Tag: attaccamento evitante

Amore? No Grazie: Filofobia, Anoressia Affettiva e Paura dei Legami

Cos è la filofobia?

La filofobia è definita come la paura persistente, ingiustificata ed anormale di innamorarsi o di amare una persona.

La conseguenza è un progressivo ed inesorabile distacco da tutto ciò che è emotivamente perturbabile, una lenta deprivazione affettiva auto-mutilante (per se stessi) e sadica (per chi la subisce), che implica, nel tempo, la perdita del desiderio verso l’altro (sessuale, emotivo.. affettivo..).

I filofobici collegano l’amore alla sofferenza, ma soprattutto alla paura di perdere il controllo su se stessi, che associano invece, alla capacità di resistere ai sentimenti e ai sentimentalismi: se mi mantengo freddo/a, distaccato/a e lucido/a, allora sarà impossibile per me soffrire, perché di base non appena provo un sentimento di tenerezza, fuggo oppure faccio in modo che l’altro non si accorga che lo sto provando, mistificando i miei sentimenti e mostrando spesso l’esatto contrario.

Queste convinzioni (l’amore è pericoloso,… se ti innamori resti fregato…chi ti ama ti domina.., etc) sono il frutto di stereotipi culturali sessisti e /o di legami di attaccamento disfunzionali con le figure genitoriali (ferite abbandoniche, carenze affettive).

In questi anni di intensa attività clinica, ho riscontrato che queste forme di evitamento affettivo sono strategie di sopravvivenza adottate da persone cresciute nella deprivazione e nell’aridità affettiva: si tratta di bambini sensibili, vissuti in disparte nel desiderio (insoddisfatto) di essere amati da parte di entrambe (o più spesso di uno dei genitori), che al contrario si mostravano insensibili, svalutanti, distaccati e completamente anaffettivi.

Il bambino a questo punto ha due scelte: annichilirsi, soccombere e deprimersi oppure idealizzare e sopravvalutare l’atteggiamento del genitore anaffettivo, considerandolo una difesa vincente ed un modo efficace per esercitare il potere sul mondo circostante.

La paura del legame e di essere “incastrato” ha origini lontane, in attaccamenti ansiosi e intrusivi con madri psicotiche, depresse o anaffettive e  si manifesta con veri e propri sintomi fobico-ossessivi ogniqualvolta il partner (o il potenziale partner) cerca di mettersi in relazione con lui/lei: evitamento dell’intimità (non del sesso, ma dell’intimità e la condivisione), fuga nel lavoro, ansia nei momenti di condivisione, sensazione di claustrofobia in situazioni ed eventi che simboleggiano i legami (natale, compleanni, … anniversari…), attacchi di panico in prossimità di eventi importanti legati alla crescita della coppia (matrimonio, etc), depressione, fissazione sui difetti dell’altro e sulle sue mancanze, atteggiamenti svalutativi mirati ad allontanare l’altro, conflittualità elevata.

Per queste persone provare un’emozione forte (anche positiva), condividere, relazionarsi è un’esperienza negativa, potenzialmente distruttiva, che mette a rischio la propria sicurezza, che minaccia la libertà individuale e che funziona quindi come un campanello d’allarme per un’imminente ritirata piu’ che come la prova di un forte amore e coinvolgimento.

Il collega e scrittore Nicola Ghezzani nel suo “paura di amare”, parla di anoressia affettiva e cioè dell’incapacità di amare l’altro unita all’esasperata (ed esasperante) esaltazione della propria indipendenza e dell’invulnerabilità individuale.

Come si comporta una persona affetta da filofobia in coppia e/o in famiglia?

Per il filofobico perdere qualcuno di potenzialmente valido accanto a se è un rischio minore rispetto a quello di perdere il controllo su se stesso, per questo in terapia,  incontro spesso partner esausti della deprivazione emotiva, della svalutazione a cui questo tipo di soggetti li espongono, condannandoli a una vita di arida solitudine anche se in coppia/famiglia; questo perché la paura di amare porta il filofobico ad assumere atteggiamenti che fanno sentire il partner non amato e poco importante e con il passare degli anni, una coppia stabile e matura necessita una crescita, la costruzione di un legame profondo e intimo, che si basa sulla fiducia, la progettualità e la condivisione.

Paradossalmente quindi, ciò che accade è questo: più la coppia cresce, più si consolida il legame con l’altro, (che a buon bisogno lo/la ama nonostante il suo controllo e le sue strategie per danneggiare e sabotare il legame), più il filofobico si sentirà minacciato e fragile, invece che forte e sicuro.

Non a caso,  nelle prime fasi della relazione non manifestano questa sintomatologia ansiosa collegata al legame, perché appunto la relazione è ancora superficiale , poco impegnativa e ancora instabile.

Oltre alla paura di soffrire, c’è anche la paura di confrontarsi con l’autorità, i doveri (la personalità genitoriale) e una scarsa propensione a tollerare la frustrazione; si evita quindi di crescere ed assumersi le responsabilità formali che un legame implica.

Impegno, perseveranza, fedeltà, dedizione, cura, appaiono al filofobico come obblighi castranti, vincoli che lo/la intrappolano in un destino a due, in cui perderà certamente la sua individualità e con essa la libertà.

Ecco che amare qualcuno diventa “doverlo accontentare” piegarsi alle sue volontà, sforzarsi di soddisfarlo invece che essere un piacere e un arricchimento personale e di coppia.

Conflitto e dipendenza affettiva nel filofonbico

Vi starete chiedendo, ma se un filofobico ha il terrore delle relazioni, perché si fidanza, si sposa o comubque si lega?

Come tutte le persone fobiche, un evitante è consapevole che la sua paura è infondata e prima o poi, incontra una persona che apprezza, stima e ama, con cui razionalmente desidera costruire, ma la paura istintiva di scappare e mettere a repentaglio il legame è più forte, ama quella persona, ma non riesce a dimostrarglielo, anzi non può!!, per questo, non riesce a vivere né con lei/lui, né senza di lui/lei.

Si verifica un andamento della relazione altalenante ed ambivalente, fatto di momenti di intensa vicinanza e momenti di profondo distacco, spesso generati dal partner esausto oppure da litigi causati da comportamenti o atteggiamenti sprezzanti, arroganti o svalutanti del filofobico,  mirati proprio a generare un conflitto, per utilizzarlo come “scusa” per distaccarsi un po’.

Alla lunga però, questo up and down genera stress nella coppia, depressione nel partner e difficoltà sessuali causate da una profonda sfiducia verso l’altro, verso al sua incostanza ed inaffidabilità affettiva.

Nei casi più semplici e prevedibili, il filofobico evita deliberatamente i legami, ricerca inconsciamente partner impossibili, relazioni complesse con persone sposate o distanti, che giustifichino indirettamente il suo non volersi mettere in relazione, scaricando le responsabilità sulla sfortuna, sulla vita etc.. (non sono io che non voglio legarmi è che incontro sempre la persona sbagliata…).

L’aspetto più triste della paura dei legami è che alla lunga, come in una profezia che si auto avvera, si resta soli; la paura di essere feriti e di soffrire per amore o di restare delusi comporta una sofferenza d’amore, perché è proprio chi ha paura di amare a deludere se stesso e gli altri, a ritrovarsi solo/sola per la perdita dei legami affettivi.

Il filofobico quindi pensa che alla fine ci sia qualcosa di sbagliato in lui/lei, perché non merita amore, ma non riesce a comprendere come tutte le persone fobiche, che la causa della paura non è da ricercarsi all’esterno (fuori da sé) ma dentro di se e che l’unico modo per superarla è affrontarla, comprendendo che il rischio di restare soli e deprivati con la propria tanto agognata (ma poi neanche così desiderata libertà ) è una punizione e un rischio maggiore che quello di essere traditi o lasciati.

In psicoterapia i filofobici hanno bisogno di acquisire consapevolezza dei propri vissuti, di sperimentare relazioni di “rigenitorializzazione” in cui re-imparare a fidarsi, scoprendo che la reciprocità affettiva è possibile e che non sempre un’emozione cela in se un rischio, una potenziale minaccia.

Cosi’ come nella cura di qualsiasi fobia, è necessario lavorare sulle difese, al fine di estinguere tutti i comportamenti distruttivi e sabotanti, che generano disagio e stress nella persona, nel partner e nella coppia, attraverso un percorso di desensibilizzazione sistematica ai segnali di allarme, che compaiono ogni volta che ci si trova a sperimentare un’emozione, a condividerla e che spingono istintivamente alla fuga o all’evitamento.

SE PENSI DI SOFFRIRE DI FILOFOBIA O DI ESSERE IN UNA RELAZIONE CON UNA PERSONA FILOFOBICA, CONTATTAMI PER UNA CONSULENZA PRIVATA.

Dottoressa Silvia Michelini

La vittima preferita dei narcisisti: la donna dipendente

La vittima preferita dei narcisisti: la donna dipendente

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Perché alcune donne, (o uomini ma meno spesso) restano invischiate in relazioni amorose malsane, che spesso non hanno nemmeno l’ambire di sbocciare?
Perché rimangono per anni appese, agonizzando in lunghe e sospiranti attese, colmando vuoti, tollerando assenze, fughe e ritorni di lui o ancora peggio perché alcuni di noi, vivono relazioni di coppia e familiari deprivanti, umilianti, spesso ignorando chiari segnali di violenza psicologica e nei casi più gravi anche fisica?
Perché le donne (anche uomini, ma meno spesso) “amano troppo”? perché si identificano sempre con l’archetipo della salvatrice (salvatore), della guaritrice (guaritore), della madre (padre) e si illudono di poter “cambiare” l’uomo (la donna) che incontrano?
Perché le donne, e alcune persone in genere, ognuna con un grado di gravità diverso, non si amano, non si stimano, non sanno stare con se stessi?

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Coppia e intimità,paura e desiderio: esercizi per superare la paura dell’intimità

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IO E TE DA SOLI: CHE PAURA!

Perché abbiamo paura che concedendoci all’altro rischiamo di perderci?

Perché smettiamo di desiderarci e con il tempo in ogni coppia, cala la motivazione e il desiderio?
Uno dei primi stereotipi da sfatare in fatto di coppia e amore è che “l’amore vero dura in eterno e non ha bisogno di essere alimentato” e che “se mi concedo all’altro, l’altro utilizzerà le mie debolezze e fragilità per controllarmi o mi ferirà”.
FALSO.
La capacità di mantenere una propria identità individuale all’interno del rapporto, attraverso la cura, il calore e attenzione reciproca, fa sì che la relazione sia stabile e duri nel tempo.
Molte persone pensano che amarsi con volontà e dedizione sia noioso, poco spontaneo e che sia un modo come un altro per trascinare una storia finita, ma non sempre è così. Molti amori muoiono perché sono lasciati fuori al freddo in pieno inverno, perché ognuno dei due partner ritiene che sia dovere dell’altro dare, ricambiare, dimostrare e che se le sue aspettative non sono soddisfatte, certamente allora l’altro non ci ama e quindi perché noi dovremmo dimostrare cosa proviamo o fare qualcosa in più? Che lo faccia lui/lei!!!.
Eppure eccovi qui a leggere questo articolo. Un amore è finito quando certamente non avete bisogno di cercare materiale su internet per comprendere meglio voi stessi o l’altro.
Certo qui si parla di amore RICAMBIATO e della coppia, che nonostante le difficoltà e qualche scricchiolamento dovuto agli anni trascorsi, ha ancora voglia di riscoprirsi.
L’amore maturo e la capacità di relazionarsi in modo sano, implica non avere conflitti irrisolti nelle relazioni e con essi, una forte paura dell’intimità, alla quale noi attribuiamo quasi sempre un significato sessuale, ma la sessualità ne rappresenta solo l’esito.
Perché abbiamo paura di entrare in confidenza con il nostro partner? E soprattutto perché questa paura spesso compare quando il rapporto è già consolidato e non all’inizio, nella fase di conoscenza ed innamoramento? Perché la paura dell’intimità va di pari passo con il consolidarsi di una relazione d’amore?

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Da wikipedia:
La definizione di intimità è complessa e riguarda vari ambiti delle umane relazioni. In generale essa si può definire come una condizione di particolare vicinanza, fisica e/o emotiva, fra due esseri umani.
Si può parlare di intimità, in considerazione del rapporto che permette a due o più individui, data la loro confidenza di vivere quotidianamente gli uni accanto agli altri senza alcun disagio, in particolare nella vita domestica.
In senso romantico, l’intimità si ha quando la coppia si scambia effusioni, attenzioni reciproche o quando si trova in uno stato di particolare complicità, affetto e comunicazione autentica e sincera dei sentimenti e delle sensazioni.
L’intimità, in questo senso, è anche avvicinata, come sinonimo, alla sessualità di coppia, di cui essa esprime l’aspetto emotivo più che quello strettamente erotico e fisico. Si dice, di una coppia affiatata, che essa gode di una buona intimità; in questo senso la parola intimità è utilizzata in modo appropriato solo con riferimento a una coppia che è legata da una relazione profonda e di lunga durata.

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Si è parlato spesso di ATTACCAMENTO; ognuno di noi porta con sé e nella coppia, un bagaglio di conoscenze, di modelli, di emozioni e di comportamenti, che hanno radici antiche e questa modalità di amare, riguarda soprattutto lo stile di attaccamento che abbiamo instaurato da bambini con le nostre figure di relazione primarie: genitori, care giver, etc.
Ci sono stati molti studi in ambito neurobiologico (neurobiologia dello sviluppo), che hanno dimostrato come la qualità della relazione tra il neonato e la sua figura di accudimento sia fondamentale per la crescita del SNC del bambino, soprattutto per quel che riguarda l’affettività, il pensiero e la capacità di regolare le proprie emozioni e di entrare in empatia con l’altro.
E’ stato riscontrato che le relazioni sono la base su cui si poggia lo sviluppo del SNC, perché la qualità relazionale e le esperienze di relazione sono in grado di influenzare direttamente il cervello, in termini di formazione di certi circuiti o sinapsi. Il calore e l’affetto dei nostri genitori è la base per far si che la nostra genetica possa svilupparsi, perché il cervello si sviluppa in base a un principio definito esperienza-dipentente.
Un bambino trascurato, abbandonato, maltrattato, impara che non può fidarsi di quelle persone che per lui/lei dovrebbero invece rappresentare la più certa e concreta fonte di sicurezza, accudimento, amore e calore non svilupperà certi circuiti cerebrali e “registrerà” nella sua memoria che AMARE E’ PERICOLOSO, AFFIDARSI E’ PERICOLOSO.

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Non a caso in futuro, si mostrerà sempre sulla difensiva, soprattutto quando la relazione con qualcuno si fa più stretta, più importante e quindi lui/lei rischia di essere abbandonato o tradito.
Nel rapporto d’amore quindi, ognuno è portatore di una storia, fatta di bisogni, desideri infranti, paure e fantasmi.
Le prime relazioni affettive significative costituiscono parte determinante della modalità di relazione all’interno della coppia.
Una persona sicura, non ha paura di concedersi in un rapporto, di impegnarsi, di svelarsi. Sa dare e ricevere, non ha bisogno di mantenere il controllo su se stesso o sull’altro per far si che non lo ferisca, per cercare di evitare che lo tradisca o lo abbandoni. Si fida e si affida, soprattutto perché ha un buon livello di autostima e non teme l’abbandono, sa essere amorevole ma anche automoma.
Le persone “insicure” in generale non riescono a trovare il giusto equilibrio tra bisogno di autonomia e di contatto/amore.
Le persone ferite, negano il loro bisogno di amore, tendono a mantenere la distanza dagli altri per evitare un coinvolgimento emotivo, (registrato come pericoloso) oppure sono alla continua ricerca di contatto, conferme e tendono a controllare l’altro e a proiettare su lui/lei le aspettative di amore infantile infranto. Nei casi più gravi (persone con alle spalle gravi traumi relazionali irrisolti) si mettono in atto nella relazione di coppia meccanismi difensivi contraddittori e distruttivi, che vanno dall’ossessione e la possessività verso la distruttività (sia verso l’altro che verso se stessi); si tratta di amori malati, malsani, pericolosi e distruttivi nei quali ci si identifica con la vittima o con il carnefice dei traumi subiti durante l’infanzia.
Una cosa è certa però: nasciamo per amarci e il desiderio d’amore chiaro o negato, unisce l’uomo e la donna nella costante ricerca della felicità.
«Ci sono tanti modi di amare, tante maniere di esprimere l’attaccamento ad una persona specifica. Modi contorti, complicati, modi che possono perfino creare disagio in chi è l’oggetto di questo affetto. Modi che producono dolore, anziché felicità, in chi ama» (Attili,2004).

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Per questi motivi, chi ha paura nelle relazioni oppure non sa trovare il giusto equilibrio tra se e l’altro può imparare a gestire l’intimità di coppia attraverso degli esercizi, perché amarsi è soprattutto un atto di volontà, inteso come un cammino comune verso una crescita e una maturazione affettiva.
Insieme, ma anche da soli, è possibile apprendere uno stile di attaccamento SICURO. (stile di attaccamento sicuro appreso), come per dire che anche se l’imprinting è stato negativo, possiamo guarire la nostra capacità di amare e in generale di relazionarci agli altri.
Gli esercizi che vi porto come esempio, sono stati studiati per favorire la comunicazione, la fiducia e la capacità di entrare in relazione con l’altro imparando a gestire la propria vulnerabilità e considerarla quindi un valore nella coppia e non un limite.

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Robert Epstein, ricercatore e professore universitario, dopo aver condotto con successo diversi esperimenti, ce lo spiega nel suo libro Making love: How people learn to love and how you can too.
Un rapporto di coppia intimo e appagante non sempre è semplice da realizzare soprattutto, per esempio, quando le relazioni durano per molti anni e rischiano di logorarsi col tempo.
Ecco un elenco di alcuni divertenti esercizi, tutti ispirati dall’analisi di studi scientifici sull’argomento, che si possono usare per creare intenzionalmente un maggiore affiatamento e una maggiore intimità emotiva con il partner:
1 Scrutarsi nell’anima: stando in piedi, o sedendovi a circa mezzo metro di distanza, guardatevi intensamente negli occhi, cercando di scrutare reciprocamente nel profondo del vostro essere. Continuate per circa due minuti e quindi parlate di ciò che avete provato.
2 Due come uno: abbracciandovi dolcemente, iniziate a percepire il respiro del partner e cercate gradualmente di sincronizzare il vostro respiro col suo. Dopo qualche minuto, potreste avvertire una sensazione di fusione reciproca.
3 Amore scimmiottato: stando in piedi o sedendovi molto vicini, iniziate a muovere mani, braccia e gambe in qualsiasi modo vogliate, purché imitiate perfettamente le movenze del vostro partner.
4 Innamorarsi: si tratta di un esercizio di fiducia, uno dei molti che aumentano le sensazioni reciproche di vulnerabilità. Stando in piedi, lasciatevi cadere all’indietro tra le braccia del partner. Quindi scambiatevi di ruolo ripetendolo diverse volte e parlate di ciò che provate.
5 Scambio di segreti: scrivete un segreto importante per voi e fate in modo che il vostro partner faccia altrettanto. Quindi scambiatevi i fogli e parlate di ciò che avete scritto.
6 Gioco della lettura del pensiero: scrivete un pensiero che volete condividere con il vostro partner e trascorrete poi qualche minuto senza parlare cercando di trasmettere quel pensiero a lui/lei mentre il partner cerca di indovinare. Se non ci riesce, rivelate ciò che stavate pensando e procedete scambiandovi i ruoli.
7 Fammi entrare: state a un metro e mezzo circa di distanza e concentratevi l’uno sull’altro. Ogni dieci secondi circa avvicinatevi un po’ di più, fino a quando, dopo diversi spostamenti, vi trovate all’interno dello spazio personale dell’altro: arrivate il più vicino possibile, ma senza toccarvi.
8 Aura d’amore: mettete il palmo della mano quanto più vicino possibile a quello del vostro partner ma, anche in questo caso, senza toccarvi davvero. Fatelo per alcuni minuti, durante i quali proverete non solo calore, ma qualche volta, promette Epstein, una sconvolgente serie di scintille.

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e tu hai paura di entrare in intimità con gli altri? vorresti cambiare questa costante nella tua vita? sei in relazione con qualcuno che non sa amare?

D.rssa Michelini

Metodo Lei e Lui

www.psicologiadicoppia.net

Allattare a richiesta, si FINO A QUANDO? Alto Contatto e Natural Parenting: cosa ne pensa la Psicologia dello Sviluppo?

QUALE CONTRIBUTO PUO’ DARE LA PSICOLOGIA ALL’OSTETRICIA, LA PUERICULTURA E LA GENITORIALITA’?

Rivalutiamo la psicologia e la moderna psicoanalisi nell’ambito della genitorialità

premessa

LA PSICOANALISI NON E’ UNA MATERIA VECCHIA E SUPERATA IN AMBITO DI GRAVIDANZA, ALLATTAMENTO E GENITORIALITA’ ED E’ PROPRIO SUGLI STUDI DELLA PSICOLOGIA EVOLUTIVA E LA PSICOANALISI CHE SI BASA LA PEDAGOGIA.
LA PSICOANALISI IN PARTICOLARE NON SI E’ FERMATA A FREUD E GLI STUDI IN AMBITO DI PSICOLOGIA EVOLUTIVA SONO ATTUALISSIMI: INFANT RESEARCH (DANIEL STERN), TEORIE DELL’ATTACCAMENTO (BOWLBY), TEORIA DEL TRAUMA RELAZIONALE (BROMBERG), PSICOANALISI RELAZIONALE (MITCHELL), TEORIE PSICOANALITICHE DI WINNICOTT.

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La psicoanalisi non è una materia obsoleta in ambito di puericultura , allattamento e genitorialità, non propone modelli o teorie rigide che colpevolizzano le madri, non le costringe ad adeguarsi a severe regole sulle tappe di sviluppo, non le rende ansiose e non promuove un modello a basso contatto, anzi incoraggia gli approcci ad alto contatto e si oppone alle precoci separazioni, ma ponendosi sempre dei ragionevoli limiti.
Tali limiti sono considerati assolutamente marginali secondo alcuni movimenti di pensiero e associazioni che promuovono approcci naturalistici ed ad alto contatto in ambito di gravidanza, ma soprattutto di allattamento e genitorialità.
Il problema non è la divergenza di pensiero, la psicologia evolutiva moderna infatti incoraggia assolutamente l’alto contatto, ma l’estremizzazione di queste teorie.
Il voler aderire ad un modello estremo ad alto contatto, senza valutare la situazione e la triade madre-figlio – padre nella sua reale soggettività, a mio parere (come madre e psicologa) genera ansia e insicurezza nelle madri e può rappresentare una sorta di terrorismo psicologico, tanto quanto le vecchie teorie in ambito di puericultura. In alcune madri rinforza alcune patologie o atteggiamenti disfunzionali connessi con la maternità come la depressione post-partum la psicosi puerperale sul piano individuale e sul piano della coppia e della famiglia può contribuire a generare crisi e conflitti che si riversano poi sui figli.
E’ ciò che sta avvenendo con le teorie naturalistiche ed alcuni movimenti a sostegno delle mamme, che hanno studiato o seguito brevi corsi in ambito di puericultura e che estremizzano le teorie che studiano al fine di evitare quanto più possibile il processo di separazione dai figli.
Queste teorie in realtà sono molto valide e molte di queste sono proprio psicoanalitiche ed etologiche (Winnicott, Bowlby..etc.).
La colpa pertanto non risiede nelle teorie stesse, ma in chi se ne fautore estremizzandole, senza avere un titolo di studio – o avere alle spalle un gruppo di colleghi che effettuino un’adeguata supervisione al fine di poter discernere di cosa si stia parlando, della serietà di certi argomenti, ma soprattutto delle conseguenze e i danni psicologici che determinati azzardi potrebbero determinare.
Quando si tratta di bambini, la leggerezza non è ammessa, bisogna leggere e informarsi, senza affidarsi ad occhi chiusi.
Questo vale per medici, psicologi, ostetriche, psicoanalisti, pediatri e quindi per i peer tutor, per tutti.

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Il sostegno e l’aiuto di una mamma e/o di un gruppo di pari è validissimo, è più facile ed accessibile di quello di un professionista, ma questa non è una giustificazione per essere superficiali e non assumersi le responsabilità del proprio ruolo di genitore, soprattutto se all’interno troviamo esperti di ogni genere che spuntano come funghi, in primis le madri che della maternità hanno fatto un mestiere.
Ciò è molto apprezzabile, e di base deve esserci la fiducia, ma chiunque si appassiona ad una materia ha il desiderio di approfondire e studiare e fa seguire ad un desiderio anche l’adeguata formazione. Quindi in primis controlliamo chi ci sta dicendo cosa e a che titolo.
In generale l’approccio relazionale, oggi definito “natural parenting”, propone alle madri una chiave di lettura molto semplice e valida nel rapporto con il figlio e cioè affidarsi al loro istinto di madri, non aderire a rigidi protocolli di sviluppo in base all’età, ma cercare di andare quanto più incontro ai bisogni del bambino che nasce già come competente (non è un vaso vuoto da riempire, o un robot da addestrare).

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Per questo si raccomanda di farlo nascere in un contesto relazionale e ambientale sano, naturale, scevro da conflitti, da forzature precoci – soprattutto in merito al parto – si consiglia di riaffidare alla donna il suo naturale potere di ESSERE, lasciando che sbocci insieme al figlio e che segua la sua naturale evoluzione perché per ognuno questo processo ha un esito e modalità differenti.
In tal senso si incoraggia la nascita secondo natura, nel rispetto della donna e del bambino, di portare in fascia, allattare a richiesta, praticare il co-sleeping e comunque di promuovere quanto più il contatto naturale, di pelle, di odori, un contatto di amore, di sguardi, di condivisione. Una madre che c’è, che risponde, che antepone il figlio ai suoi bisogni e che è attenta, responsiva ed interventiva, senza farsi troppi pensieri.
La moderna psicoanalisi è perfettamente in accordo con questa modalità di pensiero, (anche perché molte delle teorie a cui questo filone di mamme si rifà è proprio quello psicoanalitico), con l’esigenza di promuovere un attaccamento sicuro, di allattare, di donarsi, di esserci, senza preoccuparsi troppo di VIZIARE il bambino e in tal senso è in perfetto accordo anche con la moderna ostetricia, che è anch’essa vicina all’antica filosofia della levatrice e della sua importanza nel rapporto con la donna e nella “nascita” sia del bambino che della donna.
La levatrice è colei che ELEVA e LEVA, è colei che sa riconoscere una madre in difficoltà e sa assisterla. Sempre. Non solo durante il parto.
In alcuni dei gruppi che aderiscono ad una visione più naturale del parto o che se ne fanno mentori tuttavia, emerge una chiara opposizione verso la psicoanalisi e chi la professa, perché se la psicoanalisi appoggia certamente un sano rapporto di amore e fiducia tra madre e figlio è anche molto attenta ai confini, alle dinamiche di coppia, all’importanza della figura paterna, che in questa visione estrema della simbiosi madre-figlio è chiaramente messa in ombra – e all’esigenza dei figli di sviluppare una loro autonomia affettiva; per questi motivi la psicoanalisi si dissocia da qualsiasi forma di estremizzazione della dipendenza del neonato e della simbiosi madre-figlio.
Questa estremizzazione è stata involontariamente incoraggiata, dalle preziose indicazioni dell’OMS sull’allattamento e sul suo valore nutrizionale, emotivo ed affettivo, fondamentale per la crescita e la salute psichica ed immunitaria del bambino.
L’OMS dichiara che è bene proseguire l’allattamento oltre i sei mesi e per “almeno 2 anni” ed è dietro questo “almeno” che nasce la diatriba sui tempi di proseguimento dell’allattamento. Non essendo tracciata un’ età di riferimento netta in cui iniziare a pensare di smettere, si è data la possibilità ad alcune mamme di estremizzare il concetto di naturalità
Questa estremizzazione tuttavia non riguarda solo l’allattamento, ma il parenting in generale, ci si è spostati totale interventismo degli anni 60/70 al completo NON INTERVENTISMO.

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Si lascia cioè decidere tutto al bambino: quando staccarsi dal seno, quando e cosa mangiare, cosa fare, quando alzarsi etc…, perché si sostiene (giustamente) che il bambino sia competente già dai primi anni di vita e in tal senso perciò sappia quando è giusto per lui/lei staccarsi dal seno, uscire dal lettone etc..
Il bambino tuttavia è competente a livello RELAZIONALE, le competenze cognitive si sviluppano pian piano e poggiano proprio sul sostegno dell’adulto come “facilitatore”.
In questi gruppi non ho perso occasione per dichiarare apertamente il fatto che ho partorito in casa, ho praticato allattamento a richiesta e co-sleeping, ho portato in fascia e ancora oggi sono assolutamente una madre interventiva, ad alto contatto, presente ed affettuosa che antepone certamente e con piacere il suo ruolo di madre e di donna a tutto il resto, ma nei limiti, mi auguro, dell’umana sanità mentale e per questo mi appoggio sempre alla mia ostetrica.
In qualità di professionista, mi sono spesso scontrata con alcune mamme o peer tutor su gruppi e forum a sostegno delle mamme, rispetto ai limiti, soprattutto in ambito di allattamento.
Nel consigliare alcune povere mamme alle prese con la fine dell’allattamento, sono stata pubblicamente offesa e poi censurata. Queste mamme sostengono che NON ESISTONO TABELLE DI SVILUPPO CHE INDICHINO LE ETA’ IN CUI I BAMBINI EVOLVANO O PASSINO DA UNA FASE ALL’ALTRA DELLO SVILUPPO, che la psicoanalisi è obsoleta e le sue teorie assolutamente ridicole, perché bisogna affidarsi solo alla natura e che io dando un parere professionale stessi influenzando le madri a smettere di allattare. Parliamo di madri con bambini di 4/5 anni.
Rammento che gli psicologi hanno un’abilitazione professionale per fornire pareri, soprattutto se richiesti.

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La psicoanalisi non è una teoria obsoleta e gli psicologi non sono dei “nemici” dell’allattamento o della visione ad alto contatto.
Una qualsiasi teoria dello sviluppo, di qualsiasi stampo o approccio, traccia delle linee guida indicative rispetto allo sviluppo del bambino o le sue tappe di acquisizione.
Accettiamo che venga fatto con le acquisizioni motorie e cognitive ma non affettive e psicologiche, perché?
Gli studi alla base di queste teorie si rifanno alla fisiologia, alla neurobiologia, alla psichiatria, alla psicoanalisi e alle teorie etologiche dello sviluppo.
Un’altra accusa che è stata mossa alla psicoanalisi è che è una materia difficile che parla attraverso paroloni e che non è assolutamente applicabile nella pratica.
Ciò non è vero, perché la moderna psicoanalisi parla in termini molto pratici, si veda ad esempio il testo “LA FAMIGLIA E LO SVILUPPO DELL’INDIVIDUO” di Winnicott Collana Psico-Pedagogica G.Bollea, che parla come parlerebbe un padre, un pediatra di famiglia alle persone e non come un filosofo ermetico.
Vorrei precisare che Donald Winnicott, le cui teorie sono molto in auge, è stato una grande psicoanalista e si è occupato principalmente di sviluppo, puericultura e genitorialità e che la psicoanalisi non è morta con Sigmund Freud, ma SI E’ EVOLUTA e si muove in un contesto RELAZIONALE, con autori come Nancy Mc Williams, Broomberg, Mitchell, Siegel, Stern ed sostenuta in Italia da autorevoli psicoterapeuti come Lingiardi, Ammaniti ed altri.
La psicoanalisi relazionale è una corrente psicoanalitica nata negli Stati Uniti che enfatizza il ruolo delle relazioni dell’individuo con gli altri.
Occorre perciò uscire dagli stereotipi sulla psicoanalisi, dimenticando Freud e il suo divanetto, anche se a lui dobbiamo molto di quello che oggi sappiamo in ambito psicodinamico e per questo forse un po’ di rispetto non guasterebbe.
Il fattore “scomodo”, la verità che infastidisce e che porta questi gruppi di mamme a svalutare e additare la psicoanalisi come obsoleta è il fatto che la psicoanalisi moderna, così come anche la pedagogia moderna (Erik Erickson, Bruner) tracciano delle linee di sviluppo del bambino, indicative, ampie, soggettive, ma certamente ESISTENTI.
Ci rifacciamo a dei modelli indicativi, per l’acquisizione delle competenze cognitive, motorie etc, ma poi rifiutiamo quelle relative alla psicologia, perché?
Se è vero che occorre rifarsi alla naturalità, lasciare che sia l’istinto a fare tutto come anche lasciar libero il bambino di muoversi verso l’autonomia quando si sente pronto, cosa dire delle mamme leonesse, che allattano i loro cuccioli , ma poi li scacciano per favorirne il distacco e la crescita? Sono madri egoiste e nevrotiche?

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Noi non siamo animali e il nostro processo evolutivo richiede chiaramente molto più tempo ed è molto più complesso, ma gli animali ci insegnano, anzi le leonesse ci insegnano come sia possibile essere una madre presente, affettuosa, ma anche severa.
Più che altro le leonesse non hanno strutture corticali così complesse come le nostre e per questo possono vivere naturalmente senza rischiare di alterare il senso della natura.
Il bambino nasce e cresce muovendosi verso la sua autonomia e il compito primario di un genitore (madre o padre che sia) è quello di dargli nutrimento amore calore, ma anche intercettare i suoi bisogni e fornirgli strumenti adeguati alla sua soggettività, carattere e livello di sviluppo, permettendogli di esprimersi liberamente.
Il cervello umano, soprattutto per quel che riguarda l’aspetto emotivo, si sviluppa principalmente nei primi anni di vita (0/3) ed è quindi corretto essere madri presenti, se possibile non separarsi da lui/lei troppo precocemente, fornendogli opportunità di relazioni di qualità, contatto e calore, senza dimenticare però che le neuroscienze definiscono “critiche” quelle fasi di crescita in cui il bambino è pronto ad acquisire nuove capacità e fare nuovi apprendimenti.
E’ nostro dovere pertanto, intercettare i segnali che il bambino ci manda, fornirgli degli stimoli di crescita adeguati, non forzarli a permanere in una fase di sviluppo (quella dell’attaccamento primario, della fusione madre-figlio) oppure non incoraggiarli a progredire, aiutandoli a svincolarsi da una fase dalla quale fano difficoltà ad uscire.
Noi ci prestiamo alla totale dipendenza con loro affinché crescano, si nutrano di noi, per poi vivere liberamente, in tal senso si “appoggiano” a noi, Bruner parla di SCAFFOLDING.
Noi siamo i genitori e quindi dobbiamo, volenti o nolenti assumerci delle responsabilità, una tra queste decidere e stabilire qualche regola, affidarci alla ciclicità degli eventi e della vita senza restare “attaccati” ad una fase, impedendo al bambino di evolvere.
Molte di queste mamme, sostengono che i loro figli sono più autonomi proprio perché allattano ad oltranza e sono assolutamente interventive, ma mi chiedo, come può definirsi sicuro, un bambino che a 4/5 anni ancora dipende dal seno materno per calmarsi, consolarsi e autoregolarsi? Come può ciò non interferire con le crisi evolutive che deve affrontare in quell’età e cioè la scolarizzazione, l’acquisizione dell’autonomia, il confronto con i pari etc..? Come può imparare ad empatizzare e a relazionarsi con gli altri un bambino che non può apprendere modalità differenti per manifestare il suo affetto?
Si parla di casi estremi, è chiaro. Ma è proprio quelli che da psicoanalista mi spaventano e che sollevano la mia etica professionale rispetto ai diritti del bambino.
Come può essere sicuro un bambino a cui affidiamo la totale responsabilità di decidere quando sia più giusto per lui staccarsi dal seno?
Se ciò accade naturalmente nei tempi o anche oltre i tempi ben venga, ma se non accade? E se accade quando ha 6/7 anni?
Quando costruiamo le nostre case, costruiamo dei confini, perché il confine non è solo un limite, una forzatura, ma anche un rassicurante abbraccio.
Se i confini sono naturali, siamo fortunatissimi, ma se non ci sono, che male c’è a costruirli?
Il nostro cervello per svilupparsi ha bisogno di ritmi prevedibili e regolari, tutto ciò che è caotico, imprevedibile e non delimitato determina caos mentale nel bambino, confusione, frustrazione e rabbia.

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Noi psicoanalisti siamo abbastanza soliti assistere alle crisi di rabbia di bambini in conflitto con il distacco da una madre che è oppressa dai sensi di colpa e che non vorrebbe mai deludere il figlio o mostrarsi ai suoi occhi “la cattiva”.
I bambini necessitano di regole per vivere sani, di prevedibilità, di aiuto per gestire la frustrazione.
Il cervello si sviluppa in modo sequenziale ed ha un ordine gerarchico, le prime funzioni che si sviluppano sono quelle di regolazione che sono collocate nelle aree inferiori del cervello (cervello arcaico – tronco encefalico e diencefalo).
E’ sacrosanto favorire una lenta eso-gestazione ed accorrere ogni volta che un bambino piange per un bisogno fisiologico, emotivo etc, ma è pur vero che il cervello per svilupparsi necessita una stabilità e una prevedibilità delle routines.
Per come dire amore e regole. Uno senza l’altro non funzionano e una carenza (molto grave s’intende) in tal senso compromette il corretto sviluppo dei sistemi di regolazione, che si traduce in eccesso di arousal, iperattività, impulsività, incapacità di controllarsi, disturbi del sonno, etc..
Come possiamo insegnargli a gestire la frustrazione se nemmeno noi siamo in grado di gestire le nostre e cioè di lavorare sui nostri sensi di colpa come madri?
Come facciamo ad insegnargli a gestire la RABBIA se noi non vogliamo provarla e non ci permettiamo di provarla? Inoltre, dove va a finire quella rabbia repressa? E se attivasse delle inconsce dinamiche di pretesa e di aspettativa verso i figli, rispetto a tutto l’amore dato e non consentito a se stesse?
Sono scettica nel credere a quelle donne che asseriscono di non avere esigenze individuali oltre all’assistere in figli, perché sono quasi sempre le madri che poi hanno aspettative sui figli e le aspettative, a volte pesano tanto quanto le carenze.
Un bambino senza regole non si sente sicuro e amato.
Ecco che la psicoanalisi invita le donne e le madri ad appoggiarsi ai partner, ai padri e alla rete di sostegno.
Il padre è colui che fa rinascere il figlio, perché è colui che “taglia il cordone” con la madre e questo non è un gesto feroce e insensibile, ma uno dei più grandi atti di amore che l’uomo possa fare alla donna.

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Lei lo partorisce e lui gli dona la libertà. Il padre è colui che insegna, che porta FUORI, che aiuta la madre quando è stanca, quando la simbiosi diviene pesante o aiuta la donna a riconoscere che questa simbiosi esiste.
Troppe volte nel mio studio ho incontrato coppie i cui uomini erano stanchi della simbiosi che la donna aveva instaurato con il figlio/a, che impediva una sana vita di coppia. Le donne simbiotiche vi diranno che loro non sentono altra necessità che stare coi loro figli e che non sarebbero in grado di divertirsi fuori casa sole con i mariti. Chiediamoci perché?
I figli hanno bisogno di vivere in un contesto relazionale ed affettivo sano, ivi inclusa la coppia genitoriale, per questo ogni coppia dovrebbe avere a cuore la sanità del proprio amore, perché è sulla coppia che poggia il bambino, non solo sulla madre e spesso una madre sola, può cadere nella tentazione di ripiegare affettivamente sui propri figli.
Le donne simbiotiche sopprimono totalmente la loro individualità per i figli e tal riguardo Winnicott sosteneva che questo atteggiamento può essere dannoso, perché un figlio ha bisogno di rifarsi ad un modello di persona oltre che di madre o padre e quindi mostrargli che siamo persone che si occupano di se stesse, che hanno hobby, passioni, mestieri, non è trascurarli, ma dar loro un buon esempio di buona autostima.
La madre ottimale è SUFFICIENTEMENTE buona.
Cosa significa sufficientemente buona?
Che deve essere presente, rispondere al pianto del bambino, ma che necessariamente prima o poi, dato che è UMANA, FALLIRA’ e che questo piccolo fallimento è sano perché promuove lo sviluppo psicologico del bambino, inferendogli una ferita narcisistica, gli insegna che la vita è anche frustrazione, che le gengive fanno male, ma poi esce un dente e questo gli permetterà di AFFERRARE la vita, di MORDERLA e di viverla, non solo guardarla attraverso gli occhi di un altro.
La ferita narcisistica e la separazione se sono sane e se sono seguite da un desiderio di riparazione attivo, promuovono un attaccamento sicuro, mentre incoraggiare attaccamenti dipendenti genera adulti dipendenti, insicuri e con scarsa autonomia, così come li genera l’abbandono, la precoce separazione, l’eccessiva durezza.
Un bambino che non può esprimere la sua personalità o manifestare autonomia è un bambino che sviluppa un Falso Se, per compiacere la madre o il padre, perché è amato solo se DIPENDE.

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Ci si preoccupa sempre della mancanza di amore, dimenticando che l’eccesso di amore è altrettanto dannoso e come l’abbandono, l’ipercuria è annoverata tra gli abusi psicologici all’infanzia (vedi psicopatologia dello sviluppo, Ammaniti).
Con questo vorrei solo spiegare alle mamme che la virtù è sempre nel mezzo.
L’equilibrio tra lo yin femminile e lo yang maschile è la chiave dell’equilibrio e della misura in tutto.
Una madre buona è una madre serena e sana, che si pone dei quesiti, che si interessa, che si offre in tutto e per tutto, ma che sa porsi dei limiti e sa porli ai figli, che non si sente onnipotente, che si fa aiutare dal marito, dall’amica, dalla tata se serve, che si affida a professionisti certificati se sta in difficoltà e che mette in discussione anche loro se serve, ma che ragiona con la sua testa, con la logica del buon senso, che ama il suo lavoro, ma sa anche ritagliarsi spazi per suo figlio/a, che non ha paura di concedersi, perché è anche capace di porsi del limiti. Soprattutto è una donna che vive una relazione di coppia se esiste e sa dargli il giusto valore, senza entrare in logiche di competizione e stereotipi rispetto alla superiorità del ruolo materno rispetto a quello paterno.
In tal senso la psicoanalisi sconsiglia allattamenti che procedano oltre i (18/24 mesi di vita), non ha paura di dirlo, perché la psicoanalisi da sempre si assume responsabilità molto fastidiose.
Il fatto di porsi dei limiti è dato dall’evidenza di molte teorie sullo sviluppo psicologico ed affettivo del bambino, che non fanno capo solo a Freud, ma a studi molto più recenti e moderni.
Ricordo infine che la moderna psicoanalisi a cui si rifà alle neuroscienze e studia il cervello del bambino dalla nascita nel suo evolversi, soprattutto ne studia le funzioni e le sue alterazioni in caso di trauma e abbandono. (La mente RELAZIONALE, Neurobiologia dell’esperienza interpersonale – Siegel).
ERIK ERIKSON
http://www.mediazionefamiliaremilano.it/psicologia/sviluppo_psicosociale.shtml
DONALD WINNICOTT
https://it.wikipedia.org/wiki/Donald_Winnicott
BROMBERG
http://www.marianoenderle.it/lapproccio-interpersonalerelazionale-di-p-bromberg-trauma-dissociazione-e-uso-dellenactment/2013/08/20/
http://www.neuroscienze.net/?p=3770