettare e superare. Il che non significa giustificare o dimenticare, ma non vergognarsi più con se stessi di cosa proviamo, permetterci di stabilire dei confini con chi ci ha fatto del male, (anche non volendo) soprattutto se ancora oggi sperimentiamo nel rapporto coi genitori il dolore dell’abbandono o dell’inganno emotivo di un tempo, perché oltre a non cambiare, questi genitori ci impongono spesso lo stesso schema anche in età adulta –  pretendendo di avere in cambio (oggi) quello che sostengono di aver fatto per noi quando eravamo piccoli. “Il senso di colpa e il ricatto emotivo sono le armi più utilizzate dai genitori narcisisti (o diciamo semplicemente EGOISTI e infantili ) per spingerti a secernere ancora oggi quell’amore che non hanno dato, ma che millantano con tutti di avere donato ai loro figli considerati ingrati e impuniti, ma che di fatto si trovano nel presente a risperimentare l’ingiustizia e l’umiliazione di doversi sottomettere e rinnegare il proprio vissuto interno”. D.ssa Silvia Michelini Questo “riscatto” viene percepito dal bambino abbandonato come un ulteriore sopruso alla sua libertà oggi: la libertà di rimettersi insieme pezzo per pezzo in solitudine o in tranquillità, di leccarsi le ferite e CRESCERSI DA SOLO. Questo vuol dire che ciò che non abbiamo avuto non ci verrà più dato, ma che noi oggi abbiamo la responsabilità di smettere di aspettarcelo dagli altri. Per questo motivo l’odio non va temuto, non va giudicato ma va ACCETTATO cosi da evitare di AGIRLO sugli altri o su se stessi. Va accettato perché è lecito, perché se lo provi ci sarà un motivo e solo accogliendolo puoi gestirlo e decidere come drenarlo oggi. Non vuol dire fare del male ai propri genitori o detestarli, ma comprendere quanto fossero vuoti, quanto lo sono ancora oggi e quanta fortuna abbiamo noi nel potercene accorgere e spezzare la catena dell’odio. DEDICATO A  CHIARA E A SILVIO Se sei interessato/a visita anche www.vittimedinarcisismo.com e www.silviamichelini.com