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Amore e Ossessività: Impossibilità di Amare l’altro nel DOC da relazione

La personalità Ossessiva

Il tratto ossessivo (diverso dalla patologia ossessiva) è un tratto di personalità molto comune, soprattutto in Occidente: meticolosità, criticismo, autodeterminazione, indipendenza, ricerca della perfezione, controllo, autosacrificio… sono tutti aspetti della personalità che sono premiati dalla società e dalla cultura sin dai primi anni di vita di un bambino.

Verso i 2/3 anni il bambino vitale e gioioso, inizia a manifestare la sua volontà di imporsi sull’ambiente e di esercitare quindi la sua autonomia.

Questa volontà del bambino può trovarsi di fronte a un conflitto tra la ricerca di autodeterminazione e l’inibizione di quest’ultima, che passa attraverso la soppressione della spontaneità e dell’autonomia per mezzo di strategie educative basate sulla repressione, la svalutazione e la vergogna piuttosto che sul confronto e sul ragionevole e opportuno controllo dell’esuberanza del bambino.

Quante volte abbiamo visto al parco bambini che vengono continuamente redarguiti ad ogni passo che fanno “non ti sporcare!”, “ non ti sedere a terra”, “copriti” “non correre”.. ogni iniziativa autonoma, spontanea o giocosa del bambino viene repressa più che incentivata e gestita con autorevolezza.

Il genitore severo preferisce sopprimere un comportamento anziché condividerlo col bambino, insegandogli come fare in una data situazione che reputa poco opportuna.

La repressione e la svalutazione determinano un profondo senso di inadeguatezza, frustrazione, rabbia e vergogna nel bambino, minando la sua autostima “DA SOLO NON CE LA FACCIO”.

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Perchè non ti dimostra mai che ti ama? Evitare le emozioni: Come riconoscere se il tuo partner è un “Evitante”

Molti dei miei pazienti, si lamentano della “freddezza” del proprio partner, del suo modo “distaccato” di vivere il rapporto; a tutti noi è capitato di sperimentarsi in una relazione con una persona che vive le emozioni in modo conflittuale o meglio – non le vive, perchè le percepisce come minacciose.

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Perchè molte persone sentono che lasciandosi andare in un rapporto, rischiano di “perdersi”? che dimostrando all’altro/a che lo/la amano perdono “potere”?

Perchè alcune di queste persone ricercano un rapporto di coppia stabile, ma poi non sono in grado di godere del rapporto e di dimostrare all’altro i propri sentimenti?

Le ricerche e gli studi sull’attaccamento, dimostrano che può dipendere dalla qualità delle prime relazioni di cui abbiamo fatto esperienza.

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Ognuno di noi, impara ad amare, basandosi sulle prime relazioni avute in infanzia, in particolare con le prime figure di accudimento.
Il nostro modo di vivere  l’amore dipende molto dal modello di relazione che abbiamo interiorizzato in famiglia ed in particolare con la madre o con altra figura di accudimento, detta “care-giver”.

In poche parole seguiamo un modello di relazione che abbiamo appreso in famiglia, anche se non ne siamo sempre consapevoli e se lo siamo, spesso non riusciamo ad evitare di comportaci in quel modo.

Questo non vuol dire che si possa cambiare, ma è bene considerare questi modelli di base, al fine di divenire adulti affettivamente maturi e consapevoli.

In particolare gli studi Di Bowlby e Mary Ainsworth hanno evidenziato che la relazione tra la madre e il bambino, soprattutto nel primo anno di vita, lascia una traccia indelebile (“imprinting” ) che influenza tutte le successive relazioni.
Se la relazione tra la madre e il bambino/la bambina è solida, calorosa e il piccolo sviluppa fiducia rispetto alla costanza e alla presenza della madre come figura di accudimento valida e stabile sviluppa quello che tecnicamente si definisce attaccamento “sicuro”, se invece la madre non riesce ad entrare in sintonia col figlio/figlia e le sue cure sono state carenti, il bambino/la bambina sviluppa un attaccamento “insicuro”.

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I bambini che crescono in un contesto affettivo valido, si sentono amati, sanno che se sono in difficoltà c’è qualcuno che li accoglie, che li comprende e che li guida e per questo sviluppano FIDUCIA NELLE RELAZIONI, perchè si aspettano una risposta positiva dall’altro e qualora ce ne sia una negativa, sanno che l’altro può riparare o farà di tutto per farlo.

Un tipo di relazione così appagante, permette al bambino di crescere con un buon livello di autostima e una buona immagine di sè, come degno di amore, per questo da adulto, saprà anche riconoscere nel’altro emozioni, desideri e bisogni.

La recente fragilità delle unioni e la facilità con cui si disgregano le coppie e le famiglie ha contribuito, purtroppo, ad aumentare il rischio che le relazioni siano sempre meno sicure e stabili e per questo non è difficile confrontarsi con l’insicurezza nelle relazioni a qualsiasi età.

 

Da adulte, le persone con un attaccamento sicuro vivono le emozioni, l’affettività e l’intimità in modo sano ed equilibrato, non se ne sentono minacciate, mentre le persone con attaccamento insicuro hanno un attaggiamento conflittuale verso le relazioni affettive, da un lato le ricercano, dall’altro viverle li costringe a riconfrontarsi con il doloroso ricordo delle relazioni primarie, carenti o fonte di sofferenza.

L’attaccamento insicuro la SFCUOREIDUCIA e il conflitto rispetto alla propria AUTONOMIA
Le persone con attaccamento insicuro non riescono ad avere una relazione appagante perchè non hanno fiducia in se stessi e negli altri.

La mancanza assoluta di fede nel mondo esterno e quindi anche negli altri, dipende dalla sfiducia che queste persone sviluppano nei confronti die loro genitori, che non sono stati in grado, per problemi affettivi, psicologici, familiari etc.. di prendersi cura di loro in modo adeguato e cioè rispondendo in modo adeguato ai loro bisogni di cura, protezione e amore da un alto ed autonomia dall’altro.

Per questo motivo le persone con attaccamento insicuro, hanno un imprinting negativo alle relazioni, che sono quindi percepite come fonte di sofferenza e nella vita affettiva adulta mettono in atto dei “copioni relazionali” abbastanza prevedibili, che hanno appreso in famiglia.

Bowlby ha identificato poi tre tipi di attaccamento insicuro: evitante – ambivalente – disorganizzato.

Oggi parliamo delle persone con attaccamento EVITANTE e cioè quelle che spesso percepiamo come inafferrabili, schive, distaccate e aride di emozioni, sia che siano in una relazione stabile o poco impegnativa.

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Gli evitanti sono persone che hanno imparato presto a dover contare solo su loro stessi, perchè i genitori non erano disponibili e li hanno spinti verso un’autonomia troppo precoce.

Il messaggio che questi genitori mandano ai loro figli è che una relazione (madre-figlio/amicale etc..) è limitante per la propria autonomia.

Avvertendo la relazione come una minaccia alla propria autonomia, gli evitanti, nascondono le proprie emozioni, a volte anche a loro stessi, non riescono a stare in una relazione, perchè gli suscita ansia e per questo puntano tutto sulla propria realizzazione personale.

Gli evitanti “single”si “difendono” dal rischio di amare, concentrandosi sui difetti del proprio partner dopo poco che conoscono una persona e vivono quindi relazioni brevi del tutto inconsistenti, che non li coinvolgano emotivamente.

Gli evitanti in “coppia” sono  descritti come egocentrici e concentrati su se stessi; fanno fatica a ragionare come coppia e a costruire un senso del NOI, qualsiasi richiesta da parte dell’altro viene percepita come pressante, quasi come se la certezza del suo amore sia la sua sola presenza, della quale l’altro deve accontentarsi.

Gli evitanti descrivono i loro partner (sebbene normalissimi), come esigenti, lamentosi, sofficanti..etc. e vivono l’intimità emotiva e sessuale come un grande ostacolo, che li costringe a confrontarsi con le vecchie ferite, per questo, spesso di fronte alle richieste di maggiore intimità, rispondono al partner con la noia o con la fuga.

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Una persona con attaccamento insicuro/ un EVITANTE, può cambiare?

Vivere relazioni sane ed appaganti è il primo scalino per poter sperimentare un affettività più matura, purtroppo non sempre gli evitanti scelgono un partner con attaccamento sicuro, il più delle volte si confrontano con gli AMBIVALENTI, che hanno subito gli stessi traumi infantili, ma che hanno risposto sviluppando un atteggiamento paradossale rispetto alle relazioni: le ricercano per avere conferme continue di amore, che tuttavia sono insufficienti a colmare i loro vuoti e per questo sono perennemente insoddisfatti. Gli ambivalenti inoltre basano la loro carente autostima sulle conferme esterne e per questo, se in relazione con un evitante, rischiano di incappare spesso nel tradimento, nel senso di colpa e nelle eterne lotte di potere, caratteristiche delle coppie disfunzionali.

L’ideale quindi è saper individuare chi ha un attaccamento sano, ma se ci siamo innamorati di qualcuno che invece ha un attaccamento insicuro, non possiamo far altro che pazientare affrontando insieme un percorso di coppia, o individuale focalizzato sulle relazioni e sulla possibilità di sviluppare un’ affettività matura.
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D.rssa Michelini

Come accorgerci se siamo vittime di ricatto affettivo? Sei sintomi per scoprire se subisci abuso emotivo da parte delle persone a cui vuoi bene.

Senso di colpa e ricatto morale: sei sintomi
Come accorgerci se chi amiamo ci ricatta affettivamente (ricatti morali ed affettivi)

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I ricatti affettivi sono i ricatti più difficili da riconoscere, perché si focalizzano sul nostro sistema di valori, sull’etica, sulla morale, sulle relazioni e per questo non è facile riconoscere se ne siamo vittime o ammettere di essere noi stessi a ricattare gli altri.
Alcuni tipi di ricatti sono palesi, inequivocabili, perché chi ci ricatta esprime chiaramente le conseuguenze a cui andremmo incontro se non lo/la accontentiamo: “o lasci quel lavoro, o chiedo la separazione”, ma altri sono più sottili, nascono in relazioni affettive positive, sia amicali, che di coppia o familiari; anche se conosciamo bene la persona che abbiamo di fronte, la stimiamo, nutriamo affetto per lei/lui e apparentemente non ci sono problemi o conflitti, abbiamo sempre quella sensazione che qualcosa non va, ma non sappiamo perché.
Prima però di credere che qualcuno ci stia ricattando moralmente dobbiamo essere certi che siano presenti alcuni elementi o “sintomi”.
La dinamica del ricatto prevede due persone consenzienti, per questo il ricatto e l’obbedienza sono due facce della stessa medaglia, due aspetti della stessa carenza affettiva.

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Spesso, sia la vittima che il carnefice del ricatto sono persone che in infanzia hanno sofferto per privazioni e carenze affettive e che per questo, sono in un costante stato di bisogno e di frustrazione; entrambi ricercano l’approvazione degli altri, per paura di restare soli, per non affrontare le loro insicurezze, ma la differenza che c’è tra il ricattatore e la vittima è solo il ruolo che si è deciso di interpretare nella stessa commedia: il ricattatore non è in grado di tollerare la frustrazione derivante dalle carenze subite e per questo da bambino indifeso si identifica con un fantasmatico “aggressore” (attivo o passivo non importa), che si impone sugli altri in modo diretto e/o indiretto per ottenere ciò che vuole, mentre la vittima resta nella posizione di inferiorità del bambino convinto del fatto che se “farò tutto quello che mamma/papà vogliono, finalmente sarà amato.
Chi è passibile di ricatto si sente in colpa costantemente, per lui/lei l’amore non è mai stato gratis, ha imparato che l’amore va meritato.
Per questo i ricatti affettivi hanno molto a che spartire con la dipendenza affettiva.
La psicoterapeuta americana Susan Forward, nel suo testo “il senso di colpa”, (TEA, 2004), ha individuato SEI SINTOMI indicativi della presenza di un ricatto morale/affettivo, indipendentemente dalla sua gravità; possiamo trovarci infatti di fronte a un piccolo ricatto e a un grande ricatto, il principio è lo stesso, ma le conseguenze, chiaramente no.

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1) RICHIESTA: Esempio Paola chiede a Mario di andare a vivere insieme; la richiesta può essere diretta o indiretta, non sempre infatti, chi ci ricatta ce lo fa capire con una frase, ma certamente si lascia comprendere, in termine di musi, silenzi, allusioni e malumori.
2) RESISTENZA: Mario risponde in modo chiaro che non se la sente, anche se potrebbe non esprimere il suo dissenso direttamente, ma prendendo tempo, accampando scuse, dichiara apertamente di non sentirsela di accontentare Paola.
3) PRESSIONE: a quel punto Paola, mostrandosi aperta al dialogo, cerca di convincere Mario che la sua richiesta è legittima, perché proviene da una donna innamorata e che due persone che si amano veramente vogliono condividere la loro vita insieme. Il dialogo si trasforma presto in un monologo, una predica nella quale Paola interroga Mario rispetto alla verità dei suoi sentimenti, etc e di quanto questa riluttanza la faccia soffrire.
4) MINACCIA: in questa fase chi ricatta, passa all’azione, illustrando all’altro le conseguenze di quello che accadrà se non lo si accontenta o mortificandosi di come il no dell’altro lo faccia soffrire: Paola dice a Mario che se non andranno a vivere insieme, non se la sentirà più di essergli fedele ad esempio, o non lo considererà più un fidanzato, ma solo una persona che “frequenta” e via dicendo.
5) RESA: Alla fine Mario riflette sulle richieste di Paola e si sente colpevole per non aver ancora maturato la volontà di andare a vivere insieme, perché chi si ama vive insieme e nonostante le sue reticenze, accetta di farlo. Non ci sarà un dialogo sulle incertezze di Mario, semplicemente perché “chi ama veramente non ha mai dubbi”.
6) RIPETIZIONE: Una volta accontentata Paola, “molla la presa” e Mario si dimentica delle sue incertezze, soprattutto perché si gode il momento di serenità della relazione ora che Paola è calma. Dopo una fase di latenza, forse Paola tornerà con una nuova richiesta.
La “manipolazione” è un comportamento naturale nell’essere umano, pensate al bambino che vuole ottenere qualcosa, ciò che non è normale è che l’altro debba cedere per paura delle conseguenze, per questo si dice che una manipolazione diventa un vero e proprio ricatto quando è usata ripetutamente dal ricattatore per costringerci ad accettare le sue richieste, a spese però dei nostri stessi desideri e del nostro benessere.
Pensi di essere vittima di un ricatto affettivo? Ricorda che non sono solo i partner, mariti/mogli, etc a manipolare e ricattare, spesso sono anche familiari diretti, madri/padri, fratelli, sorelle in uno stato di bisogno o che approfittano della nostra mancanza di indipendenza, per abusare emotivamente di noi.
Ti senti abusato emotivamente? Pensi di abusare emotivamente qualcuno?

Sia che tu sia vittima o carnefice
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Dove c’è ricatto, non c’è amore!

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D.ssa Silvia Michelini

Matrimonio o Convivenza?

Nonostante le percentuali di fallimento, ancora oggi il matrimonio è la strada scelta da molte coppie, vuoi per convenzione, vuoi per cultura, ma aldilà di questi aspetti, ci sono dei motivi per cui sposarsi può essere sano nella coppia?

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Perchè nonostante molte coppie si lascino, ancora si sceglie il matrimonio?

La risposta è semplice, ci sono delle motivazioni socio-culturali e cioè per molti l’esigenza di conformarsi alla media, per altri vi è un vantaggio economico e cioè quello di potersi così svincolare dalla famiglia d’origine e poi vi sono anche gli aspetti emotivi, quali la passione, l’innamoramento e infine, si spera, una scelta sentita.

E’ chiaro che il matrimonio inteso come vincolo legale e contrattuale tra le parti è puramente una convenzione e attorno ad esso prolifera un business, che vede coinvolte attività commerciali, ma anche la stessa chiesa.

L’obiettivo di questo articolo quindi non è quello di evidenziare gli aspetti positivi o negativi del matrimonio da un punto di vista socio-culturale, poichè i vantaggi legali e sociali dello sposarsi sono ben chiari e spesso sono gli unici motivi per cui ci si sposa, ma di analizzarne i vantaggi o gli svantaggi da un punto di vista affettivo e di sfatare tutti i luoghi comuni su di esso.

La nuova coppia

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Ogni nuova coppia è un nuovo nucleo a se stante, svincolatosi dalla famiglia di origine e con un suo progetto, che parte dalla scelta del partner, al consolidamento dle legame per arrivare poi alla scelta della convivenza o del matrimonio.

La convivenza in tal senso, rappresenta una buona opportunità per la coppia di mettersi alla prova e di “rodarsi” per così dire in vista di un eventuale matrimonio.

Un patto segreto e un patto dichiarato.

Il legame tra due persone ha un duplice aspetto: uno affettivo, che riguarda appunto gli aspetti emotivi ed individuali e l’altro formale, che riguarda gli aspetti morali, i valori ed etici e quindi sociali.

Il legame è sostenuto sia dal progetto della coppia che dal valore simbolico dell’unione, vista come una terza entità, messa li a proteggere i due dal rischio di cadere nell’individualità: io, te e noi.

Il noi è una dimensione che è esaltata e affermata dal simbolo del matrimonio, perchè chi sposa i due innamorati, simboleggia l’affermazione del noi sull’io e cioè sull’individualità.

Sposarsi è quindi confermare a se stessi il desiderio di un progetto comune, ma anche affermarlo all’esterno.

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Ciò non ha nulla a che fare con la Chiesa e con la religione. Ogni religione decide di celebrare il rito secondo le sue usanze, e ognuno di noi è libero di scegliere se celebrare un matrimonio laico o religioso, ma è importante comprendere che il senso più spirituale del matrimonio non perde il suo potere in ogni caso.

I legami sono spesso fallimentari poichè non vi è la confluenza tra questi due aspetti e cioè emotivo e morale e la convivenza spesso ne è la causa.

La convivenza è come il matrimonio, spesso sento dire.

Purtroppo non è così, poichè manca l’elemento essenziale che è l’affermazione e la celebrazione del progetto comune del NOI.

E’ chiaro che la dimensione del NOI va alimentata in entrambe i casi, perchè come accennavo prima, se manca uno dei due elementi, l’unione è debole.

Un altro aspetto spirituale interessante è la simbologia del numero TRE, il numero “perfetto”, le unioni basate sulla somma di 1+1 danno 2 e il 2 è un numero “instabile”; molte coppie ritengono quindi che la nascita di un figlio possa ASSESTARE questa manchevolezza, ma aihmè l’arrivo del terzo REALE, può solo che far crollare ciò che scricchiolava.amore

La coppia deve compiere il suo cammino verso il noi, superando le trappole dell’individualità e vincendo il suo bambino egocentrico interiore, per lasciar spazio all’amore incondizionato e cioè quello “genitoriale”.NON SIGNIFICA FARE DA PAPA’ O DA MAMMA AL NOSTRO PARTNER, ANZI!

Ognuno di noi deve maturare quale individuo INDIPENDENTE rispettare l’individualità dell’altro, passare dalla condizione di “bambino perenne” a quella di adulto indipendente e poi di “genitore” inteso come persona in grado di DARE oltre che di ricevere.

Chi si sposa credendo di trovare nell’altro la realizzazione dei propri desideri, resterà deluso e si troverà sicuramente dall’avvocato poco tempo dopo, in genere quando i figli sono abbastanza grandi da permetterlo.

Trovarsi un amante non serve a nulla. Nella maggior parte dei casi, siete voi che dovete crescere.

Chiedi e ti sarà dato. Mai affermazione fu più vera.

Passiamo ora a sfatare tutte quelle dicerie e quei luoghi comuni che i nostri genitori ci hanno tramandato e che spesso bloccano le coppie che vogliono sposarsi se non realmente, psicologicamente, creando dei preconcetti e delle aspettative IRREALISTICHE che poi vengono trasmesse nella coppia, generando il conflitto.

STEREOTIPI SUL MATRIMONIO

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1. L’amore vince su tutto
FALSO: L’amore non vive di vita propria e non sopravvive indipendentemente da tutto il resto, ma va costruito, mantenuto e nutrito con grande impegno. Dovete iMPEGNARVI, non stare li a guardare e a lamentarvi!

2. Sposarsi costa molto

FALSO: Costa molto sposarsi così come impone la società. Sposarsi in comune, costa la marca da bollo, vi basterà un testimone, un bel vestito e un piccolo rinfresco per pochi eletti. Starete sicuramente nei 1000 euro. Ma in ogni caso SPOSARSI E’ UN FATTO ESCLUSIVAMENTE PRIVATO TRA I DUE PARTNER, parenti e amici, si facciano i fatti loro.

3. Mi sposerò quando avrò comprato casa e quando sarò pronto/a a “metter su famiglia”

FALSO: Molti si sposano solo quando sono pronti economicamente ed affettivamente ad avere figli, tuttavia il matrimonio è una questione che riguarda esclusivamente la coppia, la famiglia è un progetto che eventualmente ne può conseguire.

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4. Se mi sposo allora devo fare figli

FALSO: la generatività e la progettualità possono avere molte sfaccettature, anche decidere di viaggiare in tutto il mondo, aprire un ristorante, fare insieme volontariato, allevare cani e gatti può essere un progetto.

5. Quando nascono i figli le donne cambiano/gli uomini si mettono “in pantolofole”

FALSO: ciò avviene in ogni caso, se state trascurando la dimensione del NOI, se subentra la noia, la routine e non c’è intimità, dialogo e condivisione di attività stimolanti.

6. Il matrimonio è la tomba dell’amore

FALSO: la tomba dell’amore è credere che il matrimonio sia la realizzazione delle proprie lacune affettive infantili.

7. Dopo il matrimonio non si fa più l’amore, le donne cambiano e pensano solo alla casa e ai figli

FALSO E VERO: Se vostra moglie dovesse comportarsi così è perchè non si sente corteggiata abbastanza

8. nel matrimonio ognuno deve avere il suo ruolo, la donna figli e casa e l’uomo lavoro e soldi: mia/o moglie/marito in quanto tale “deve”

FALSISSIMO: ogni individuo uomo o donna che sia ha diritto al suo spazio di realizzazione lavorativa ed economica o di svago. I compiti vanno divisi EQUAMENTE secondo gli impegni e le decisioni della coppia. Il futuro della coppia è LA PARITA’, prendete esempio dalle coppie nordiche!.

Nessuno DEVE qualcosa, ma DESIDERA COLLABORARE per la serenità della famiglia.

9. Dopo il matrimonio i parenti (suoceri) diventano invadenti

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VERO: Accade però perchè noi, che vogliamo permanere pigramente ancora nello stato “bambino” li lasciamo entrare nei confini della coppia per comodità, lamentandone poi la presenza. Se noi mettiamo confini questi verranno rispettati.

10. Se ti sposi, TI ANNOI, diventi GRANDE cioè non esci più, etc

FALSO: questo dipende solo da voi e dall’impostazione che date alla coppia, si tratta sempre di NON METTERSI SEDUTI, ma alimentare il vostro orticello, organizzarvi, decidere insieme ed AGIRE all’unisono.

11. Sposarsi è fare dei compromessi continui

FALSO: Nel matrimonio deve esserci DIALOGO E MEDIAZIONE tra i due partner non uno dei due che a turno cede ai voler dell’altro, macerando poi frustrazione e generando conflitti.

Concludo affermando che il matrimonio deve essere considerato la base, L’INIZIO DI UN PROGETTO, UN PUNTO DI PARTENZA, non un risultato, un punto di arrivo. Una coppia non hai mai un punto di arrivo, deve evolvere, crescere, essere flessibile per poter resistere.

Una coppia felice è una coppia che LAVORA SU SE STESSA OGNI GIORNO.

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La strada giusta è sempre quella in salita.

D.ssa Silvia Michelini

Aforismi sulla Coppia

Aforismi, massime e citazioni sulla Coppia.

Il pensare divide, il sentire unisce.
Ezra Pound

Amore non è guardarci l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione.
Antoine de Saint Exupéry

Bisogna scegliere per moglie solo una donna che, se fosse un uomo, si sceglierebbe per amico.
Joseph Joubert

La bigamia è avere una moglie di troppo. La monogamia lo stesso.
Oscar Wilde

Il giorno in cui voi non brucerete più d’amore, molti altri moriranno di freddo.
François Mauriac

I litigi degli amanti rinnovano l’amore.
Terenzio

Il triangolo solo in geometria è una costruzione innocua.
Anonimo

C’è una sola cosa peggiore di un matrimonio senza amore: uno in cui c’è amore, ma da una parte sola.
Oscar Wilde

Certe donne preferiscono non far soffrire molti uomini contemporaneamente, e si concentrano invece su uno solo: sono le donne fedeli.
Alfred Capus

Il marito ideale rimane celibe.
Oscar Wilde

Bellezza: il potere per mezzo del quale una donna affascina un amante e terrorizza un marito.
Ambrose Bierce

Il rapporto platonico è possibile solo tra moglie e marito.
Anonimo

Non permettere alla donna di cambiarti, quando l’avrà fatto si sarà stancata di te.
Hermann Hesse

Amare non significa trovare la perfezione, ma perdonare terribili difetti.
Rosamunde Pilcher

Eravamo insieme, tutto il resto del tempo l’ho scordato.
Walt Whitman

Come una cerbiatta in gabbia, languisce la donna giovane che ha un marito vecchio.
Proverbio Malese

Il miglior partner per qualsiasi donna è un archeologo: più lei invecchia più lui la trova interessante.
Ralph Waldo Emerson

Il bacio è un dolce trovarsi dopo essersi a lungo cercati.
Anonimo

Non ci comprenderemo mai del tutto, ma potremo assai più che comprenderci.
Novalis

Uccide la suocera scambiandola per la moglie.
Ennio Flaiano

Cosa fareste se scopriste che l’amante di vostra moglie la tradisce con un’altra?
Ennio Flaiano

Se i coniugi non vivessero insieme, i buoni matrimoni sarebbero più frequenti.
Friedrich Nietzsche

La fedeltà è per la vita sentimentale ciò che è la coerenza per la vita dello spirito: una confessione pura e semplice di fallimenti.
Oscar Wilde

Fra i rumori della folla ce ne stiamo noi due, felici di essere insieme, parlando poco, forse nemmeno una parola.
Walt Whitman

Il legame del matrimonio è così pesante che si deve essere in due per portarlo, spesso in tre.
Alexandre Dumas padre

Mi stavo abituando a mettere mia moglie sotto un piedistallo.
Woody Allen

Il matrimonio è quell’istituzione che permette a due persone di affrontare insieme difficoltà che non avrebbero mai avuto se non si fossero sposate.
Anonimo

Amare è mettere la nostra felicità nella felicità di un altro.
Gottfried Wilhelm von Leibniz

Il più bel momento dell’amore è quando ci si illude che duri per sempre; il più brutto, quando ci si accorge che dura da troppo.
Roberto Gervaso

Lo psichiatra è un tizio che vi fa un sacco di domande costose che vostra moglie vi fa gratis.
Woody Allen

I genitori che si aspettano riconoscenza dai figli sono come quegli usurai che rischiano volentieri il capitale per incassare gli interessi.
Franz Kafka

La bisessualità raddoppia immediatamente le tue chances al sabato sera.
Woody Allen

Per andare d’accordo con una donna il segreto è uno solo: riconoscere di avere sempre torto. Achille Campanile
La famiglia è la patria del core.
Giuseppe Mazzini

L’unica cosa asciutta: la sterilità.
Gesualdo Bufalino

Alcuni matrimoni finiscono bene, altri durano tutta la vita.
Anonimo

Non essere giù perché la tua donna ti ha lasciato: ne troverai un’altra e ti lascerà anche quella.
Charles Bukowski

Il matrimonio è la causa principale del divorzio.
Boris Makaresko

Mi sono sposato davanti a un giudice. Avrei dovuto chiedere una giuria.
Groucho Marx

L’amore consiste nell’essere cretini insieme.
Paul Valéry

Il matrimonio è un innesto: o attecchisce o no.
Victor Hugo

Le donne sono fatte per essere amate, non per essere comprese.
Oscar Wilde

L’uomo più felice che io conosca ha un accendino e una moglie, ed entrambi funzionano.
Woody Allen

Ci si bacia ad occhi chiusi forse anche per non ridere.
Roberto Gervaso

Le ho chiesto di sposarmi, e lei ha detto no! E da allora viviamo felici e contenti.
Spike Milligan

In molti percorsi di vita, la coscienza è un peso maggiore di una moglie o una carrozza.
Thomas De Quincey

La massima forma d’egoismo è l’amore. Non amiamo i nostri partner, ma soltanto la loro capacità di amare noi.
Gabriel Laub

Mia suocera tiene i miei figli il sabato, in compenso io tengo il suo tutti i giorni!
Anonimo

Per un uomo vecchio una sposa giovane non è una moglie, ma una padrona.
Euripide

E’ meglio essere infelicemente innamorati che essere infelicemente sposati. Alcuni fortunati riescono in tutte e due le faccende.
Guy de Maupassant

Il ladro ti dice o la borsa o la vita; la moglie ti prende sia l’una che l’altra!
Anonimo

Recessione è quando il tuo vicino perde il lavoro. Depressione è quando lo perdi tu. Panico quando lo perde anche tua moglie.
Boris Makaresko

Il sesso è sporco solo se è fatto bene.
Woody Allen

All’uomo piace che sua moglie sia abbastanza intelligente per apprezzare la sua intelligenza, ed abbastanza stupida per ammirarla.
Israel Zangwill

Se non vuoi essere la moglie di tua moglie, non sposare una donna ricca.
Marziale

Grande è la fedeltà della donna soprattutto quando non è richiesta.
Sören Kierkegaard

La moglie è spesso il punto debole del marito.
James Joyce

Suocera e nuora nella stessa casa sono come due mule selvatiche nella stessa stalla.
Giovanni Verga

Un’autostoppista è spesso una giovane ragazza poco vestita che si trova sul vostro cammino quando siete con vostra moglie.
Woody Allen

Amare è Tradire di Ada Cortese

Fonte: www.geagea.com

Può il tradimento rappresentare un desiderio di trasformazione?

Vorrei sottoporre ai miei lettori questo articolo interessante sul legame tra il tradimento e l’amore, tra la crescita e la rottura dei legami simbiotici.

Buona Lettura!

AMARE È TRADIRE

L’aspetto evolutivo del tradimento

Amore e Tradimento sono due termini che “istintivamente” viviamo come negatori l’uno dell’altro. Vedremo in seguito quanto sia falsa questa impressione.

Azzardiamo una “sistematica” che ci permetta di muoverci dialetticamente all’interno di queste due categorie, amore e tradimento, alla ricerca della relazione che esiste tra i due termini e in particolare del loro rapporto di necessità e di interdipendenza.

Alla parola amore il dizionario ci suggerisce:

“dedizione appassionata ed esclusiva, volta a perseguire felicità, benessere e stabilità”.

E’ una delle definizioni e tutt’altro che soddisfacente anzi riduttiva e semplicistica perchè fa pensare all’amore in termini di turba passionale. Sicuramente è anche questo. Sicuramente non si esaurisce certo in questo.

Basti pensare alla bellissima esposizione che Platone, da parecchi secoli ormai, ci ha lasciato nel “Convivio”, soddisfacente non foss’altro perchè egli presenta un dispiegamento lungo le configurazioni dell’amore partendo dall’amore particolare personalizzato, passando di stadio in stadio, all’amore sovrapersonale, per il Bello, per la Conoscenza, per l’Universale.

Ad ogni buon conto Amore resta comunque una delle parole più difficili da definire al punto che senza un predicato, che ne precisi il contesto o l’oggetto verso cui è rivolto, non possiamo a priori comprendere di cosa si stia parlando.

Parliamo sempre di amore: amore di Dio, amore per la conoscenza, amor patrio, amore materno, amor proprio ed infine l’ amor “che a nullo amato amar perdona”…

L’amore è anche crudele. Ma sempre ed in ogni caso facciamo riferimento a uno speciale investimento energetico, vitale e libidico verso, per l’appunto, l’oggetto dell’ amore.

Del tradimento invece cogliamo una maggiore specificità in quanto esso definisce l’azione con la quale l’Amore, a prescindere da ciò di cui si sta parlando, si trasforma e si trasferisce da un oggetto d’amore ad un altro oggetto d’amore, da una dimensione ad un’altra, da un livello di consapevolezza ad un altro più elevato.

Anche se, come vedremo in seguito, esso viene vissuto immediatamente come distruttore dell’Amore, in realtà esso rappresenta il motore della sua trasformazione. Il sentimento che scaturisce dal tradimento “subito” assomiglia al nostro vissuto verso la Morte che soggettivamente avvertiamo come negatività, come perdita e non come necessità universale.

Per comprendere il verbo “tradire” nella sua generalità, non si può prescindere dal suo significato etimologico: Tradire deriva dal latino “tradere” e porta con sè il significato di “consegnare”. Tradire, in sostanza, significa modificare o abbandonare una consegna, un ordine, una regola, un sistema precedenti, in nome di una nuova “consegna”, di un nuovo ordine, di un nuovo sistema. Si abbandona al vecchio e ci si “consegna” al nuovo. Esso sancisce dunque il dramma del passaggio dal vecchio al nuovo e quindi in sostanza l’eterno dramma del processo evolutivo.

Il tradimento ha dunque sempre ha che fare con l’abbandono di precedenti regole o configurazioni a favore della novità.

Quando la nuova regola o configurazione si afferma il tradimento si trasforma in tradizione: l’amore non muore ma si è spostato ed adattato al nuovo e, in virtù dell’adattamento operato, tenderà a conservare l’ultima consegna; l’amore tenderà a restare nel tempo aderente ad essa fino al prossimo ed inevitabile tradimento.

Proprio questo è il significato etimologico della tradizione: essa è la storia dei tradimenti passati, fin qua consumati e sintetizzati nell’ultima consegna, fino a che essa resta “legalmente” in vigore.

Amore e Tradimento rappresentano quindi i due momenti fondamentali del divenire.

– Il primo privilegierebbe, secondo l’ottica da me abbracciata in questa analisi, l’adattamento, il consolidamento delle determinazioni conseguite.

– Il secondo restituisce la sempre provvisoria solidificazione delle forme alla dinamica evolutiva.

Vorrei introdurre una fondamentale distinzione per evitare che l’attenzione venga portata via verso facili ed inutili distrazioni. Distinguiamo i rapporti umani secondo due fondamentali modi anche se, sappiamo che la vita non separa mia in maniera netta e rigida:

– rapporti d’amore

– rapporti di potere.

Chiamiamo rapporti d’amore quelli che veicolano a costo di sofferenze novità e ricchezza di vita individuale e di rapporto. Chiamiamo rapporti di potere quelli che veicolano solo dinamiche ombrose egoriferite. Va da sè, dunque, che qui non si parla delle piccole e meschine dinamiche tipiche dei rapporti di potere e riassumibili in metafore del tipo “fare le scarpe”, “pugnalare alle spalle” in cui in nessun caso sono ravvisabili i segni del vero e spirituale tradimento.

Ciò premesso, dal punto di vista del coinvolgimento emotivo, e solo per praticità espositiva, distingueremo la nostra analisi in due momenti che, per comodità e impropriamente (perchè in realtà non è possibile scindere i due momenti) , definiremo macrocosmico il primo, microcosmico il secondo:

-l’approccio macrocosmico ci permette di osservare, senza implicazioni personali, l’azione delle due categorie (amore e tradimento) a livello di grandi sistemi: universo, specie, società, scienza, pensiero e conoscenza.

– l’approccio microcosmico ci permette di vivere le due categorie mentre esse operano in situazioni relazionali, interiori ed empiriche che siano, quando ci coinvolgono affettivamente. In questo caso non è possibile scindere il processo osservato dall’osservatore.

Nell’approccio macrocosmico, caratterizzato dalla percezione soggettiva esterna al processo osservato, non abbiamo difficoltà a riconoscervi necessità e ineluttabilità’.

Sappiamo perfettamente riconoscere nelle due categorie introdotte, e come già anticipato, i sinonimi della conservazione e della trasformazione a livello universale dell’Essere.

“Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma”: l’evoluzione passa attraverso le fasi dell’amore (l’adattamento e il consolidamento del nuovo stato raggiunto) e del tradimento di questo stato per passare ad una nuova configurazione. Gli esempi verso i quali siamo disposti a riconoscere il sacrificio del vecchio a favore del nuovo si sprecano.

Accogliamo positivamente la sortita di Cromagnon a sostituire Neanderthal che pure aveva rappresentato rispetto al Pitecantropus erectus l’allora novità vincente.

Non abbiamo difficoltà a riconoscere il valore trasformativo della Rivoluzione Francese quando tradì la vecchia consegna sociale in nome delle nuove categorie di libertà fraternità ed uguaglianza.

E poi, Ulisse che attraversa le colonne d’Ercole (ne comprendiamo il significato simbolico) , il gesto di Spartaco, disobbediente antico che si emancipa dalla schiavitù, il viaggio di Colombo, Copernico, Galileo e così via.

Tutti eventi o trasgressioni da noi sufficientemente distanti e quindi in grado di essere accolti e valutati oltre il loro contenuto di sofferenza e da un’ottica che trascende ogni immediato egoriferimento.

Sappiamo dalla storia che noi ereditiamo tradizione e abbiamo per compito esistenziale il tradimento.

Sappiamo che l’evoluzione è trasformazione dell’amore.

Le cose cambiano quando il punto di vista dell’osservatore non è esterno alla vicenda osservata e vissuta.

Dall’interno di questo universo microcosmico assistiamo in genere ad un rovesciamento del giudizio e all’obnubilamento della coscienza preda dell’inferno pulsionale e dell’atteggiamento unilaterale: se v’è amore non deve esservi tradimento; se c’è tradimento non si vede amore!

Il tradimento, che fin qui non abbiamo avuto difficoltà a riconoscere come necessario e inevitabile a livello macrocosmico, si trasforma, nelle vicende relazionali che ci coinvolgono affettivamente, in tabù: non solo non necessario ma assolutamente da evitare, una sorta di insopportabile corona di spine accompagnata dai calici più amari!

Occorre intanto ribadire che anche nel contesto a noi più vicino, quello che ci chiama in causa personalmente, le forme di tradimento che si consumano sono tante quanto sono i cosiddetti oggetti d’amore in cui può essere investita la nostra libido. Cito alla rinfusa il tradimento:

– del compagno – verso se stessi – dei genitori – della nascita – della natura matrigna quando colpisce nel corpo – delle proprie idee per quieto vivere.

– ecc.

Ma al di là del contesto relazionale di volta in volta diverso, il tradimento è nella sua dinamica fondamentale sempre lo stesso:

Il tradimento ha a che fare con lo spostamento dell’amore e quindi della conoscenza. Ogni nuova conoscenza, che sempre si realizza in ambito relazionale vuoi interiore, vuoi empirico, vuoi affettivo, vuoi intellettuale, implica un TRADITORE ed un TRADITO. L’uno, il TRADITORE che consegna l’altro al nuovo, uccidendolo simbolicamente alla vecchia identità, – e lo uccide perchè ha già ucciso se stesso essendosi egli stesso consegnato al nuovo – e l’altro il TRADITO, il consegnato, che accetta la nuova consegna, l’accoglie e, in ciò facendo, riconosce come necessaria l’UCCISIONE che il traditore gli ha procurato. Ma nell’atto di riconoscerla, già se ne libera.

Si libera dell’omicidio subito, della volontà esterna e lo trasforma in un SUICIDIO ma suicidio inteso come SACRIFICIO, come morte voluta, morte riconosciuta nel suo senso, nella sua SACRALITA’.

Affinchè il tradimento venga consumato fino in fondo, affinchè esso si manifesti interamente, è necessario che vi siano entrambi i momenti: quello dell’UCCISIONE inevitabile e quello della morte simbolica come SACRIFICIO.

Questa sarebbe la condizione coscienziale ideale necessaria in entrambi i coinvolti per trarre il massimo frutto da una vicenda così dolorosa.

Citiamo qualche grande tradimento. Noi sappiamo che fece bene Socrate a rifiutare la magnanimità del popolo greco – attraverso i suoi giudici – che l’avrebbe risparmiato alla morte se solo avesse ritrattato i suoi principi nuovi, i contenuti del suo tradimento; bene fece anche il popolo ateniese – attraverso i suoi giudici – a condannarlo come perturbatore dell’ordine costituito, bene fecero entrambi a fare ciò che fecero perchè entrambi rappresentavano i due momenti fondamentali e necessari l’uno all’altro – conservazione e tradimento – attraverso cui si dispiega l’evoluzione dell’essere.

E siccome il tradimento fu consumato fino in fondo Socrate non morì da solo. Con lui morì anche il popolo ateniese e greco perchè restò pregno del nuovo principio coscienziale che Socrate aveva portato. E lo aveva portato restando coerente fino in fondo e così il nuovo principio giunse a minare alle basi il vecchio ordinamento. Il popolo greco si trovò consegnato alla novità: riconobbe il salto coscienziale che grazie a Socrate fin là fissato all’immagine dell’infamia (il traditore è sempre l’infame per eccellenza) , grazie al traditore fu in grado di compiere. Accadde allora che Socrate venne riscattato, redento e recuperato, liberato dall’infamia cui si associa il ruolo di traditore per essere riconosciuto per quello che fu: strumento evolutivo, di conoscenza, dell’Essere.

Anche Cristo non morì solo. Egli costrinse al nuovo tutto il popolo ebraico. Ed ebbe in ogni caso bisogno di il quale Giuda lo seguì quasi nello stesso momento. E anche qui troviamo lo stesso rapporto di interdipendenza, di necessità l’uno dall’altro. Cristo ha avuto bisogno di Giuda. Cristo è responsabile della morte di Giuda. E Giuda ha accettato di uccidersi e di sacrificarsi perchè Giuda riconobbe il valore della vicenda di tradimento che si stava consumando insieme a Cristo. Quindi Cristo ha ucciso Giuda proprio come Giuda ha ucciso Cristo e Cristo accettò questa uccisione e la trasformò in morte voluta, in sacrificio.

Non sto andando fuori tema: avevo introdotto il mondo microcosmico dei tradimenti “privati”, dei tradimenti nella coppia! Io credo non sia improprio il riferimento a questi grandi tradimenti. Tutt’altro perchè ciò che avviene in una vicenda “anonima” e privata di coppia non è altro! E’ sempre lo stesso dramma universale. Non è assolutamente altro da quello che è successo tra Socrate e il popolo ateniese o tra Cristo e Giuda e tra Cristo e il popolo giudaico. Anche nella vicenda di tradimento che ci coinvolge con la persona che più amiamo, siamo davanti allo stesso dramma universale tra due opposte e altrettanto legittime ragioni: da una parte l’esigenza di superare un problema di iniquità, di procedere dunque verso sempre maggiore “giustizia” e libertà, è semplicemente l’esercizio di un diritto ritrovato quello che il traditore sta compiendo; e dall’altro l’esigenza, altrettanto legittima – se pensiamo alle due categorie universali che sono sempre in gioco – di conservare la forma dell’amore raggiunto difendendolo dalla contaminazione del nuovo, assistiamo al tentativo disperato di preservare e difendere le posizioni raggiunte.

E il dramma porta novità spirituale e coscienziale proprio perchè non concede partigianerie, partitismi che, ove si dessero, esprimerebbero semplicemente un atteggiamento moralistico, psicologistico, frammentario e pigro.

E’ opportuno osservare che in questo dramma il vissuto della trasgressione non è mai simmetrico nè contemporaneo nelle due parti in causa quanto a consapevolezza di ciò che sta accadendo perchè manca, di norma, quella condizione ideale poc’anzi menzionata. In genere i ritmi sono sfasati e di mezzo c’è il tempo per gli “scannamenti” e per le dinamiche più terribili e forse inevitabili che si possano presentare sotto il cielo in nome dell’amore.

Allora cosa succede visto che non è possibile l’immediata condivisione del senso (se ci fosse forse non ci sarebbe più bisogno nè di storia nè dunque di tradimenti! ) ?

Accade che da un lato l’attore viva l’esaltazione, seppure conflittuale, delle catene spezzate e dell’ordine precostituito appena infranto. Sta rompendo un incantesimo.

 

Non c’è motivo, ripeto, di imputargli delle intenzionalità aggressive nei confronti del tradito. Sarebbe soltanto una nostra interessata e coinvolta partecipazione che ci porterebbe a percepire tale intenzionalità. E sarebbe comprensibile perchè, sappiamo, è stato già sottolineato e lo sappiamo tutti per esperienza diretta, che quando siamo coinvolti la lucidità sia pure temporaneamente viene persa!

Non v’è in lui intenzionalità aggressiva, nè è possibile un riduttivo giudizio morale del suo gesto in quanto il gesto traditore rappresenta il tentativo di realizzare il suo buon diritto a vivere.

L’attore del tradimento è colui che ha osato infrangere il tabù dell’incesto, l’ordinamento edipico, quello che ci vuole a vita divisi in due dove la parte rimossa in me è proiettata sull’altro sicchè l’altro se io sono donna, rappresenterà il mio maschile e viceversa. Nell’ordinamento edipico non c’è posto per la trasformazione, per il movimento, per la libertà perchè ciascuno resta al suo posto, per soddisfare le aspettative dell’altro. V’è un “inchiodamento” alla staticità e il bisogno che tale tipo di rapporto soddisfa è solo un bisogno di conservazione. Il rapporto, in quanto unilaterale, è patologico.

Il vissuto del tradimento vero e proprio è invece prerogativa esclusiva, a ben osservare, di colui che lo subisce. Egli è l’anello debole, in quel momento, del rapporto. Io intendo il rapporto, in quanto è vivo, come laboratorio evolutivo che noi lo si voglia sapere o meno, che noi si sia consci oppure inconsci; il rapporto è comunque un laboratorio vivente evolutivo e quindi al di là dei nostri inquadramenti e degli ordinamenti generali, al di là dei nostri tentativi unilaterali di farlo pendere dalla parte della pura conservazione, esso segue le stesse leggi della Vita sicchè accade prima o poi qualcosa, per esempio il tradimento concreto, che lo restituisce alla dinamicità. E questo qualcosa sarà tanto più crudele e doloroso quanto più egli avrà tentato insieme al partner di crearsi unilateralmente l’isola felice, il garantismo, l’Eden. Egli subisce dunque il maggior dolore perchè incarna il lato conservatore del rapporto che invece sta già, ad opera dell’altro, trasformandosi. Egli è colui che, vivendo la rescissione unilaterale di un presunto contratto, cade nella depressione del rifiutato, dell’abbandonato, dell’umiliato, dell’escluso – è questo verbo: escludere, il verbo che rende meglio il vissuto del tradito e che rimanda, guarda caso, a sua volta alla dinamica edipica, . Io credo che ciò che più fa soffrire nel tradimento non sia tanto la presenza di un’altra persona ma che io sia escluso dalla coppia. Si ricostituisce una coppia, proprio come la coppia genitoriale originaria, che mi esclude. Assistiamo all’attualizzazione di quel quid di sofferenza dell’esperienza primaria della separazione e della prima depressione che rimane e ci accompagna a vita, eternamente presente, seppur in genere allo stato latente. ma sempre pronto a risvegliarsi non appena le condizioni della vita lo permettano. E quale migliore occasione di un tradimento? Ma non posso qui seguire questo sentiero di riflessioni.

Paradossalmente il tradito è quello dei due, che maggiormente ha la possibilità, trovando ovviamente un referente esterno che lo aiuti in ciò, di elaborare la propria depressione in nuova consapevolezza. Il referente esterno in genere è importante perchè è tale il vissuto di devastazione e di imprigionamento che da soli raramente gliela si fa a conservare la consapevolezza della dignità e della sacralità della vicenda estrema che si sta patendo.

E siccome questa è una delle vicende che ci toccano più da vicino, toccano il cuore della relazione sia pure concreta, è allora molto importante avere un testimone che non sia soltanto una spalla su cui lacrimare o che ci incoraggi e ci aiuti a crogiolarci nella nostra parte di vittima, di umiliato, di offeso. Non abbiamo bisogno di questo. Il referente di cui in qualche modo si va alla ricerca è qualcuno che ci aiuti a cogliere il lato universale della vicenda e che porti e custodisca in nostra vece, fino al tempo della restituzione, quel senso e quella totalità di significato che a noi restano al momento nascosti.

 

In realtà ogni storia, personale e relazionale, è storia di tradimenti agiti e subiti e il tradito è importante quanto il traditore. Ciascuno di noi è alternativamente sia Cristo che Giuda. Cristo ha bisogno di questo lato oscuro, ombroso che gli permetta di fare i conti con se stesso, con la sua umanità, di compiere il passaggio dal particolare all’universale.

Anche Cristo ha avuto paura della morte ed è stato proprio grazie al tradimento che la paura non ha vinto e non si è sottratto alla morte. Giuda consegna Cristo e Cristo non può più sottrarsi alla sua sorte nonostante giunga a gridare “Dio mio perchè mi hai abbandonato? “.

Perchè è importante la figura del traditore e il tradimento?

Proprio perchè quando riusciamo ad approdare per intuito o per qualche altra buona strada, a un lavoro interiore profondo con noi stessi, il traditore e il tradimento rappresentano l’occasione del nostro svuotamento di ogni pregiudizio precedente.

 

Il traditore ci costringe a fare i conti con noi stessi, a buttare giù i nostri pregiudizi, ci lascia nudi e morti. Siamo nella condizione ideale, così privi di tutto, per tornare a reinterrogarci criticamente su tutte le cose fondamentali della vita, amore compreso. Siamo nella condizione ideale per poter rinascere accettando di morire alla vecchia identità, accettando di contemplare il crollo totale, il deserto che, grazie al cielo, nessuno dall’esterno ci può celare.

Il traditore è evolutivo quando riesce – quasi in una sorta di reazione a catena, in una sorta di epidemia positiva – a costringere il tradito a trasgredire, a trasformare, in ultima analisi a tradire a sua volta il pregiudizio in cui prima era immerso. Naturalmente che ciò avvenga non dipende mai dalla volontà del traditore. Ma dalla capacità e disponibilità del tradito a farsi fecondare da vicenda così dolorosa. Molti miei analizzandi arrivano a me sotto il fardello di un tradimento subito (o agito), vissuto in modo così devastante da indurre sentimenti di grave depressione (o grave colpa).

Il tradito che entra in analisi già in questo gesto rinuncia al copione della vittima passiva e intuisce che potrebbe esserci del “buono” anche per lui nello “scherzetto” che il partner gli ha tirato. .

E il lato positivo è la nuova conoscenza che in lui si dispiega grazie al lavoro analitico laddove l’analista è il nuovo “sacerdote” in quanto è il testimone ed è il traghettatore dell’analizzando in una dimensione sempre più universale. L’analista è colui che riconosce nell’altro non una soggettività privata ma proprio l’eterno Antrophos, l’Essere, l’Uomo, l’Imperatore …

E allora quando questo soggetto, attraverso l’analisi o altre vie, si traghetta altrove, scopre questa cosa: che sì lui è stato tradito ma che è a sua volta traditore e quindi, proprio perchè l’ha sperimentato, può finalmente comprendere che Amore e Tradimento hanno ben altra valenza oltre quella istintuale iniziale: ha tradito se stesso, le vecchie credenze, il vecchio amore, ha tradito tutto.

Insomma se si riesce a domare o almeno a tenere a bada “la bestia” pulsionale, come efficacemente viene definito l’insieme di vissuti negativi che la vicenda in questione origina in noi, alla fine il dono arriva ed esso è appunto spostamento di livello, nuove dimensioni inimmaginabili prima.

Ho introdotto i due termini amore e tradimento secondo la loro forma più ampia e universale. Ho cercato di cogliere quanto l’essere umano più frequentemente patisce nella quotidianità della sua vita per proporre la riflessione sulla loro vera natura. I confini entro cui questi due concetti sono relegati sono in genere quelli della moralità e dunque quelli dell’antroporiferimento. Che ci catturino queste parole, così affettive, così cariche di emotività, ci suggeriscono, non credo proprio di peccare di pregiudizio, la nostra scarsa frequentazione, come umani mortali dell’Occidente, delle idee, della filosofia e della epistemologia, ovvero dei fondamenti della conoscenza che reggono le nostre quotidiane credenze.

J. Hillman dice, oggi a più di 80 anni, che trattare psicoterapeuticamente, psicoanaliticamente con le persone è cosa utile (da anni lui non pratica più la professione), proprio come è utile un buon pasto. Ma egli preferisce oggi “insegnare alle persone a pensare le idee perchè la cosa più stupida che possa accadere è di vivere idee non pensate!”.

Non sono mai stata troppo in sintonia con Hillman in passato: oggi avanti a questa affermazione lo sento assolutamente un vero compagno di vita.

In questo spirito io sento assolutamente importante frequentare il mondo delle idee e della filosofia non in senso accademico ma in senso di filosofia vivente, di renderci edotti, coscienti, della bolla filosofica che sorregge le nostre credenze da cui derivano le forme del nostro dolore e della nostra sofferenza.

Ecco perchè trovo importantissimo svelare il lato universale del nostro vivere, ed ecco perchè trovo fondamentale scorgere nelle figure del tradimento e dell’amore le due categorie della dialettica universale.

Nella possibilità di praticare questo spostamento di livello diamo uno sfondo al nostro proscenio e liberiamo l’ego dalla sua sofferenza. Ci sottraiamo alla follia essenziale dell’Occidente come definisce magnificamente E. Severino, il sottosuolo dell’ambiente generale in cui noi mortali dell’Occidente ci muoviamo, e ricontattiamo l’eterno e l’immutabile, sottraendoci così alla condizione servile della nostra identità storica e del nostro tempo. Possiamo gustare ogni istante come istante presente assoluto e assolutamente indipendente e pieno, sempre presso se stesso.

Ma torniamo di nuovo al nostro specifico discorso.

Non sempre il tradimento viene consumato fino in fondo. Può essere bloccato e allora si ha il “tradimento del tradimento” se mi si consente il gioco di parole. E credo che sia una delle più disperanti vicende perchè si destina la sofferenza al Nulla.

E quando è che potrebbe sopravvenire il blocco?

Sopravviene quando da parte del traditore, per sterilità sul piano simbolico, per rimozione o altre misteriose motivazioni, il tradimento si fa solo tradimento concretistico: si pensa di approdare a nuove sponde soltanto perchè si sostituisce un volto con un altro, soltanto perchè si sostituisce un oggetto d’amore con un altro. Certo, resta il fatto incontestabile che comunque egli ci prova. Magari ci passerà la vita a tradire, inesorabilmente. Ciò non toglie che la stessa COAZIONE A RIPETERE sia testimone, dica qualcosa rispetto a un lato della vita con cui lui deve confrontarsi, al valore simbolico di questa categoria la quale si ripeterà, come ogni altro tipo di sintomo fin che non sia compresa, lasciando il soggetto privo di un luogo su cui posare la testa!

Dalla parte del tradito quando è che c’è blocco, tradimento dell’esperienza del tradimento? Quando, il soggetto si fermerà alla stazione della contrapposizione, che può essere prevista ma che va anche sorpassata. Ciò accade quando il soggetto, non reggendo la fatica in quel momento della propria vita, non avendo le risorse per andare fino in fondo, di “scorticarsi vivo” (come dicono i sogni) di darsi da sè la propria morte, resterà preda dell’antica legge del taglione e per rimettersi in piedi, dopo l’annientamento, “reagirà” all’attacco mortale subìto con altrettanto identico gesto. Il tradito, senza cambiare piano di coscienza, attenendosi al suo diritto antico di pretesa riparazione e di offesa subìta, tirerà fuori dagli armadi tutta la riserva di ombre di debolezze, di limiti, intravvisti nel partner ma tenuti sotto chiave – per meglio dire: rimossi – perchè assolutamente impertinenti al tempo bello dell’amore, al tempo in cui l’altro doveva essere tutta la sua vita, la sua isola felice, tirerà fuori tutto ciò che non ha voluto vedere nè di se stesso ma ancor più dell’altro che intanto era stato idealizzato. E a questo punto si avvarrà di tutto questo, come frecce avvelenate, per ritorcerlo contro l’ex amato e farlo a pezzi. E a sua volta lo farà fuori. E ci sarà ancora una volta solo uccisione. E si farà un po’ come in quei riti tribali in cui, riuscire a mangiare un pezzo del fegato del nemico o carpirgli il nome, ridava potere vitale all’uccisore.

E’ la stessa dinamica ancestrale. Tutta la storia passata è in noi. In genere è una tappa che attraversa anche chi si ritrova le risorse per andare oltre: è la prima difesa per resistere allo sfacelo, prima di abbandonarvisi senza riserve e poter risorgere. Il guaio è quando non si riesce ad andare oltre, è quando ci si fissa in questa difesa come unica uscita dalla situazione mortifera perchè questo significa che anche il tradito sarà solo costretto ad aspettare il prossimo amore su cui investirà tutto il senso della sua vita. Caricherà sull’altro un fardello insostenibile: vorrà che quello si sostituisca al suo rapporto – conflittuale e diretto – con la vita. Sempre tra sè e la vita ci metterà di mezzo l’ennesimo altro, il suo nuovo, ultimo, amore. Ciò fino alla prossima e inevitabile crisi, fino al prossimo tradimento, ecc. preda egli stesso di questa circolarità dannata, di una continua morte priva di resurrezione.

Altra cosa che volevo sottolineare: è tragico che spesso proprio la stessa psicoanalisi – parlo della psicoanalisi ortodossa (freudiana) – faciliti e favorisca indirettamente questo tipo di meccanismo perchè non prevede la possibilità di uscire dalla situazione edipica se non in maniera concretistica. Essa dà l’imprimatur scientifico alla naturalità di un certo sistema sociale che invece è culturale e relazionale: quello basato sul tabù dell’incesto. Esso, fondando l’identità nell’identificazione (dell’uomo con il padre e della donna con la madre), favorisce nella relazione sia elementi fortemente “simbiotici” che elementi di forte estraneità.

Il tabù dell’incesto mantiene distanti i due, i diversi e non prevede possibilità di ricongiungimento. I diversi sono il soggetto e l’oggetto, il maschio e la femmina, il conoscente e il conosciuto, la madre e il figlio, il padre e il figlio, ecc., sono tante le formulazioni ma si tratta sempre di due opposti ciascuno dei quali non può recuperare a sè e in se stesso l’altro. Il tabù dell’incesto segnala, nella metafora psicoanalitica, l’ordinamento affettivo corrispondente alla logica formale e al puro principio di non contraddizione.

E’ inevitabile allora perseverare in una logica di simbiosi, di interdipendenza dove il bisogno che viene soddisfatto è solo bisogno di conservazione.

Ma stante che, grazie a Dio, siamo vivi, e non è questa la sola realtà profonda che ci appartiene, siamo votati al tradimento. Esso sarà accompagnato – ripeto – da tanta più crudezza quanto più il tempo ci vede maturi per poter relazionarci in modo più evoluto.

E’ vero che il tabù dell’incesto come legge universale non può essere negato. S. Montefoschi lo ha insegnato, all’interno del suo pensiero che ha riletto la psicoanalisi – nelle sue tappe fondamentali: Freud, Jung, Montefoschi – come teoria della conoscenza. Altrove parlammo del tabù dell’incesto come legge universale che permise, garantendo la distanza conoscitiva, fin dall’origine del cosmo, la contrapposizione quindi la differenziazione, la distinzione delle varie forme. Epperò dicemmo anche che non è l’unica legge relazionale perchè accanto ad essa agì nascostamente la modalità del compimento simbolico dell’incesto, ovvero l’infrazione del tabù nell’unione degli opposti, nella “coniunctio oppositorum”. Infrazione che ci permette di accedere alla vita simbolica e ci libera dalla concretezza quando diventa concretismo delle forme e della coscienza sensibile. Ci permette di non confondere ciò che è storico, transeunte, culturale, provvisorio, con ciò che è eterno, atemporale, immutabile.

La teoria freudiana come teoria dei “fatti” coincide col momento fondante della psicoanalisi. Rappresenta “hegelianamente” il momento della prima immediatezza con la sua teoria delle pulsioni. Ma proprio perchè inchioda ai fatti si fa, suo malgrado, alleata della lettura conservatrice e statica della relazione e del mondo umano tutto. L’antropologia freudiana ortodossa è naturalistica, staticizzante, oggettivante e la psicoanalisi stessa, nella sua evoluzione, l’ha superata operando uno dei tanti tradimenti di cui si compone la storia stessa della conoscenza.

 

Tornando nuovamente allo specifico: dei tanti scenari in cui può consumarsi il dramma del cosiddetto “tradimento” penso sia il rapporto di coppia quello in cui è più facile riconoscere i nostri più cocenti vissuti.

Sul tradimento può morire un rapporto che ha saputo magari contenere momenti di terribilità qualitativamente superiori.

E se anche non muore, se pure sa recuperarsi, la ferita che lascia è difficile si rimargini definitivamente perchè resta una sorta di delusione, di sorda lamentela. Classiche frasi che denunciano questo stato d’animo sono: “non sarà più come prima” “la fiducia che c’era è stata definitivamente compromessa” ecc. Si resta nell’ombra del cambiamento perchè si resta nella nostalgia del mondo di ieri che è cambiato quando, forse, con un po’ di saggezza in più, si potrebbe anche essere felici del cambiamento. Ma se il tradimento non è stato consumato fino in fondo non si può giungere a questo nuovo stato di maggiore luce. Resta soltanto la “delusione” quando invece poteva essere la “disillusione” e la “disillusione” è buona cosa mentre la “delusione” è cattiva cosa.

La disillusione è far cadere delle illusioni e avere delle illusioni è sempre infantile, è cercare l’Eden. La delusione è patologica perchè implica la pretesa, considerata legittima, di avere delle aspettative verso l’altro. E’ bene che cadano le illusioni e quando ciò avviene non troviamo necessariamente solo un mondo depressivo da consumare. Più illusioni facciamo cadere e più vera vita ci può venire incontro, intensamente colorata di forti emozioni purificate dall’antica visceralità. E’ qualche cosa che nasce dalla capacità di compiere l’incesto simbolico, di compiere, quindi, continui tradimenti.

 

Ci sono tanti tradimenti che si possono consumare tra due partners però la forma di tradimento più devastante pare essere il tradimento sessuale.

Il tradimento sessuale come trauma e come motivo di rottura del rapporto ci permette alcune interessanti considerazioni:

– Il fatto che un tradimento sessuale riesca o a guastare un rapporto o a lasciarlo vivere sotto tono ci fa pensare a questo: che noi, finchè le note del tradimento fisico non vengono suonate, amiamo pensare ai rapporti d’amore come rapporti tra anime, tra mondi interiori – parliamo volentieri di affinità elettive – rapporti tra soggetti, scriviamo versi, canzoni che inneggiano a tutto questo e in buona fede ci crediamo: crediamo d’amare la soggettività e il pensante nell’altro, il suo fondamento umano. Poi però arriva il tradimento a denunciare la falsità delle nostre credenze: non è vero niente. La base dei rapporti umani non è quella che vede a confronto un soggetto con un altro soggetto. La realtà dei rapporti umani è ancora quella biologicamente determinata. Gli esseri umani – l’Uomo e la Donna – non riescono ancora a rapportarsi al di là della determinazione biologica. Non sono due soggetti. Sono ancora maschio e femmina.

E in questo è purtroppo ancora attuale il pensiero di Marx il quale sosteneva che siamo ancora nella preistoria perchè valutava l’umanità della società dal bisogno che ogni essere umano ha dell’altro essere umano e diceva: “Quando il bisogno dell’uomo verso la donna sarà bisogno dell’altro Uomo, di avere l’altro Uomo avanti a sè, allora potremo cominciare a parlare di Umanità”. E’ evidente che, all’inizio del terzo Millennio, non ci siamo ancora.

L’amore è ancora amore interdipendente e complementare da soggetto a oggetto che lega i due in rapporto simbiotico.

Nel rapporto simbiotico l’altro è oggetto del mio amore e non soggetto altro da me. L’altro è rispecchiamento al mio narcisismo, alla mia incapacità di riconoscermi intero e amabile da me stesso. L’altro è la mia parte mancante, è rassicurazione, salvagente, in un rapporto che è “di mutuo soccorso”. Se l’altro mi è complemento, quasi come una protesi, come gli occhiali o una dentiera, bè, dire di avere un rapporto con lui è, a ben vedere, una forzatura: col salvagente io non ho un rapporto, con i miei occhiali io non ho un rapporto, con la mia gamba io non ho un rapporto! Mi servono, mi costituiscono, mi permettono di esistere e di sentirmi intera. Se l’altro mi è così fondamentale tanto da non riconoscere la libertà che potrei riconoscere a un altro soggetto, a me stessa per esempio, l’altro non esiste per se stesso.

Io, per me stessa, cosa è che voglio? Ognuno di noi per sè cosa vuole? Io credo che nessuno di noi, se non negli attimi di follia dell’innamoramento, ami davvero essere portatore del carico altrui tanto da dover essere responsabile del suo rapporto con la vita, del suo aver trovato senso o meno, felicità o meno. Io non vorrei questa responsabilità: di essere colui che risolve la vita ad un altro. Credo in ogni caso che non troverei tanto amabile una persona così passiva e parassita. Nessuno vorrebbe questo eppure in un rapporto edipico, basato sul tabù dell’incesto e sulla conseguente inevitabile interdipendenza, tutto questo accade.

Ma non c’è neppure rapporto! Se pure volessimo rimettere in causa la parola “contratto” – parola sgradevole in fatti d’amore eppure il matrimonio altro non è – anche per stipulare un contratto ci devono essere dei soggetti che si mettono d’accordo per un fine comune; ma come posso avere un fine comune con qualcosa che mi costituisce come persona, mi fa sopravvivere e non vivere. Ecco, tutte queste considerazioni emergono se analizziamo l’esperienza del tradimento fisico come comunemente viene vissuto.

Però, sappiamo che pur nel rapporto interdipendente si dà la molla verso l’intersoggettività diversamente non ci sarebbero tradimenti o altre crisi, altre inquietudini che agitano i rapporti umani, coppia d’amore compresa. Il lato conservatore del rapporto non esaurisce le nostre risorse psichiche. Noi ereditiamo la tradizione e quindi il rapporto interdipendente ma il nostro compito – ripeto – è il tradimento.

Cerchiamo rapporti e lavoriamo per ritrovare nell’altro davvero il soggetto con cui si possa avere un progetto comune e non concretistico. Anche il figlio può essere il terzo, il progetto; ma se il figlio è solo quello carnale inteso concretisticamente, egli stesso può costituirsi ai nostri occhi come una colla per rinforzare l’interdipendenza con l’altro, il LEGAME. Il figlio è qualcosa d’altro ma esiste e lo riconosco nella sua sostanza solo se io ho già un figlio interiore. E se ho un figlio, ho anche un padre e una madre interiore. Porto con me la sacra famiglia. In questo modo ho rotto già il tabù dell’incesto che mi inchioda ad essere solo padre, o madre, o figlio.

C’è un sogno che dice questo, che noi possiamo individuarci, diventare cioè quello che possiamo essere e non restare preda di queste pure forme finite:

 

In una sala cinematografica sul grande schermo v’era una scena ma gli spettatori non potevano guardare direttamente ad essa: essi avevano avanti a sè dei monitor ciascuno dei quali mostrava un frammento della scena totale. La sognatrice si ribella e non si accontenta del frammento quando già avanti a sè c’è la visione totale. Rifiuta il monitor e dopo un attimo in cui non vede nulla riesce a guardare la scena d’insieme.<

 

Questo non significa che abbiamo in mano l’onniscienza, non è un delirio d’onnipotenza. Significa però che non possiamo indietreggiare rispetto alla visione d’insieme che possiamo avere della dinamica evolutiva universale. .

 

Concludo con questa considerazione: che se invece si prendono in mano le risorse, se si osa, se s’infrange, si va in una direzione dove l’amore non si riduce ma viene espanso, moltiplicato. I tradimenti continueranno ad essere vissuti dolorosamente ma in una dimensione in cui ci sapremo responsabili, insieme all’altro delle nostre relazioni, di un processo attraverso cui l’Essere cerca – anche attraverso la nostra individualità – di mettere insieme tutta la sua Soggettività, tutti i frammenti in cui si è oggettivato, solidificato. Se sapremo che questo è il “luogo” verso cui si va, un luogo di maggiore soggettivizzazione universale, l’amore non può rimpicciolirsi, l’amore può soltanto universalizzarsi.E, certo, le nostre storie individuali continueranno a passare attraverso le varie vicende: magari il rapporto si chiuderà, l’interesse fra le persone cadrà; si accenderà l’ interesse per un’altra persona. Insomma le storie si ripeteranno esteriormente ma non potremo dare più il nostro assenso coscienziale al dolore che comunque i tradimenti continueranno a procurarci. Almeno questo: non daremo più l’assenso perchè non ci identificheremo nella parte della vittima, di colui che è stato defraudato, derubato di qualcosa che gli spettava. Il tradimento non verrà più vissuto paranoicamente come un attacco personalistico. Ci sentiremo ancora così ma sapremo immediatamente che non è così. E nella disappropriazione dell’amore, che dovrebbe aumentare attraverso l’ esercizio della consapevolizzazione per niente facile nè scontato, dovremmo liberare noi stessi dal nostro egoriferimento e potremmo percepire che le storie, le nostre storie d’amore sono in realtà le storie dell’Amore che si traghetta attraverso di noi da un mondo all’altro. Ma è sempre l’Amore.

L’amore non è qualcosa che vive a singhiozzo: si apre una storia e l’amore vive, si chiude la storia e l’amore muore.

L’Amore vive attraverso queste vicende. E’ l’Amore che vive attraverso di noi. Non siamo noi a vivere l’amore. Vivremo un’unica storia senza soluzione di continuità e tutti i volti saranno un volto solo. Non potremo dire che un rapporto finisce. E’ assurdo se ci pensate. Niente finisce mai se non nella nostra volontà rimovente o nel nostro monitor di dotazione. Ci saranno restituiti tutti i volti, tutto l’amore.

Ed è buffo che a volte – se questa è la strada di conoscenza che concretamente s’intraprende – gli amori passati concretamente vengano restituiti. Io ne sono testimone. Cose magnifiche. Rare forse, ma accade. Finisco con un sogno:

 

>Il sognatore è a Londra con la sua attuale compagna. Incontra il suo primo significativo grande amore, amore anche spirituale. Si abbracciano e si scambiano un bacio molto tenero, dolcissimo. Mentre ciò accade lui pensa: “ma allora è sempre la stessa cosa! “: l’amore che provava per questa prima compagna, l’amore che prova per la sua attuale compagna e l’amore che prova per una loro comune amica è sempre lo stesso unico Amore.<

 

 

29 Aprile 1994

Ada Cortese

 

La scelta del partner : “perchè ho scelto te”?

La Scelta del Partner

E’ proprio vero, non ci scegliamo per caso; questa verità è ormai sotto gli occhi di tutti.

L’amore così come la coppia sono stati oggetto di innumerevoli studi da parte di scienziati, neurologi, filosofi, psicologi, medici ed ognuno di loro alla fine ha concordato nel ritenere che alla base della scelta amorosa ci sono dei presupposti, biologici-evolutivi, psicologici (individuali e familiari), socio-culturali, che contribuiscono in tal senso a condurre il soggetto verso una scelta oppure un altra.

Siamo sicuri di essere liberi?

Come già affermato nei precedenti articoli, l’amore ha origine dal rapporto di estrema dipendenza fisiologica e psicologica tra la madre e il bambino, che via via si rende sempre più autonomo ed indipendente, esplorando l’ambiente e costruendosi un suo mondo di idee di opinioni ed un personale modello di amore e di coppia.

In questo gioca un ruolo importantissimo, il Padre, che si configura come un possibile “salvatore” della condizione di dipendenza del figlio/a; il padre infatti è colui che inserendosi nella diade madre-bambino/a, rivendicando il suo ruolo nella coppia, contribuisce all’inizio del processo di separazione –  individuazione.

In questo processo giocano un ruolo fondamentale anche la società e la cultura, che dovrebbero rappresentare per il giovane, un’opportunità di rendersi indipendente sia psicologicamente che economicamente, favorendone la spinta alla creazione di un nuovo nucleo familiare, che si basa appunto sulla coppia.

 

Dalla Psicoanalisi ad Oggi: La teoria freudiana, superata?…. sì, ma non troppo!….

Secondo la teoria psicoanalitica la scelta del partner è condizionata dal superamento della fase edipica (mediamente 4 – 6 anni – vedi: la teoria dello sviluppo psicosessuale di Sigmund Freud). 

In questa fase il bambino si “innamora” del genitore di sesso opposto, con il quale tenta di costruire un rapporto esclusivo e sente per il genitore dello stesso sesso un sentimento conflittuale (rivalità, gelosia, ma anche amore). (vedi il mito di edipo).

L famosa “angoscia di castrazione” è la conseguente elaborazione del senso di colpa, che è vissuta in modo differente dai due sessi, secondo Freud.

In questa fase, è decisivo il modo in cui i genitori reagiscono a questi comportamenti conflittuali del figlio/a, che nell’età adulta sarà inconsciamente condizionato nelle sue scelte amorose, dal ricordo di questa fase.

Il superamento del complesso edipico infatti,  definisce l’identità sessuale.

I bambini di sesso maschile si identificheranno con la figura paterna verso la quale hanno sentimenti di rivalità, ma anche di indiretta ammirazione e le bambine di sesso femminile con la figura materna, assorbendo parte dei ruoli, dei tratti del carattere e dell’atteggiamento del genitore.

L’impossibilità o/e l’inversione di tale identificazione determinerà modificazioni del comportamento sessuale.

Superata la fase edipica il ricordo di tutte le dinamiche relative scompare dalla memoria attraverso il meccanismo di rimozione.

Tale ricordo riemergerà, quando la scelta dell’oggetto d’amore viene spostata fuori dalla famiglia (adolescenza).

In questa fase il messaggio inconscio delle dinamiche di relazione con i genitori nella fase edipica e soprattutto con il genitore con il quale ci si era identificati si manifesteranno nel tentativo/speranza inconsapevole di compensare i problemi del passato.

Si tenderà a cercare un partner con le caratteristiche del genitore del genitore di sesso opposto se l’amore per lui non è stato superato, mentre se l’amore con esso è stato di tipo conflittuale, l’orientamento si dirigerà verso partner possibili con caratteristiche spiccatamente opposte a quelle del genitore.

 

 Amori sofferti e Amori “Sbagliati”:

“Mi innamoro sempre di quello/a sbagliata”.

Se non si è superata l’antica conflittualità edipica, si sceglieranno “partner compensatori”, che si prestano appunto al superamento di questi contrasti interni.

L’intensità e la tendenza ossessiva verso situazioni compensatorie sono proporzionali ai sentimenti vissuti nei confronti dei genitori: positivi o negativi, superati o non superati, sereni o traumatici. La scelta si presenterà come il tentativo di risolvere un conflitto personale.

Una causa di separazione consiste proprio nel fatto che uno dei due partner, supera i propri disagi profondi che hanno determinato la scelta dell’altro. Il momento del superamento del problema la situazione di bisogno, evocata dai disagi edipici irrisolti, cessa e così terminano le dinamiche attrattive verso quel partner. Il partner liberato sul piano inconscio decide di rivolgersi altrove per una scelta affettiva più matura e incondizionata.


La visione sistemica: il processo di separazione individuazione dalla famiglia d’origine

La teoria sistemica si differenzia da quella psicoanalitica; secondo loro, la scelta del partner è determinata sia da bisogni familiari che personali.

Un fattore però può prevalere sull’altro in base al tipo di relazione che abbiamo avuto con la famiglia di origine.

I bisogni e le attese soggettive suggeriscono le caratteristiche da valutare interessanti nella ricerca del partner.

L’influenza della famiglia di origine riguarda soprattutto i valori (che cosa fa una brava moglie/marito?), i comportamenti e il mandato familiare (il compito più o meno dichiarato, che viene assegnato ad ogni membro della famiglia, come padre autoritario e lavoratore, madre comprensiva e casalinga, figli ubbidienti).

Quando il mandato familiare prevale sui bisogni individuali, la scelta del partner si orienta verso caratteristiche esteriori, come la posizione sociale, il prestigio sociale, etc. Non è raro che alcune madri vogliano che la figlia sposi un uomo in grado di garantirle il prestigio sociale o comunque qualsiasi cosa che lei non è riuscita ad ottenere (tu non devi fare come me!!!). L’illusione conseguente è che questo tipo di unione possa soddisfare anche le aspettative personali (ad esempio: una persona empatica, flessibile e non rigida, che mi voglia bene, a cui piaccia parlare con me e si appassioni a me profondamente).

Se la scelta del partner si orienta invece verso i bisogni individuali le relazioni si presentano meno conflittuali ed i problemi tendono ad essere affrontati e risolti mano a mano che si presentano.  La scelta del partner è più libera e si vede il partner per quello che veramente è: ( pregi e difetti).

L’amore è vissuto come unione ed è valorizzata l’alleanza cooperativa tra i coniugi.

E’ necessario quindi svincolarsi dalla famiglia prima di scegliere il proprio partner e formare una coppia?

Il processo di separazione-individuazione ha inizio dall’infanzia è visibile in adolescenza, ma raggiunge il suo apice quando decidiamo di renderci indipendenti dalla famiglia, sia economicamente che emotivamente.

Il completamento di questa fase si da spesso per scontato. Diventiamo adulti, ci innamoriamo e ci sposiamo o andiamo a convivere e ancora più spesso facciamo dei figli, senza esserci interrogati rispetto alla nostra capacità di essere individui autonomi e consapevoli.

Altri preferiscono invece non imbarcarsi in questa scelta e optano per uno stile di vita da “single” liberi da ogni vincolo relazionale con un ipotetico compagno/a di vita; altri vorrebbero recuperare l’autonomia dopo una relazione fallita, mentre alcuni cercano disperatamente l’anima gemella senza successo, schermandosi dietro questa impossibilità per perdurare in uno stato psicologico di tipo infantile.

La nostra società permette ogni tipo di scelta: essere single, convivere, avere tanti partner senza sposarsi, cambiare… ma prima o poi ognuno di noi si confronta con l’amore, la sofferenza, i quesiti amletici relativi alla coppia.

Cosa condiziona le nostre scelte quindi?

I motivi principali vanno ricercati  nella “motivazione” e cioè la spinta a compiere una scelta. I bisogni “primari” sono quelli evolutivi (tra i quali quelli sessuali/riproduttivi) e di accudimento-attaccamento. Il primo è legato alla conservazione della specie attraverso la funzione riproduttiva e il secondo alla ricerca della sicurezza.

Questi “istinti primari” portano il soggetto ad osservare senza saperlo, tutte quelle caratteristiche “fisiche” che sono segno di salute (dentatura, muscolatura…etc..) e che rappresentano una garanzia per la prosecuzione della specie (riproduzione e aspettativa di vita per l’accudimento della prole).

In parole “povere” la donna ricerca un maschio dominante con cui riprodursi, che le assicuri figli sani, ma che nello stesso tempo se ne occupi senza abbandonare la tana/casa coniugale (connubio a volte improbabile! ), l’uomo cerca una donna che stimoli la sua dominanza (corteggiamento/seduzione) e che nel contempo assicuri la sopravvivenza e l’educazione della prole, mentre lui procaccia il cibo (porta i soldi a casa) e sparge il suo seme qua e la (che non guasta mai), ma anche questo è un connubio a volte introvabile soprattutto dopo la rivoluzione femminista!

A questi naturali bisogni dell’essere umano, spesso si aggiungono le pressioni sociali, le insicurezze personali, i repentini cambiamenti di una società in continuo mutamento, tutti fattori che contribuiscono a rendere questa scelta molto complessa.

 

Che succede se si resta dipendenti dalla famiglia di origine?

Un giovane che forma una nuova coppia ha davanti a Sè tre scelte:

1) Idealizzare il modello relazionale della famiglia d’origine: il soggetto fa delle scelte  che lo portano a confermare i miti o le credenze familiari (ripetizione del “copione” o mandato familiare). In questi casi dopo una prima fase illusoria, in cui si tende a mettere da parte Sé Stessi, ci si ritrova improvvisamente delusi e dubbiosi. Ci chiediamo cosa ci abbia portato a scegliere quella persona a suo tempo.

2) Svalutare il modello relazionale della famiglia d’origine: il soggetto si ribella al modello familiare, ritiene che il padre e la madre abbiano delle modalità di relazione errate, per questo motivo sceglie un partner del tutto opposto al modello familiare. (“negazione del “copione” o mandato familiare). Anche in questo caso si può restar delusi, poiché si è scelto un partner in un momento di ribellione, in una fase “reattiva”.

3) Valutazione critica amorevole e consapevole del modello familiare “Scelta Autonoma”: In questo caso il soggetto vive un momento di conflitto con il modello familiare, che contrasta al fine di ricercare una sua autonoma modalità di relazione. Non tutto ciò che proviene dal modello familiare, infatti deve essere necessariamente positivo o negativo.

Sia che il soggetto abbia vissuto in una famiglia tutto sommato amorevole, sia che abbia vissuto in un clima familiare più conflittuale, crescendo sarà in grado di valutare ciò che c’è di buono nella coppia genitoriale, apprezzandolo e ciò che è negativo, allontanandosene, senza serbare però rancori o ansie verso i genitori.

Sicuramente il soggetto che è stato amato, ma si è sentito libero, sarà avvantaggiato.

Chi invece ha vissuto in famiglie conflittuali o disgregate farà più difficoltà ad uscire dal binomio “ripetizione/negazione”. In entrambe i casi la scelta autonoma è “la ricerca dell’uno al di sopra del bene e del male” ed anche “emanciparsi dall’incubo delle passioni” (rabbia, rancore, risentimento..) come citava una famosa canzone di Franco Battiato “E ti vengo a cercare

In virtù di queste premesse, concentriamo la nostra attenzione solo su quelle persone o situazioni che appartengono allo schema prodotto dalle vicende della sua storia personale e meno attenzione agli elementi che non vi rientrano (quando diciamo “sembra che capitino tutti/e a me……sempre uguali…., ma che hanno il lanternino???)..

A volte questo meccanismo può condurre ad un modus operandi “coazione a ripetere” in cui c’è il costante tentativo raggiungere una meta ideale che inevitabilmente verrà delusa. Nessuno, infatti, sarà in grado di corrispondere perfettamente al modello di relazione che noi abbiamo nella nostra testa e che è frutto di una lunga e complessa storia personale.

Il primo campanello d’allarme è costituito dal “desiderio di voler cambiare l’altro” che si manifesta spesso inconsciamente già nella fase del corteggiamento.

“Ho bisogno di te” o “ho bisogno che tu sia così?”

In questo caso non riusciamo ad accettare l’altro per come lui/lei e tentiamo continuamente di cambiarlo, perfezionarlo, aiutarlo. Gli sforzi mirati ad ottenere questi cambiamenti generano invece una resistenza più o meno visibile e consapevole da parte dell’altro, che si può manifestare nelle forme più svariate per mezzo di quotidiane ripicche, stati depressivi, ansia, problemi sessuali. La distanza diventa sempre più incolmabile e si arriva ad una crisi di coppia; la comunicazione ne paga le spese e si accende il conflitto, più o meno aperto, è quotidiano e si sprofonda in un pesante senso di solitudine.

Amore e Sessualità

Amore e Sessualità

L’Essere Umano ricerca istintivamente il piacere ed evita il dolore.

Il “principio del piacere” di cui parlava Freud suona così datato, ma è ancora estremamente attuale; esso definisce la tendenza di ogni essere umano a scaricare il più presto possibile l’eccitamento corporeo dettato da un bisogno (sessuale o di sopravvivenza) ,che preme per essere soddisfatto e a mantenerlo al livello più basso possibile per evitare il dolore.

La realtà tuttavia, non pone sempre le condizioni favorevoli affinchè l’uomo possa soddisfare i suoi bisogni; di conseguenza il piacere deve essere rimandato o rimosso attraverso i meccanismi di difesa (comportamenti innati o appresi, che ci permettono di mantenereun equlibrio interno, allontanando dalla mente pensieri o realtà che sono troppo gravose da accettare per noi).

Tali meccanismi non sono “patologici” di base, ma possono divenirlo qualora il soggetto li assuma come modalità di comportamento predominante.

La capacità umana di mettersi a confronto con la realtà e trovare un compromesso con essa e di valutare le conseguenze delle proprie azioni è detta quindi principio di realtà.

Il primo contatto importante che l’essere umano ha è quello con la madre.

Dal primo piacere basato esclusivamente sul soddisfacimento del bisogno (fame e calore/contatto), si passa rapidamente ad un gioco di sguardi e mutui riconoscimenti che  possono essere considerati un inizio di seduzione.

Il bambino ha bisogno dell’altro sia sul piano materiale che psicologico, un adulto invece, non dovrebbe più aver “bisogno” dell’oggetto materiale (CORPO), ma dovrebbe essere alla ricerca di un oggetto psichico (ANIMA) che gli permetta anche un rapporto materiale.

Nell’amore maturo, infatti, vi è una notevole differenza tra bisogno e desiderio.

La sessualità dell’uomo è ormai svincolata dalla riproduzione e proprio perchè si è liberata di questo condizionamento biologico, comporta la ricerca di un altro soggetto che stimoli il rapporto.

L’attrazione è valida solo nel momento in cui un soggetto è in grado di accettare sia la realtà fisica che psicologica dell’Altro; se non c’è questa capacità non può esserci desiderio e quella che è definita come “attrazione fisica” rimane legata esclusivamente ad un “bisogno”.

Il desiderio viene dal nostro mondo interno e si rivolge al mondo interno di un’altra persona, intesa come soggetto e non come puro “contenitore”, si svincola dal biologico ed accede alla sfera relazionale, differenziandosi pertanto dal bisogno.

Il desiderio non può esaurirsi, perchè non ha come scopo ultimo la “scarica”, come accade invece per il bisogno.

Il desiderio si struttura pertanto, non dal soddisfacimento di un bisogno, ma sulla base di un’esperienza soddisfacente che si ripete.

In quest’ottica, comprendiamo come la sessualità possa essere soddisfacente ad ogni età e in ogni fase di vita della coppia, poichè quando essa si svincola dal bisogno, non si esaurisce, ma cresce.

Aldilà dell’unione fondata sull’illusione di un’unione simbiotica (primaria), dovrebbe esserci “l’unione di due solitudini”, in cui la diversità dell’altro è percepita come ricchezza, come sfida e non come frattura.

Quando l’Altro nella sua diversità è percepito come “distante”, “separato” piuttosto che come una risorsa o una sfida, molto spesso si arriva a tradire, poichè si ricerca in un nuovo partner l’illusione della simbiosi.

In tal senso uscire dalla fase dell’infatuazione e realizzare Sè Stessi è fondamentale per qualsiasi relazione.

La presenza dentro di noi di un bambino inerme pronto ad affidarsi incondizionatamente all’altro è proprio ciò che allo stesso tempo ci delude ed è essenza stessa dell’esperienza amorosa.

Non può esistere maturità al di fuori della consapevolezza delle nostre dinamiche infantili (A.Carotenuto, Amare Tradire, Bompiani . 1995).

La capacità di separarsi è alla base del riconoscimento dell’altro come opposto, ma non oppositivo, come “complesso” e non come “complicato”.

Tuttavia, il desiderio, originatosi da un bisogno primario di accudimento, mantiene le tracce nella nostra memoria e rappresenta il nostro “punto debole”, perchè è li a ricordarci la nostra incompletezza esistenziale, l’importanza dell’altro per vivere.

Perchè amiamo?

Perchè “amiamo“?

Cos’è l’amore?

 Il termine amore è troppo estensivo ed inflazionato, perchè se ne possa parlare senza una necessaria delimitazione.

In questo articolo userò il termine amore per definire la modalità di rapporto uomo-donna, che nasce dalla diversità di due soggetti-individui, si alimenta di erotismo e fonda una coppia sulla base di una progettualità comune.

Coppia, erotismo, desiderio, progettualità sono termini che nella loro copresenza differenziano l’amore da tutte le altre modalità agapiche o idealizzate, quali l’amore parentale, coniugale, amicale o quello verso determinati valori come il bene e la conoscenza.

Per poter parlare d’amore è necessario chiedersi da dove nasce, come si forma e si evolve poi nella coppia, che ne rappresenta la base.

D’altra parte la resistenza della coppia alle mode, alle pressioni socio-culturali in continuo mutamento, alla cultura e alle varie epoche storiche, dimostra che essa è  un fenomeno universale e fondante la realtà umana, perchè è il prototipo universale del rapporto madre-bambino.

L’amore ha a che fare con l’innata predisposizione dell’essere umano al contatto e alla comunicazione e il desiderio ha origine  dal primo rapporto amoroso che l’Essere Umano sperimenta e cioè quello con il “Care-Giver” da cui dipende totalmente (chi si prende cura del bambino – in genere la Madre).

La condizione di totale dipendenza diviene pian piano in una condizione di autonomia/indipendenza.

Un primo punto fondamentale quindi, è dato dalla naturale, intrinseca tendenza dell’essere umano a trasformare la dipendenza fisiologica primaria in una sempre maggiore autonomia che conduce l’uomo a costituirsi sempre più come INDIVIDUO.

La psiche umana nasce con l’uomo ed ha varie funzioni, che si evolveranno secondo un principio epigenetico (seguendo i naturali stadi della genetica), ma anche in base all’esperienza con l’ambiente.

L’ambiente potrà essere supportivo, rappresentando in tal modo un fattore di protezione per lo sviluppo di una personalità “sana” oppure disfunzionale secondo vari gradi di entità, costituendo un fattore di rischio per l’instaurarsi di blocchi evolutivi ed emotivi.

In tal senso, tanto più è precoce un trauma (reale o percepito) sull’organismo, tanto più diffusa e pervasiva sarà la menomazione o la distorsione della personalità nelle sue funzioni primarie.

Un secondo aspetto, non meno importante, è dato dalla capacità di saper cogliere, dietro le apparenze, la realtà psichica dell’altro, capacità che è la base di ogni rapporto umano. (teoria della mente).

Se Io evolvo e mi sviluppo come INDIVIDUO, avrò una mia personalità e una mia individualità, ma avvertirò da un lato la naturale ed innata esigenza a ricreare quello stato di primordiale benessere collegato all’amore incodizionato materno, della totale dipendenza, dall’altro quello di affermare la mia individualità sull’Altro e creare una nuova unione.

Se il mio sviluppo emotivo e psicologico non ha subìto arresti o traumi, sarò in grado di far convivere in me queste due tendenze (dipendenza/indipendenza) e di trovare un Altro diposnibile ed instaurare con lui/lei una relazione sana e soddisfacente.

Dall distorsione di questo equilibrio nascono le dinamiche amorose sofferte ed insoddisfacenti.

Il Mito delle Due Metà

Da questa necessaria premessa, si evince come non è possibile considerare la coppia come un’unità, un unico sistema in cui si “fondono” due soggetti, nè tantomeno come la somma di due metà, che nate da una primitiva perduta unità (mito dell’androgino), si cercano disperatamente nella speranza di ritrovarsi e ricongiungersi per sentirsi finalmente completati.

La coppia è piuttosto l’incontro e la scelta di due INDIVIDUI diversi , che nell’amore, cosi’ come sottolinea la teoria della Gestalt, costituiscono qualcosa di molto di più che la semplice somma di due unità. (La totalità è più che la semplice somma degli elementi che la costituiscono. – Teoria della Gestalt).

La coppia non è accoppiamento.

Ognuno di noi è un “sistema” unico, irripetibile in continua interdipendenza con gli altri sistemi e i suoi membri, da cui dipendiamo per la nostra sopravvivenza emotiva e coi quali cerchiamo consciamente o meno di mantenerci in equilibrio.

L’individuo è una persona che, (come indica l’etimologia della parola veid “mancanza”, “perdita”, da cui il termine vedova), ha bisogno di un’altra persona per realizzarsi interiormente.

E il bisogno è l’antitesi della scelta.

Quando nasciamo la dipendenza è implicita, perchè abbiamo bisogno di essere accuditi per sopravvivere, ma con la crescita devono emergere sempre più quelle capacità psichiche mature, che danno luogo all’autonomia, intesa come rivisitazione e messa in discussione di quegli “schemi” appresi, di quei modelli genitoriali che abbiamo vissuto durante l’infanzia.

“L’individuo” è perciò colui che ha compiuto un lungo, faticoso e spesso incompiuto cammino, che si snoda dall’iniziale e fisologica dipendenza del neonato, fino all’autonomia dell’adolescenza.

Alla nascita, e con la nascita, si forma la prima coppia: il bambino deve poter contare su un essere umano soddisfacente per poter sopravvivere fisicamente, ma anche e sopratutto emotivamente; in questo senso, si configura quello che sarà il successivo rapporto d’amore tra adulti.

Se la figura genitoriale primaria si rivela supportiva, il bambino ne ricava un’immagine positiva, dalla quale poi dovrà certo separarsi per RI-nascere, ma che conterrà in sè la dinamica del “ricordo” positivo. Non avrà un vuoto. Quando attingerà alla “sacca dell’amore” la troverà sempre piena. Non troverà il bambino ferito e solo desideroso di trovare una mamma.

E’ evidente quindi che la SIMBIOSI e la SEPARAZIONE, come valori assoluti rappresentano le due facce dell’ AMORE.

E’ altrettanto evidente però, che in ogni forma d’arte si tende a rappresentare in maniera più o meno drammatica, proprio queste situazioni.

Pertanto potremmo chiederci se esiste una modalità d’amore “sana”?

Sicuramente la base dell’amore è una coppia formata da due soggetti autonomi, capaci di stabilire un rapporto di intimità, ma anche di separarsi ovvero di raggiungere un equlibrio tra i due poli opposti: “simbiosi-separazione” – “dipendenza-indipendenza” e quindi tra “amore e odio”, in cui l’odio può diventare l’unico sentimento sperimentato a livello conscio o inconscio, da chi non riuscendo ad ottenere questo equilibrio con i suoi strumenti è destinato ad oscillare tra i due poli di autonomia e dipendenza, odiando l’oggetto da cui dipende, ma non potendo separarsene, poichè rappresenta l’unica sua fonte di sicurezza.