Tag: crisi di coppia

Workshop: Dipendenza Affettiva, Riconoscere e Superare il Trauma da Abuso Narcisistico

Sei stato abusato da un NARCISISTA?

(NAS: Narcisistic Abuse Syndrome/TdN Trauma da Narcisismo)”.

di Dott.ssa Silvia Michelini

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Molte delle persone con cui ho lavorato in questi anni, si sono rivolte a me per problemi e/ o sintomi riconducibili a una sofferenza nella sfera delle relazioni e in particolare al comportamento svalutante, anaffettivo, critico, impulsivo, ambivalente e/o manipolatorio del partner, dei genitori/familiari o di amici stretti/datori di lavoro.

Per questo, ho deciso di specializzarmi in questo ambito: la co-dipendenza affettiva nelle relazioni in cui vi è una collusione narcisistica.

I principali sintomi della patologia narcisista sono l’egocentrismo, la scarsa empatia, un’idea grandiosa del Sé (manifesta/overt o latente/covert) e la paura di entrare in intimità con l’altro (percepito come una possibile minaccia all’integrità del proprio Sé immaginario) ideazione paranoide e anaffettività/anoressia affettiva).

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Allattare a richiesta, si FINO A QUANDO? Alto Contatto e Natural Parenting: cosa ne pensa la Psicologia dello Sviluppo?

QUALE CONTRIBUTO PUO’ DARE LA PSICOLOGIA ALL’OSTETRICIA, LA PUERICULTURA E LA GENITORIALITA’?

Rivalutiamo la psicologia e la moderna psicoanalisi nell’ambito della genitorialità

premessa

LA PSICOANALISI NON E’ UNA MATERIA VECCHIA E SUPERATA IN AMBITO DI GRAVIDANZA, ALLATTAMENTO E GENITORIALITA’ ED E’ PROPRIO SUGLI STUDI DELLA PSICOLOGIA EVOLUTIVA E LA PSICOANALISI CHE SI BASA LA PEDAGOGIA.
LA PSICOANALISI IN PARTICOLARE NON SI E’ FERMATA A FREUD E GLI STUDI IN AMBITO DI PSICOLOGIA EVOLUTIVA SONO ATTUALISSIMI: INFANT RESEARCH (DANIEL STERN), TEORIE DELL’ATTACCAMENTO (BOWLBY), TEORIA DEL TRAUMA RELAZIONALE (BROMBERG), PSICOANALISI RELAZIONALE (MITCHELL), TEORIE PSICOANALITICHE DI WINNICOTT.

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La psicoanalisi non è una materia obsoleta in ambito di puericultura , allattamento e genitorialità, non propone modelli o teorie rigide che colpevolizzano le madri, non le costringe ad adeguarsi a severe regole sulle tappe di sviluppo, non le rende ansiose e non promuove un modello a basso contatto, anzi incoraggia gli approcci ad alto contatto e si oppone alle precoci separazioni, ma ponendosi sempre dei ragionevoli limiti.
Tali limiti sono considerati assolutamente marginali secondo alcuni movimenti di pensiero e associazioni che promuovono approcci naturalistici ed ad alto contatto in ambito di gravidanza, ma soprattutto di allattamento e genitorialità.
Il problema non è la divergenza di pensiero, la psicologia evolutiva moderna infatti incoraggia assolutamente l’alto contatto, ma l’estremizzazione di queste teorie.
Il voler aderire ad un modello estremo ad alto contatto, senza valutare la situazione e la triade madre-figlio – padre nella sua reale soggettività, a mio parere (come madre e psicologa) genera ansia e insicurezza nelle madri e può rappresentare una sorta di terrorismo psicologico, tanto quanto le vecchie teorie in ambito di puericultura. In alcune madri rinforza alcune patologie o atteggiamenti disfunzionali connessi con la maternità come la depressione post-partum la psicosi puerperale sul piano individuale e sul piano della coppia e della famiglia può contribuire a generare crisi e conflitti che si riversano poi sui figli.
E’ ciò che sta avvenendo con le teorie naturalistiche ed alcuni movimenti a sostegno delle mamme, che hanno studiato o seguito brevi corsi in ambito di puericultura e che estremizzano le teorie che studiano al fine di evitare quanto più possibile il processo di separazione dai figli.
Queste teorie in realtà sono molto valide e molte di queste sono proprio psicoanalitiche ed etologiche (Winnicott, Bowlby..etc.).
La colpa pertanto non risiede nelle teorie stesse, ma in chi se ne fautore estremizzandole, senza avere un titolo di studio – o avere alle spalle un gruppo di colleghi che effettuino un’adeguata supervisione al fine di poter discernere di cosa si stia parlando, della serietà di certi argomenti, ma soprattutto delle conseguenze e i danni psicologici che determinati azzardi potrebbero determinare.
Quando si tratta di bambini, la leggerezza non è ammessa, bisogna leggere e informarsi, senza affidarsi ad occhi chiusi.
Questo vale per medici, psicologi, ostetriche, psicoanalisti, pediatri e quindi per i peer tutor, per tutti.

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Il sostegno e l’aiuto di una mamma e/o di un gruppo di pari è validissimo, è più facile ed accessibile di quello di un professionista, ma questa non è una giustificazione per essere superficiali e non assumersi le responsabilità del proprio ruolo di genitore, soprattutto se all’interno troviamo esperti di ogni genere che spuntano come funghi, in primis le madri che della maternità hanno fatto un mestiere.
Ciò è molto apprezzabile, e di base deve esserci la fiducia, ma chiunque si appassiona ad una materia ha il desiderio di approfondire e studiare e fa seguire ad un desiderio anche l’adeguata formazione. Quindi in primis controlliamo chi ci sta dicendo cosa e a che titolo.
In generale l’approccio relazionale, oggi definito “natural parenting”, propone alle madri una chiave di lettura molto semplice e valida nel rapporto con il figlio e cioè affidarsi al loro istinto di madri, non aderire a rigidi protocolli di sviluppo in base all’età, ma cercare di andare quanto più incontro ai bisogni del bambino che nasce già come competente (non è un vaso vuoto da riempire, o un robot da addestrare).

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Per questo si raccomanda di farlo nascere in un contesto relazionale e ambientale sano, naturale, scevro da conflitti, da forzature precoci – soprattutto in merito al parto – si consiglia di riaffidare alla donna il suo naturale potere di ESSERE, lasciando che sbocci insieme al figlio e che segua la sua naturale evoluzione perché per ognuno questo processo ha un esito e modalità differenti.
In tal senso si incoraggia la nascita secondo natura, nel rispetto della donna e del bambino, di portare in fascia, allattare a richiesta, praticare il co-sleeping e comunque di promuovere quanto più il contatto naturale, di pelle, di odori, un contatto di amore, di sguardi, di condivisione. Una madre che c’è, che risponde, che antepone il figlio ai suoi bisogni e che è attenta, responsiva ed interventiva, senza farsi troppi pensieri.
La moderna psicoanalisi è perfettamente in accordo con questa modalità di pensiero, (anche perché molte delle teorie a cui questo filone di mamme si rifà è proprio quello psicoanalitico), con l’esigenza di promuovere un attaccamento sicuro, di allattare, di donarsi, di esserci, senza preoccuparsi troppo di VIZIARE il bambino e in tal senso è in perfetto accordo anche con la moderna ostetricia, che è anch’essa vicina all’antica filosofia della levatrice e della sua importanza nel rapporto con la donna e nella “nascita” sia del bambino che della donna.
La levatrice è colei che ELEVA e LEVA, è colei che sa riconoscere una madre in difficoltà e sa assisterla. Sempre. Non solo durante il parto.
In alcuni dei gruppi che aderiscono ad una visione più naturale del parto o che se ne fanno mentori tuttavia, emerge una chiara opposizione verso la psicoanalisi e chi la professa, perché se la psicoanalisi appoggia certamente un sano rapporto di amore e fiducia tra madre e figlio è anche molto attenta ai confini, alle dinamiche di coppia, all’importanza della figura paterna, che in questa visione estrema della simbiosi madre-figlio è chiaramente messa in ombra – e all’esigenza dei figli di sviluppare una loro autonomia affettiva; per questi motivi la psicoanalisi si dissocia da qualsiasi forma di estremizzazione della dipendenza del neonato e della simbiosi madre-figlio.
Questa estremizzazione è stata involontariamente incoraggiata, dalle preziose indicazioni dell’OMS sull’allattamento e sul suo valore nutrizionale, emotivo ed affettivo, fondamentale per la crescita e la salute psichica ed immunitaria del bambino.
L’OMS dichiara che è bene proseguire l’allattamento oltre i sei mesi e per “almeno 2 anni” ed è dietro questo “almeno” che nasce la diatriba sui tempi di proseguimento dell’allattamento. Non essendo tracciata un’ età di riferimento netta in cui iniziare a pensare di smettere, si è data la possibilità ad alcune mamme di estremizzare il concetto di naturalità
Questa estremizzazione tuttavia non riguarda solo l’allattamento, ma il parenting in generale, ci si è spostati totale interventismo degli anni 60/70 al completo NON INTERVENTISMO.

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Si lascia cioè decidere tutto al bambino: quando staccarsi dal seno, quando e cosa mangiare, cosa fare, quando alzarsi etc…, perché si sostiene (giustamente) che il bambino sia competente già dai primi anni di vita e in tal senso perciò sappia quando è giusto per lui/lei staccarsi dal seno, uscire dal lettone etc..
Il bambino tuttavia è competente a livello RELAZIONALE, le competenze cognitive si sviluppano pian piano e poggiano proprio sul sostegno dell’adulto come “facilitatore”.
In questi gruppi non ho perso occasione per dichiarare apertamente il fatto che ho partorito in casa, ho praticato allattamento a richiesta e co-sleeping, ho portato in fascia e ancora oggi sono assolutamente una madre interventiva, ad alto contatto, presente ed affettuosa che antepone certamente e con piacere il suo ruolo di madre e di donna a tutto il resto, ma nei limiti, mi auguro, dell’umana sanità mentale e per questo mi appoggio sempre alla mia ostetrica.
In qualità di professionista, mi sono spesso scontrata con alcune mamme o peer tutor su gruppi e forum a sostegno delle mamme, rispetto ai limiti, soprattutto in ambito di allattamento.
Nel consigliare alcune povere mamme alle prese con la fine dell’allattamento, sono stata pubblicamente offesa e poi censurata. Queste mamme sostengono che NON ESISTONO TABELLE DI SVILUPPO CHE INDICHINO LE ETA’ IN CUI I BAMBINI EVOLVANO O PASSINO DA UNA FASE ALL’ALTRA DELLO SVILUPPO, che la psicoanalisi è obsoleta e le sue teorie assolutamente ridicole, perché bisogna affidarsi solo alla natura e che io dando un parere professionale stessi influenzando le madri a smettere di allattare. Parliamo di madri con bambini di 4/5 anni.
Rammento che gli psicologi hanno un’abilitazione professionale per fornire pareri, soprattutto se richiesti.

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La psicoanalisi non è una teoria obsoleta e gli psicologi non sono dei “nemici” dell’allattamento o della visione ad alto contatto.
Una qualsiasi teoria dello sviluppo, di qualsiasi stampo o approccio, traccia delle linee guida indicative rispetto allo sviluppo del bambino o le sue tappe di acquisizione.
Accettiamo che venga fatto con le acquisizioni motorie e cognitive ma non affettive e psicologiche, perché?
Gli studi alla base di queste teorie si rifanno alla fisiologia, alla neurobiologia, alla psichiatria, alla psicoanalisi e alle teorie etologiche dello sviluppo.
Un’altra accusa che è stata mossa alla psicoanalisi è che è una materia difficile che parla attraverso paroloni e che non è assolutamente applicabile nella pratica.
Ciò non è vero, perché la moderna psicoanalisi parla in termini molto pratici, si veda ad esempio il testo “LA FAMIGLIA E LO SVILUPPO DELL’INDIVIDUO” di Winnicott Collana Psico-Pedagogica G.Bollea, che parla come parlerebbe un padre, un pediatra di famiglia alle persone e non come un filosofo ermetico.
Vorrei precisare che Donald Winnicott, le cui teorie sono molto in auge, è stato una grande psicoanalista e si è occupato principalmente di sviluppo, puericultura e genitorialità e che la psicoanalisi non è morta con Sigmund Freud, ma SI E’ EVOLUTA e si muove in un contesto RELAZIONALE, con autori come Nancy Mc Williams, Broomberg, Mitchell, Siegel, Stern ed sostenuta in Italia da autorevoli psicoterapeuti come Lingiardi, Ammaniti ed altri.
La psicoanalisi relazionale è una corrente psicoanalitica nata negli Stati Uniti che enfatizza il ruolo delle relazioni dell’individuo con gli altri.
Occorre perciò uscire dagli stereotipi sulla psicoanalisi, dimenticando Freud e il suo divanetto, anche se a lui dobbiamo molto di quello che oggi sappiamo in ambito psicodinamico e per questo forse un po’ di rispetto non guasterebbe.
Il fattore “scomodo”, la verità che infastidisce e che porta questi gruppi di mamme a svalutare e additare la psicoanalisi come obsoleta è il fatto che la psicoanalisi moderna, così come anche la pedagogia moderna (Erik Erickson, Bruner) tracciano delle linee di sviluppo del bambino, indicative, ampie, soggettive, ma certamente ESISTENTI.
Ci rifacciamo a dei modelli indicativi, per l’acquisizione delle competenze cognitive, motorie etc, ma poi rifiutiamo quelle relative alla psicologia, perché?
Se è vero che occorre rifarsi alla naturalità, lasciare che sia l’istinto a fare tutto come anche lasciar libero il bambino di muoversi verso l’autonomia quando si sente pronto, cosa dire delle mamme leonesse, che allattano i loro cuccioli , ma poi li scacciano per favorirne il distacco e la crescita? Sono madri egoiste e nevrotiche?

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Noi non siamo animali e il nostro processo evolutivo richiede chiaramente molto più tempo ed è molto più complesso, ma gli animali ci insegnano, anzi le leonesse ci insegnano come sia possibile essere una madre presente, affettuosa, ma anche severa.
Più che altro le leonesse non hanno strutture corticali così complesse come le nostre e per questo possono vivere naturalmente senza rischiare di alterare il senso della natura.
Il bambino nasce e cresce muovendosi verso la sua autonomia e il compito primario di un genitore (madre o padre che sia) è quello di dargli nutrimento amore calore, ma anche intercettare i suoi bisogni e fornirgli strumenti adeguati alla sua soggettività, carattere e livello di sviluppo, permettendogli di esprimersi liberamente.
Il cervello umano, soprattutto per quel che riguarda l’aspetto emotivo, si sviluppa principalmente nei primi anni di vita (0/3) ed è quindi corretto essere madri presenti, se possibile non separarsi da lui/lei troppo precocemente, fornendogli opportunità di relazioni di qualità, contatto e calore, senza dimenticare però che le neuroscienze definiscono “critiche” quelle fasi di crescita in cui il bambino è pronto ad acquisire nuove capacità e fare nuovi apprendimenti.
E’ nostro dovere pertanto, intercettare i segnali che il bambino ci manda, fornirgli degli stimoli di crescita adeguati, non forzarli a permanere in una fase di sviluppo (quella dell’attaccamento primario, della fusione madre-figlio) oppure non incoraggiarli a progredire, aiutandoli a svincolarsi da una fase dalla quale fano difficoltà ad uscire.
Noi ci prestiamo alla totale dipendenza con loro affinché crescano, si nutrano di noi, per poi vivere liberamente, in tal senso si “appoggiano” a noi, Bruner parla di SCAFFOLDING.
Noi siamo i genitori e quindi dobbiamo, volenti o nolenti assumerci delle responsabilità, una tra queste decidere e stabilire qualche regola, affidarci alla ciclicità degli eventi e della vita senza restare “attaccati” ad una fase, impedendo al bambino di evolvere.
Molte di queste mamme, sostengono che i loro figli sono più autonomi proprio perché allattano ad oltranza e sono assolutamente interventive, ma mi chiedo, come può definirsi sicuro, un bambino che a 4/5 anni ancora dipende dal seno materno per calmarsi, consolarsi e autoregolarsi? Come può ciò non interferire con le crisi evolutive che deve affrontare in quell’età e cioè la scolarizzazione, l’acquisizione dell’autonomia, il confronto con i pari etc..? Come può imparare ad empatizzare e a relazionarsi con gli altri un bambino che non può apprendere modalità differenti per manifestare il suo affetto?
Si parla di casi estremi, è chiaro. Ma è proprio quelli che da psicoanalista mi spaventano e che sollevano la mia etica professionale rispetto ai diritti del bambino.
Come può essere sicuro un bambino a cui affidiamo la totale responsabilità di decidere quando sia più giusto per lui staccarsi dal seno?
Se ciò accade naturalmente nei tempi o anche oltre i tempi ben venga, ma se non accade? E se accade quando ha 6/7 anni?
Quando costruiamo le nostre case, costruiamo dei confini, perché il confine non è solo un limite, una forzatura, ma anche un rassicurante abbraccio.
Se i confini sono naturali, siamo fortunatissimi, ma se non ci sono, che male c’è a costruirli?
Il nostro cervello per svilupparsi ha bisogno di ritmi prevedibili e regolari, tutto ciò che è caotico, imprevedibile e non delimitato determina caos mentale nel bambino, confusione, frustrazione e rabbia.

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Noi psicoanalisti siamo abbastanza soliti assistere alle crisi di rabbia di bambini in conflitto con il distacco da una madre che è oppressa dai sensi di colpa e che non vorrebbe mai deludere il figlio o mostrarsi ai suoi occhi “la cattiva”.
I bambini necessitano di regole per vivere sani, di prevedibilità, di aiuto per gestire la frustrazione.
Il cervello si sviluppa in modo sequenziale ed ha un ordine gerarchico, le prime funzioni che si sviluppano sono quelle di regolazione che sono collocate nelle aree inferiori del cervello (cervello arcaico – tronco encefalico e diencefalo).
E’ sacrosanto favorire una lenta eso-gestazione ed accorrere ogni volta che un bambino piange per un bisogno fisiologico, emotivo etc, ma è pur vero che il cervello per svilupparsi necessita una stabilità e una prevedibilità delle routines.
Per come dire amore e regole. Uno senza l’altro non funzionano e una carenza (molto grave s’intende) in tal senso compromette il corretto sviluppo dei sistemi di regolazione, che si traduce in eccesso di arousal, iperattività, impulsività, incapacità di controllarsi, disturbi del sonno, etc..
Come possiamo insegnargli a gestire la frustrazione se nemmeno noi siamo in grado di gestire le nostre e cioè di lavorare sui nostri sensi di colpa come madri?
Come facciamo ad insegnargli a gestire la RABBIA se noi non vogliamo provarla e non ci permettiamo di provarla? Inoltre, dove va a finire quella rabbia repressa? E se attivasse delle inconsce dinamiche di pretesa e di aspettativa verso i figli, rispetto a tutto l’amore dato e non consentito a se stesse?
Sono scettica nel credere a quelle donne che asseriscono di non avere esigenze individuali oltre all’assistere in figli, perché sono quasi sempre le madri che poi hanno aspettative sui figli e le aspettative, a volte pesano tanto quanto le carenze.
Un bambino senza regole non si sente sicuro e amato.
Ecco che la psicoanalisi invita le donne e le madri ad appoggiarsi ai partner, ai padri e alla rete di sostegno.
Il padre è colui che fa rinascere il figlio, perché è colui che “taglia il cordone” con la madre e questo non è un gesto feroce e insensibile, ma uno dei più grandi atti di amore che l’uomo possa fare alla donna.

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Lei lo partorisce e lui gli dona la libertà. Il padre è colui che insegna, che porta FUORI, che aiuta la madre quando è stanca, quando la simbiosi diviene pesante o aiuta la donna a riconoscere che questa simbiosi esiste.
Troppe volte nel mio studio ho incontrato coppie i cui uomini erano stanchi della simbiosi che la donna aveva instaurato con il figlio/a, che impediva una sana vita di coppia. Le donne simbiotiche vi diranno che loro non sentono altra necessità che stare coi loro figli e che non sarebbero in grado di divertirsi fuori casa sole con i mariti. Chiediamoci perché?
I figli hanno bisogno di vivere in un contesto relazionale ed affettivo sano, ivi inclusa la coppia genitoriale, per questo ogni coppia dovrebbe avere a cuore la sanità del proprio amore, perché è sulla coppia che poggia il bambino, non solo sulla madre e spesso una madre sola, può cadere nella tentazione di ripiegare affettivamente sui propri figli.
Le donne simbiotiche sopprimono totalmente la loro individualità per i figli e tal riguardo Winnicott sosteneva che questo atteggiamento può essere dannoso, perché un figlio ha bisogno di rifarsi ad un modello di persona oltre che di madre o padre e quindi mostrargli che siamo persone che si occupano di se stesse, che hanno hobby, passioni, mestieri, non è trascurarli, ma dar loro un buon esempio di buona autostima.
La madre ottimale è SUFFICIENTEMENTE buona.
Cosa significa sufficientemente buona?
Che deve essere presente, rispondere al pianto del bambino, ma che necessariamente prima o poi, dato che è UMANA, FALLIRA’ e che questo piccolo fallimento è sano perché promuove lo sviluppo psicologico del bambino, inferendogli una ferita narcisistica, gli insegna che la vita è anche frustrazione, che le gengive fanno male, ma poi esce un dente e questo gli permetterà di AFFERRARE la vita, di MORDERLA e di viverla, non solo guardarla attraverso gli occhi di un altro.
La ferita narcisistica e la separazione se sono sane e se sono seguite da un desiderio di riparazione attivo, promuovono un attaccamento sicuro, mentre incoraggiare attaccamenti dipendenti genera adulti dipendenti, insicuri e con scarsa autonomia, così come li genera l’abbandono, la precoce separazione, l’eccessiva durezza.
Un bambino che non può esprimere la sua personalità o manifestare autonomia è un bambino che sviluppa un Falso Se, per compiacere la madre o il padre, perché è amato solo se DIPENDE.

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Ci si preoccupa sempre della mancanza di amore, dimenticando che l’eccesso di amore è altrettanto dannoso e come l’abbandono, l’ipercuria è annoverata tra gli abusi psicologici all’infanzia (vedi psicopatologia dello sviluppo, Ammaniti).
Con questo vorrei solo spiegare alle mamme che la virtù è sempre nel mezzo.
L’equilibrio tra lo yin femminile e lo yang maschile è la chiave dell’equilibrio e della misura in tutto.
Una madre buona è una madre serena e sana, che si pone dei quesiti, che si interessa, che si offre in tutto e per tutto, ma che sa porsi dei limiti e sa porli ai figli, che non si sente onnipotente, che si fa aiutare dal marito, dall’amica, dalla tata se serve, che si affida a professionisti certificati se sta in difficoltà e che mette in discussione anche loro se serve, ma che ragiona con la sua testa, con la logica del buon senso, che ama il suo lavoro, ma sa anche ritagliarsi spazi per suo figlio/a, che non ha paura di concedersi, perché è anche capace di porsi del limiti. Soprattutto è una donna che vive una relazione di coppia se esiste e sa dargli il giusto valore, senza entrare in logiche di competizione e stereotipi rispetto alla superiorità del ruolo materno rispetto a quello paterno.
In tal senso la psicoanalisi sconsiglia allattamenti che procedano oltre i (18/24 mesi di vita), non ha paura di dirlo, perché la psicoanalisi da sempre si assume responsabilità molto fastidiose.
Il fatto di porsi dei limiti è dato dall’evidenza di molte teorie sullo sviluppo psicologico ed affettivo del bambino, che non fanno capo solo a Freud, ma a studi molto più recenti e moderni.
Ricordo infine che la moderna psicoanalisi a cui si rifà alle neuroscienze e studia il cervello del bambino dalla nascita nel suo evolversi, soprattutto ne studia le funzioni e le sue alterazioni in caso di trauma e abbandono. (La mente RELAZIONALE, Neurobiologia dell’esperienza interpersonale – Siegel).
ERIK ERIKSON
http://www.mediazionefamiliaremilano.it/psicologia/sviluppo_psicosociale.shtml
DONALD WINNICOTT
https://it.wikipedia.org/wiki/Donald_Winnicott
BROMBERG
http://www.marianoenderle.it/lapproccio-interpersonalerelazionale-di-p-bromberg-trauma-dissociazione-e-uso-dellenactment/2013/08/20/
http://www.neuroscienze.net/?p=3770

Perchè non ti dimostra mai che ti ama? Evitare le emozioni: Come riconoscere se il tuo partner è un “Evitante”

Molti dei miei pazienti, si lamentano della “freddezza” del proprio partner, del suo modo “distaccato” di vivere il rapporto; a tutti noi è capitato di sperimentarsi in una relazione con una persona che vive le emozioni in modo conflittuale o meglio – non le vive, perchè le percepisce come minacciose.

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Perchè molte persone sentono che lasciandosi andare in un rapporto, rischiano di “perdersi”? che dimostrando all’altro/a che lo/la amano perdono “potere”?

Perchè alcune di queste persone ricercano un rapporto di coppia stabile, ma poi non sono in grado di godere del rapporto e di dimostrare all’altro i propri sentimenti?

Le ricerche e gli studi sull’attaccamento, dimostrano che può dipendere dalla qualità delle prime relazioni di cui abbiamo fatto esperienza.

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Ognuno di noi, impara ad amare, basandosi sulle prime relazioni avute in infanzia, in particolare con le prime figure di accudimento.
Il nostro modo di vivere  l’amore dipende molto dal modello di relazione che abbiamo interiorizzato in famiglia ed in particolare con la madre o con altra figura di accudimento, detta “care-giver”.

In poche parole seguiamo un modello di relazione che abbiamo appreso in famiglia, anche se non ne siamo sempre consapevoli e se lo siamo, spesso non riusciamo ad evitare di comportaci in quel modo.

Questo non vuol dire che si possa cambiare, ma è bene considerare questi modelli di base, al fine di divenire adulti affettivamente maturi e consapevoli.

In particolare gli studi Di Bowlby e Mary Ainsworth hanno evidenziato che la relazione tra la madre e il bambino, soprattutto nel primo anno di vita, lascia una traccia indelebile (“imprinting” ) che influenza tutte le successive relazioni.
Se la relazione tra la madre e il bambino/la bambina è solida, calorosa e il piccolo sviluppa fiducia rispetto alla costanza e alla presenza della madre come figura di accudimento valida e stabile sviluppa quello che tecnicamente si definisce attaccamento “sicuro”, se invece la madre non riesce ad entrare in sintonia col figlio/figlia e le sue cure sono state carenti, il bambino/la bambina sviluppa un attaccamento “insicuro”.

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I bambini che crescono in un contesto affettivo valido, si sentono amati, sanno che se sono in difficoltà c’è qualcuno che li accoglie, che li comprende e che li guida e per questo sviluppano FIDUCIA NELLE RELAZIONI, perchè si aspettano una risposta positiva dall’altro e qualora ce ne sia una negativa, sanno che l’altro può riparare o farà di tutto per farlo.

Un tipo di relazione così appagante, permette al bambino di crescere con un buon livello di autostima e una buona immagine di sè, come degno di amore, per questo da adulto, saprà anche riconoscere nel’altro emozioni, desideri e bisogni.

La recente fragilità delle unioni e la facilità con cui si disgregano le coppie e le famiglie ha contribuito, purtroppo, ad aumentare il rischio che le relazioni siano sempre meno sicure e stabili e per questo non è difficile confrontarsi con l’insicurezza nelle relazioni a qualsiasi età.

 

Da adulte, le persone con un attaccamento sicuro vivono le emozioni, l’affettività e l’intimità in modo sano ed equilibrato, non se ne sentono minacciate, mentre le persone con attaccamento insicuro hanno un attaggiamento conflittuale verso le relazioni affettive, da un lato le ricercano, dall’altro viverle li costringe a riconfrontarsi con il doloroso ricordo delle relazioni primarie, carenti o fonte di sofferenza.

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Le persone con attaccamento insicuro non riescono ad avere una relazione appagante perchè non hanno fiducia in se stessi e negli altri.

La mancanza assoluta di fede nel mondo esterno e quindi anche negli altri, dipende dalla sfiducia che queste persone sviluppano nei confronti die loro genitori, che non sono stati in grado, per problemi affettivi, psicologici, familiari etc.. di prendersi cura di loro in modo adeguato e cioè rispondendo in modo adeguato ai loro bisogni di cura, protezione e amore da un alto ed autonomia dall’altro.

Per questo motivo le persone con attaccamento insicuro, hanno un imprinting negativo alle relazioni, che sono quindi percepite come fonte di sofferenza e nella vita affettiva adulta mettono in atto dei “copioni relazionali” abbastanza prevedibili, che hanno appreso in famiglia.

Bowlby ha identificato poi tre tipi di attaccamento insicuro: evitante – ambivalente – disorganizzato.

Oggi parliamo delle persone con attaccamento EVITANTE e cioè quelle che spesso percepiamo come inafferrabili, schive, distaccate e aride di emozioni, sia che siano in una relazione stabile o poco impegnativa.

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Gli evitanti sono persone che hanno imparato presto a dover contare solo su loro stessi, perchè i genitori non erano disponibili e li hanno spinti verso un’autonomia troppo precoce.

Il messaggio che questi genitori mandano ai loro figli è che una relazione (madre-figlio/amicale etc..) è limitante per la propria autonomia.

Avvertendo la relazione come una minaccia alla propria autonomia, gli evitanti, nascondono le proprie emozioni, a volte anche a loro stessi, non riescono a stare in una relazione, perchè gli suscita ansia e per questo puntano tutto sulla propria realizzazione personale.

Gli evitanti “single”si “difendono” dal rischio di amare, concentrandosi sui difetti del proprio partner dopo poco che conoscono una persona e vivono quindi relazioni brevi del tutto inconsistenti, che non li coinvolgano emotivamente.

Gli evitanti in “coppia” sono  descritti come egocentrici e concentrati su se stessi; fanno fatica a ragionare come coppia e a costruire un senso del NOI, qualsiasi richiesta da parte dell’altro viene percepita come pressante, quasi come se la certezza del suo amore sia la sua sola presenza, della quale l’altro deve accontentarsi.

Gli evitanti descrivono i loro partner (sebbene normalissimi), come esigenti, lamentosi, sofficanti..etc. e vivono l’intimità emotiva e sessuale come un grande ostacolo, che li costringe a confrontarsi con le vecchie ferite, per questo, spesso di fronte alle richieste di maggiore intimità, rispondono al partner con la noia o con la fuga.

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Una persona con attaccamento insicuro/ un EVITANTE, può cambiare?

Vivere relazioni sane ed appaganti è il primo scalino per poter sperimentare un affettività più matura, purtroppo non sempre gli evitanti scelgono un partner con attaccamento sicuro, il più delle volte si confrontano con gli AMBIVALENTI, che hanno subito gli stessi traumi infantili, ma che hanno risposto sviluppando un atteggiamento paradossale rispetto alle relazioni: le ricercano per avere conferme continue di amore, che tuttavia sono insufficienti a colmare i loro vuoti e per questo sono perennemente insoddisfatti. Gli ambivalenti inoltre basano la loro carente autostima sulle conferme esterne e per questo, se in relazione con un evitante, rischiano di incappare spesso nel tradimento, nel senso di colpa e nelle eterne lotte di potere, caratteristiche delle coppie disfunzionali.

L’ideale quindi è saper individuare chi ha un attaccamento sano, ma se ci siamo innamorati di qualcuno che invece ha un attaccamento insicuro, non possiamo far altro che pazientare affrontando insieme un percorso di coppia, o individuale focalizzato sulle relazioni e sulla possibilità di sviluppare un’ affettività matura.
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D.rssa Michelini

Coppia e figli: il partner non deve passare in secondo piano dopo la nascita dei figli.

Il rapporto di coppia è una relazione che si forma e si rinforza prima della nascita dei figli e in tal senso, ne rappresenta la “culla” sulla quale si baserà la sicurezza emotiva e psicologica dei figli e quindi anche la percezione di maggiore condivisione, dialogo e serenità nella coppia.
La coppia è il luogo, il contesto primario nel quale ogni essere umano sperimenta le relazioni.

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Ricatti affettivi e manipolazioni: se gli altri ci fanno sentire sempre in colpa

Il ricatto affettivo è la peggiore manipolazione psicologica ed affettiva che le persone intorno a noi possano infliggerci.

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Che si tratti di un familiare, di un partner, di un amico o di un collega, questo tipo di dinamica psicologica assorbe molta energia in noi e ci lascia vuoti, impotenti ed amareggiati.

Come facciamo ad accorgerci se siamo vittime di ricatto affettivo? Continua a leggere →

I ruoli nella coppia, biologia o stereotipo?

Le differenze tra l’uomo e la donna non sono esclusivamente biologiche, ma anche e soprattutto sociali e culturali.

La società si aspetta che un uomo o una donna si comportino in un certo modo (stereotipi di ruolo) e queste aspettative rappresentano un aspetto fondamentale della differenza uomo-donna / maschile-femminile, ma anche il limite di ogni coppia.

pulizieL’impostazione sociale del ruolo maschile e femminile è profondamente cambiata negli ultimi anni, perchè è stato ampiamente dimostrato (dal numero di divorzi), che il modello classico è attualmente inapplicabile, nonchè fallimentare.

In passato la donna gestiva la casa e l’educazione dei figli, si occupava e deteneva l’esclusiva su tutte le attività domestiche, che svolgeva con grande competenza, abilità e accuratezza.

Questo ruolo era considerato prestigioso dalla società dell’epoca, e pertanto era ambito dalla quasi totalità delle donne.

La famiglia era ed è considerata un valore intoccabile e indissolubile perché costituiva l’istituzione portante della società.

La coppia non contava, gli uomini avevano spesso altre donne fuori dalla famiglia e ciò era accettato dalle mogli, poichè queste non potevano ambire a qualcosa di più che qualcuno che le mantenesse e si prendesse cura di loro.

Ciò che contava era la sopravvivenza della famiglia e soprattutto quella della prole.Questo modello, basato appunto sulla “sopravvivenza” viene ancora oggi replicato in modo abbastanza acritico, sebbene non sia più adatto alle esigenze dell’uomo e della donna del nuovo millennio.

D’altronde le possibilità di sviluppo professionale erano molto limitate, già l’uomo faceva fatica ad affermarsi nella sua carriera, pertanto la carriera e il prestigio professionale non avevano lo stesso valore che oggi gli attribuiamo.

Oggi sia l’uomo che la donna attraversano un momento di profonda crisi identitaria.

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La prima area in crisi è la genitorialità; l’educazione dei figli è orientata alla “performance” e diventa terreno di interminabili discussioni e dibattiti, in cui i pareri “dell’esperto” pullulano.

L’istinto alla genitorialità si è perduto.

In questa società i figli, soprattutto quelli che scelgono di realizzarsi creativamente, stentano a rendersi autonomi e a “lasciare il nido”, pertanto il compito dell’educazione dei figli si rivela ancora più arduo ed estenuante che in passato, soprattutto perché tutto il tempo dei genitori è dedicato alla professione e ne resta veramente poco per i figli.

Presi in questa morsa, l’uomo e la donna sono continuamente angosciati dalla paura del “fallimento”, la donna tuttavia è maggiormente svantaggiata dal punto di vista professionale se decide di avere una famiglia e soprattutto dei figli.

In questi casi la donna deve spesso accontentarsi di ruoli subalterni e precari, mentre l’uomo potendo dedicarsi con più impegno all’attività professionale, riesce con maggiori probabilità a realizzare la sua carriera.

cattive-abitudini-coppia_v_dmarNon c’è quindi da sorprendersi se queste donne reagiscono con gelosia e distruttività e non ci si può limitare a considerarle “nevrotiche”.

La donna è svantaggiata sotto il profilo professionale anche perché nella carriera si esigono valori produttivi che si oppongono di netto a quelli dell’educazione alla femminilità che le viene impartita da bambina e queste differenze educative tra maschio e femmina si tramandano di generazione in generazione : il maschio fa X la femmina Y.

Questa bambina, da “grande”, avrà l’impressione che l’immagine femminile di debolezza, passività, bisogno di sostegno e di aiuto, serve solo a far sì che l’uomo si senta più forte e coraggioso e se sente di possedere qualità (attribuite generalmente all’uomo) quali iniziativa, forza, competitività, si scontrerà con in rifiuto della società, che la colpevolizzerà per aver ambito ad un ruolo tipicamente maschile.

Una donna che sente di possedere le qualità idonee per ambire a una certa carica, non dovrebbe essere considerata anormale o nevrotica e per questo spinta a reprimere le sue qualità.

Ad oggi, non sono stati fatti molti passi avanti, visto che la “pari opportunità” è ancora un valore da “portare avanti”; di conseguenza per potersi realizzare, la donna ha finito per “mascolinizzarsi” solo per ambire a cariche maschili e sta rinunciando ad esprimere e a sviluppare le caratteristiche femminili nella società e in professioni che le richiedano e le valorizzino.

Gli uomini di oggi, invece, sono spiazzati di fronte allo stravolgimento dei ruoli, si sentono sempre più insicuri, timorosi di rivelarsi inadeguati nella coppia, nella famiglia e nella società.

donna_primitiva_clava_01Questa inadeguatezza ha origine nella crisi del ruolo del padre nella nostra società, improntata essenzialmente sul ruolo “materno”.

La “latitanza” dei padri relegati nelle fabbriche o negli uffici, depredati della loro paternità, e spesso senza alcun diritto su di essa, ha generato e genera figli “maternizzati”(i mammoni).

L’uomo come la donna, ha perduto il contatto con la sua vera maschilità e col ruolo paterno, cui la nostra società è carente; il padre rappresenta simbolicamente il futuro, la spinta all’autonomia è il “creatore” e l’iniziatore” del figlio alla sua libertà; è colui che custodisce e addestra il figlio al lavoro, che insegna e assiste pazientemente, che risolleva il figlio e lo educa all’età adulta, liberandolo dalla passività, dalla dipendenza e dallo stallo evolutivo.

Nella società moderna il padre è stato relegato al ruolo di “provider”, di amministratore e procuratore di reddito, nei casi peggiori è solo un dispensatore di “alimenti”, schiavizzato da ex-mogli voraci e inflessibili.

Pulizie-di-casaIl suo ruolo si è ridotto purtroppo al mondo delle “cose”: del denaro, del sesso, del telefonino e dell’auto come surrogati di una virilità perduta.

L’uomo moderno ha liquidato le sue responsabilità familiari e sociali, per ottenere prestigio e beni materiali; egli deve guadagnarsi ora l’affetto della compagna e dei figli con l’eccessiva remissività, l’arrendevolezza e la dolcezza.

Non potendo più realizzare le sue qualità più intime nella famiglia, è sempre più ossessionato dalla “performance”, come unica conferma di virilità, è confuso, spaesato ed insicuro.

L’Uomo e la Donna devono collaborare per non perdere la loro natura di maschile e di femminile; ciò non significa assolutamente incentivare la divisione dei ruoli, ma rispettare e far emergere le diversità di ognuno in un contesto di parità dei ruoli.

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Sport, Desiderio Sessuale e Coppia; il Dual Training System

Dual Training System

Sport e Psicologia

sport e coppia In questo articolo si presenta un metodo di allenamento innovativo il Dual Training System, che si può praticare sia in coppia che in gruppo.

Esiste un tipo di attività che posso fare insieme al mio partner o con un/a amico/a o un gruppo di persone, che oltre a migliorare la mia salute e il mio aspetto fisico, può aiutarmi a sviluppare alcune abilità psicologiche importanti?(autostima, concentrazione, fiducia, empatia..).

Come può l’attività sportiva migliorare la mia qualità di vita e le mie capacità comunicative e relazionali?

yoga Il DTS è un sistema dall’allenamento che combina insieme tutti i movimenti ginnici a corpo libero nel lavoro funzionale in coppia.

Il metodo d’allenamento si basa sull’utilizzo di forze contrapposte generate dagli utenti stessi attraverso uno strumento di connessione consistente in due maniglie collegate tra di loro da una cinghia.

Il DTS può essere utile per le coppie che vogliono risolvere conflitti, tensioni e problemi di comunicazione o semplicemente trovare un’attività piacevole da svolgere insieme, occupandosi della loro salute fisica e affettiva.

Il DTS è utile anche a livello individuale, perché praticare uno sport in coppia o in gruppo, aiuta a sentirsi sempre motivati (per alcuni allenarsi da soli è noioso e alla lunga si cede alla pigrizia).

Il DTS è utile anche per migliorare i rapporti e la comunicazione all’interno di un gruppo di colleghi e tra soci di lavoro perché mette in risalto le caratteristiche individuali e soprattutto il modo di relazionarsi con l altro.

Il DTS è utile anche perché fornisce ottimi risultati fisici, ma offre una possibilità di socializzazione e di condivisione, favorendo lo sviluppo o il rafforzamento di abilità comunicative, della forza mentale e della concentrazione.

Che il benessere fisico sia in relazione con il benessere psicologico ed emotivo, non è una novità.

Corpo e mente sono due unità imprescindibili e ormai è noto ad ognuno di noi il concetto di “mente sana in corpo sano”; qualsiasi problema di salute influisce sulla nostra salute psichica e viceversa, se siamo stressati, nervosi, insoddisfatti siamo più inclini ad ammalarci e a “somatizzare”, cioè ad esprimere le nostre emozioni su un piano corporeo.

Se non stiamo bene con noi stessi, non possiamo star bene nemmeno con gli altri.

Vediamo quindi tutti gli aspetti positivi dello sport a livello fisico e a livello psicologico e scopriamo come praticare un’attività sportiva in coppia o in gruppo può aiutarci a migliorare la nostra  autostima, la nostra forza mentale e la nostra capacità di relazionarci agli altri.

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 Benefici a livello fisico

In generale praticare un’attività sportiva idonea al nostro stato di salute e alla nostra personalità, ci fa sentire più forti, più resistenti, facciamo meno fatica nel compiere le azioni quotidiane, ci sentiamo più attivi, vitali e più agili, perché?

Migliora l’efficienza dell’apparato cardiocircolatorio
Migliora la funzionalità del sistema polmonare
Migliora la funzionalità metabolica
Dona un miglior aspetto della cute
Determina una maggiore tolleranza allo sforzo e una minore percezione della fatica
Aumenta il tono muscolare

Benefici a livello Psicologico:

Umore: praticare sport ha effetti positivi sul tono dell’umore e quindi sulla tendenza a sentirsi depressi ed affaticati, soprattutto per le donne, che in fase premestruale, si sentono più nervose, irritabili e stanche e tendono ad essere più aggressive con il partner o per gli uomini stressati da mille responsabilità lavorative e spesso poco inclini a manifestare le loro emozioni.

La depressione in generale è più frequente nei soggetti sedentari. Da un punto di vista fisiologico, praticare sport favorisce l’aumento di determinati neurotrasmettitori (noradrenalina, serotonina) in grado di agire su centri nervosi responsabili delle nostre risposte emotive.

Problemi di socializzazione: Lo sport offre una possibilità di svago dalla routine quotidiana, una distrazione dai propri problemi, ma favorisce anche il miglioramento dell’immagine e quindi dell’autostima; lo sport inoltre offre opportunità di socializzazione e di aggregazione e spesso, come nel caso delle attività sportive da praticare in coppia, ci aiuta a metterci in discussione e a rapportarci agli altri.

Ansia: Lo sport praticato a livello amatoriale è efficace anche sull’ansia; tuttavia non tutte le tipologie, ad esempio il sollevamento pesi, è meno efficace, mentre gli esercizi aerobici e ritmici (carichi leggeri, movimenti rapidi) sembrano utili già alla prima sessione.

Autostima: L’attività sportiva ha effetti positivi anche sull’autostima. Se una persona si sente meglio, si vede più attraente, ha più occasioni di socializzare, si sente più attiva, più agile, meno stressata e più allegra, avrà un miglior rapporto con se stessa.

Comunicazione, Fiducia ed Empatia: Lo sport, soprattutto se praticato in coppia o in gruppo, (vedi ad esempio la danza) migliora le nostre abilità di comunicazione non verbale e di comprensione dell’altro e di fiducia. Negli sport di gruppo e di coppia, comprendere l’intenzione dell’altro è fondamentale al fine di raggiungere l’obiettivo, che può essere individuale o comune e molto spesso la comprensione e la comunicazione, passano per l’empatia (comprensione dello stato emotivo dell’altro) e per la fiducia. (se l’altro non farà la sua parte, potrei cadere, scivolare o fallire).

Benefici dell’attività sportiva per la coppia e sul desiderio sessuale: il nuovo metodo Dual Training System

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Veniamo ora allo sport praticato in coppia.

La mia esperienza come psicologa di coppia mi ha portato a riscontrare che spesso, i motivi per cui le coppie entrano in crisi sono da attribuirsi alla scarsa qualità di vita, alla perdita della capacità di seduzione e alle poche occasioni di reale condivisione all’interno della coppia.

La routine mette a dura prova anche le coppie più innamorate e i rapporti più stabili.

Spesso dopo qualche tempo entrambe i partner “si lasciano andare”, prendono peso, trascurano la loro salute e il loro aspetto fisico per il lavoro, per i figli o semplicemente perché iniziano a dare per scontata la presenza dell’altro.

Questi lievi ed inesorabili cambiamenti dovuti alla pigrizia, creano apatia, noia e prevedibilità all’interno della coppia.

La qualità del tempo libero speso insieme poi, è spesso scarsa.

Si trascorrono molte ore al centro commerciale, al cinema o davanti alla TV o ancor peggio davanti al computer ognuno per i fatti suoi…il risultato è quasi sempre un forte calo del desiderio, che per essere alimentato ha bisogno di alcuni ingredienti essenziali: comunicazione, condivisione, complicità, intimità e fiducia, seduzione ed indipendenza.

Per comunicazione s’intende essere in connessione da un punto di vista delle emozioni: come mi sento, cosa desidero etc…

Per condivisione s’intende trascorrere del tempo di qualità insieme, dedicandosi a delle attività interessanti e stimolanti.

Per complicità s’intende la capacità di collaborare verso un obiettivo comune.

Per intimità s’intende la vicinanza non solo fisica, ma anche emotiva, che si raggiunge con la fiducia.

Per seduzione s’intende la capacità di un partner di tenere vivo l’interesse dell’altro e cioè di “attrarlo a se”.

Per indipendenza s’intende la capacità dei partner di star bene con se stessi, indipendentemente dalla presenza o dalla rassicurazione del partner.

Praticare uno sport insieme, può aiutare la coppia a mantenere vivi questi aspetti che sono intimamente legati con il desiderio sessuale.

Avere una vita sessuale soddisfacente è importantissimo, sia a livello psicologico che fisico e sia a livello individuale che nella coppia.

Lo rivela la Società Italiana di Antropologia, mantenersi in movimento non è solo un toccasana per mantenere il fisico in forma, ma è anche un importante afrodisiaco.

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La ricerca è stata condotta in Italia, e i risultati presentati dalla SIA, la Società Italiana di Andrologia, parlano chiaro: un po’ di moto fa bene alla vita di coppia, favorisce l’aumento del desiderio sessuale e migliora anche le prestazioni.

A tal riguardo ho intervistato il mio caro amico e collega Personal Trainer Roberto Stirpe in merito ad un nuovo metodo da lui brevettato e che insieme abbiamo deciso di diffondere sia nell’ambiente sportivo che tra le coppie che ogni giorno si rivolgono al mio studio in cerca di una soluzione PRATICA ai problemi di coppia.

Troppo spesso infatti, le terapie di coppia, finiscono per convincere i due partner che è meglio lasciarsi piuttosto che reinventarsi.

Da sempre consiglio ai miei pazienti, di tutte le età, di praticare uno sport adatto alla loro età, costituzione e personalità, perché lavorare a livello psicologico e non a livello fisico, ha scarsi risultati.

Il metodo di cui si parla è il Dual Training System e sia io che il mio amico e collega Roberto Stirpe, siamo convinti agisca positivamente sulla capacità di relazionarsi e di gestire le conflittualità.

 

Intervista a Roberto Stirpe

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Vediamo ora come agisce tecnicamente il metodo Dual Training System.

Roberto Stirpe:

Dopo la esauriente descrizione da parte della mia collega e amica Silvia andiamo ad analizzare insieme gli aspetti anche più pratici e fisici di questa nuova disciplina che siamo convinti cambierà il concetto ed il modo di allenarsi, o perlomeno porterà un po’ di innovazione e divertimento, nonché risultati, nel settore del fitness.

Entrando più nello specifico vediamo che il DTS è un sistema dall’allenamento che combina insieme tutti i movimenti ginnici a corpo libero nel lavoro funzionale in coppia. Il metodo d’allenamento si basa sull’utilizzo di forze contrapposte generate dagli utenti stessi attraverso uno strumento di connessione consistente in due maniglie collegate tra di loro da una cinghia.

Le caratteristiche principali sono:

  • Allenamenti funzionali.
  • Potenziamento del core-stability.
  • Allenamento propriocettivo.
  • Lavoro sulle capacità coordinative
  • Allenamento di tutti i distretti muscolari
  • Lavoro muscolare eccentrico e concentrico
  • Lavoro muscolare isometrico
  • Lavoro sull’apparato cardiovascolare
  • Possibilità di lavoro su i tre piani dello spazio
  • Lavori di allungamento muscolare
  • Lavori di mobilità articolare

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 Aspetti psicologici e sociali:

  • Lavoro in coppia (migliora e stimola il rapporto di fiducia con il compagno di lavoro, aiuta a migliorare la capacità di entrare in relazione e in intimità con gli altri)

Lavoro in gruppo (crea un gruppo unito)

Allenamenti divertenti (modo di allenarsi innovativo)

Stimola la competizione tra i partecipanti

Crea empatia tra i partecipanti

Migliora le capacità di intuizione e comunicazione non verbale

Migliora il proprio schema corporeo

Migliora la sensibilità di ascolto del compagno di lavoro

Migliora la gestione dei conflitti,  sia nella coppia, che in amicizia o a qualsiasi altro livellodi rapporto come quello lavorativo.

Questo sistema d’allenamento  riesce a creare un  contatto-legame tra due persone  attraverso uno strumento di connessione legato al movimento.

Tale attrezzo può essere considerato quasi il “prolungamento dei propri arti”. Tra i due corpi si instaura un legame ma senza un vero contatto fisico.

L’aspetto interessante che si crea è un legame forte e reale paragonabile a due persone che si allenano attraverso  esercizi tenendosi per mano; ad ogni azione del compagno si ha una reazione nell’altro. Ciò significa che ad ogni mio movimento, anche il minimo cambiamento di equilibrio o il cambio di intensità di contrazione del più piccolo muscolo, corrisponde un contro movimento da parte dell’altro come se i due corpi in quel momento fossero un’unica unità, un solo corpo.

Questo è un aspetto essenziale e peculiare di questo tipo di attività che la differenzia dalla maggior parte dei corsi oggi presenti sul mercato. Oggi le palestre sono piene di corsi di gruppo, ma in realtà è come allenarsi da soli in mezzo a tante persone perché tra gli allievi non c’è nessuna forma di rapporto o collaborazione a livello motorie se non il fatto di muoversi tutti insieme facendo gli stessi esercizi ma ribadisco ognuno per proprio conto. Relazionarsi, confrontarsi permette alle persone di instaurare un rapporto e quindi un legame.

Analizzando in maniera più approfondita questo aspetto ci si rende subito conto dell’importanza del lavoro in coppia e di gruppo.

Esso  genera un legame e di conseguenza un gruppo coeso e quindi  anche una maggiore partecipazione e coinvolgimento da parte di tutti i partecipanti.

L’aspetto psicologico e sociale  è il punto di forza di questa nuova disciplina che facilità il relazionarsi in sala anche con persone sconosciute inizialmente ma che dopo un allenamento con il DTS possono comunque instaurare un rapporto di conoscenza e soprattutto riesce nelle coppie a migliorare il rapporto attraverso l’ascolto del corpo del partner e attraverso quindi una collaborazione e sinergia muscolare-psicologica. E’ utile anche tra colleghi di lavoro e in tutte quelle situazioni in cui le persone devono collaborare verso un obiettivo comune.

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Sono convinto che il lavoro con il DTS possa migliorare la qualità e la profondità  dei  rapporti. Per questo continueremo sulle nostre ricerche per avere maggiori dati e prove di quanto sopra abbiamo elencato. Voglio anche ringraziare Silvia per la partecipazione e coinvolgimento a questo nuovo progetto e complimentarmi con lei per le sue capacità, la sue intuizioni, la passione e l’impegno nel lavoro.

Roberto Stirpe e Silvia Michelini

Perchè l’amore finisce?

Perché l’amore finisce?

fine-di-un-amoreChi non si è mai posto questa domanda?.

Quali sono le motivazioni del fallimento e a chi o a che cosa possiamo imputarle?

I divorzi e le separazioni sono in costante aumento; si possono cercare molte spiegazioni e trovare molte griglie di lettura: ma è importante capire ed analizzare alcune ipotesi di ricerca dell’evento “separazione”, al fine di apprendere quanto più possibile da questa esperienza.

Fra i molti approcci possibili, ne ho individuati almeno tre: uno psicologico, l’altro più legato al tempo, il terzo infine, di tipo culturale.

 

Motivazioni Psicologiche
Le teorie psicologiche sia quelle più datate che quelle più recenti, imputano il fallimento della coppia al prevalere dei “giochi” della collusione rispetto al desiderio di far sopravvivere il progetto. I “giochi di coppia” di cui si parla anche in questo blog sono l’intreccio che deriva dalle aspettative psicologiche infantili dei due partner circa la coppia, aspettative che spesso riguardano l’illusoria ricerca della COMPLETEZZA.

Tuttavia la relazione di coppia implica un dare oltre che un avere e molto spesso si proietta sul partner il desiderio dell’uomo o della donna perfetta, incolpandolo/a poi di non rispettare questi canoni. Altre aspettative sono quelle di recuperare l’amore, la stima o l’affetto che non si è ricevuto in infanzia, ma anche questa aspettativa resta delusa, perchè la relazione di coppia è tra due adulti che hanno un grado di maturità sufficiente tale da permettere il passaggio dalla personalità bambina a quella adulta a quella genitoriale. Una persona che cerca sempre di essere il bambino o sempre il genitore o solo l’adulto nella relazione prima o poi fallisce poichè si crea UNO STALLO nelle dinamiche di comunicazione e i GIOCHI che inizialmente ci hanno atratto, perchè erano adatti al nostro grado di maturità, ora ci stancano.

Per cui se la coppia si fissa sui giochi e solo su determinate modalità di comunicazione, iniziano i drammi, i conflitti e i possibili tradimenti, soprattutto se uno dei due si stanca di giocare a mamma e figlio, vittima e carnefice o ad altri giochetti simili che si verificano molto spesso nella coppia.

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Il tempo
Le relazioni falliscono perché la scelta è stata fatta in base a quello che conta di più nell’immediato e non a quello che conta di più nel lungo periodo. E’ come dire che non abbiamo preso bene le distanze! (guardare al futuro). Crescendo ed evolvendo, cambiano desideri e progetti, che non sempre sono condivisibili. Se la coppia non condivide una progettualità comune, inevitabilmente anche amandosi, entrerà in forte contrasto e alla fine uno dei due cercherà di realizzare se stesso altrove.
La relazione tende a finir male se non c’è corrispondenza tra quello che si vuole dall’altro e quello che si pensa di riceverne: chiunque ha amato senza essere ricambiato altrettanto, sa quanto può essere frustrante. Alle volte si potrebbe consigliare di ridurre le proprie aspettative e diminuire il proprio coinvolgimento: ma è un consiglio difficile da seguire. Siamo davvero così sprovveduti da fare sempre la scelta sbagliata? Probabilmente no: il fatto è che sceglie troppo spesso in base a quello che conta di più nell’immediato.
Ma quello che conta nel lungo periodo è diverso: i fattori che contano cambiano, cambiano le persone e cambiano le relazioni. Ci sono cose che è difficile giudicare all’inizio di una relazione: l’idea che l’amore vinca tutti gli ostacoli è molto romantica, ma poco reale.
Quando si devono prendere delle decisioni, quando arrivano i figli e si devono fare alcune scelte, una cosa che sembrava poco importante, lo diventa. Altri fattori invece nel lungo periodo diventano secondari: come l’idea che l’altro sia “interessante” (all’inizio c’è il timore che se cala l’interesse la relazione svanisce).
In realtà quasi tutto tende a diminuire col tempo (nelle coppie studiate statisticamente): calano la capacità di comunicare, l’attrazione fisica, il piacere di stare insieme, gli interessi in comune, la capacità di ascoltare, il rispetto reciproco, il trasporto romantico; ciò può essere deprimente, ma è importante fin dall’inizio sapere che cosa aspettarsi col tempo, avere aspettative realistiche circa quello che si potrà ottenere e quello che finirà con l’essere più importante a lungo andare.
Motivazioni di Tipo Culturale
Questo approccio, per capire la crisi di coppia, è stato sviluppato dal Prof. Mario Bertini dell’Università di Roma. Bertini fa notare che ognuno di noi ha delle aspettative irrealistiche rispetto al matrimonio/convivenza.
E’ la cultura romantica dei fiori bianchi, dell’abito bianco di nozze, della fedeltà reciproca a tutti i costi, della felicità di stare insieme… (eppure anno dopo anno, aumenta la conflittualità, la coppia è sempre più in crisi).
E’ come se la coppia dicesse: “Dopo tanto laborioso cammino, finalmente siamo approdati a questo meraviglioso giardino recintato dove tutto si può godere. Protetti dal nostro amore e dalla consistenza del contratto.
Il compito che ci sta davanti è finalmente quello di godere “consumando” insieme tutto quello che ci viene chiesto è di rispettare le regole di non uscire dal recinto e di sacrificarsi l’un l’altro, sicuri che l’amore riuscirà a far superare ogni ostacolo”.
E’ un atteggiamento di base dettato dal consumismo.

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Questi sono alcuni dei possibili motivi e tu cosa ne pensi?

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Contraddizioni nell’amore e nella vita di coppia

IL LATO OSCURO DELLA VITA DI COPPIA

Contraddizioni della coppia moderna

Nella società moderna emerge con chiarezza la crescente fragilità del sistema coppia.
Il futuro di una coppia è incerto: assistiamo a separazioni dopo un brevissimo periodo di unione o improvvise rotture dopo lunghi legami.
Le ragioni di questa crisi possono forse essere ricondotte a quelle “contraddizioni” o “rovesci della medaglia” che la relazione porta con sé. E cioè ad alcune false credenze.
La prima contraddizione è data dall’idea, che il legame sia da ostacolo alla realizzazione interpersonale e alla libertà individuale.
In realtà è proprio il legame ad essere il terreno fertile per la nostra realizzazione, poiché l’appagamento che ne deriva può aiutarci a realizzare i nostri obiettivi. Se un partner non vi aiuta nella realizzazione dei vostri obiettivi, non v’incoraggia, piuttosto cerca di limitarvi per possessività, allora è un partner insicuro ed affettivamente fragile, ma ciò non vale per qualsiasi relazione d’amore, sebbene accada spesso che si facciano delle rinunce nella coppia, queste devono essere spontanee e deliberate.
Una seconda contraddizione è data dal rimbalzare tra il modello della coppia “simbiotica” e quello della coppia “autonoma”; molto spesso, infatti, le relazioni più strette sono contemporaneamente le più appaganti e le più rischiose. Ognuno dei due partner deve mantenere il suo Io, la sua individualità. Ciò non significa che è egoista, ma che ama se stesso. La coppia simbiotica è idilliaca solo apparenza, poichè è destinata a divorare se stessa.

Amare se stessi è il primo passo per amare qualcun’altro. Erich Fromm

L’educazione, intesa come “indottrinamento sociale” non aiuta. Purtroppo da bambini c’ insegnano che amare significa attenersi a tutta una serie di regole imposte dalla società e che se non lo facciamo, l’altro soffre, la mamma piange, le cose andranno male, la relazione fallirà o stiamo mancando di rispetto a qualcuno. E’ il retaggio della religione cattolica, il cui messaggio, viene interpretato dalla chiesa soprattutto in termini di SENSO DI COLPA.

Praticamente ci viene inconsciamente comunicato di sentirci in colpa per qualsiasi tipo di esperienza gioiosa, sopratutto se questa è di tipo giocoso o sessuale.

Chi ha il potere? : Il legame – e la soddisfazione che ne deriva – contiene già in sé la possibilità che ciò cessi da un momento all’altro, una sottesa angoscia di separazione, che porta alla cosiddetta “paura di legarsi”.
Quanto più amiamo, quanto più siamo esposti al rischio di soffrire. Molti trascorrono l’intera esistenza a cercare la donna o l’uomo dei sogni, che puntualmente non è mai quello/a giusta. Cercare infatti, non espone a nessun rischio e fa mantenere il controllo.
Una terza contraddizione è che inconsciamente, s’intende condividere solo ciò che è gioia nel rapporto (principio di piacere), rifiutando di condividere il dolore. (mancanza di propensione al sacrificio).
Il dolore spaventa, perché condividerlo con il partner, presume che alla base ci sia un legame di reciproco sostegno, il che implica che si siano abbandonate “le maschere” (sarò quello che tu vuoi, se tu sarai ciò che voglio io) e si sia operato un sacrificio narcisistico.
In tal senso il “sacrificio” non è da intendersi come rinuncia, ma come una fase di un processo che porta a stabilire un legame reciproco, di tolleranza e di uguaglianza, in cui la forza e la debolezza dell’altro, sono caratteristiche che amiamo e comprendiamo, come parte di noi stessi.

Una donna/uomo dopo che lo sposi cambia: nessuno si trasforma, molto spesso entrambe i partner si sono mostrati secondo aspetti più piacevoli e si sono osservati attraverso lenti molto ampie (l’amore è cieco), per raggiungere l’obiettivo; solo dopo, rilassatisi, lasciano trasparire quelle che sono le reali aspettative rispetto al legame di coppia. Non è raro che si tratti di SCRIPT PARENTALI (modelli di relazione vissuti durante l’infanzia), che si attivano non appena si vive l’esperienza dell’essere sposati. ESSERE ACCUDITI, ESSERE COCCOLATI, ESSERE STIMOLATI….Ecco che non troviamo il foglio con su scritto SODDISFATTI O RIMBORSATI.

Non tutti sono in grado di essere GENITORI oltre che bambini nella coppia. E la personalità ADULTA e GENITORIALE sono essenziali per il futuro della coppia.

E tu vuoi scoprire qualcosa in più sulla tua relazione di coppia?

scrivi a psicologiacoppia@gmail.com

Copyright © 2012 Silvia Michelini All Rights Reserved

D.ssa Silvia Michelini

La coppia dopo i figli; restare partner anche quando si è genitori.

Crisi di coppia dopo la nascita di un figlio.


Molte coppie ritengono che la loro coppia entri in crisi con la nascita del primo figlio.

Io ritengo che la coppia, che vive una crisi prolungata dopo la nascita di un figlio,non abbia precedentemente costruito una solida base per la famiglia e una base fragile, si sa, scricchiola al primo scossone.

Diventare genitori richiede la complicità e la collaborazione dei due partner nella gestione della casa, del tempo, del bambino e si riducono gli spazi di intimità e di condivisione della coppia. Se questi spazi non sono stati stabiliti, condivisi o rispettati già in precedenza, un figlio non può che aggravare la situazione.

La nascita di un figlio è un evento straordinario: è naturale che all’inizio i genitori, specie la madre, dedichino alla nuova creatura ogni attenzione e il neonato ha bisogno di un forte legame con la madre per crescere sano, fisicamente e emotivamente. Ma spesso questa fase naturale si prolunga oltre il tempo necessario, creando in tal modo un distacco tra i due partner, che inizialmente possono non accorgersi di questo lento processo.

Per aiutarvi a rendervi conto se state correndo questo pericolo, ecco una serie di domande.

  • Stare da solo/a col partner è una priorità?
  • Metti sempre i figli al 1^ posto e pensi che abbiano la precedenza su tutto?
  • Tu e il tuo partner avere occasioni per stare insieme da soli (cinema, ristorante..)?
  • Vi sentite a disagio, se trascorrete una serata da soli senza i figli?
  • Quando state da soli col partner, avete un dialogo intimo (parlate di voi) oppure parlate solo dei figli?
  • I vostri figli dormono nel loro letto? Riuscite a dar loro dei limiti in termine di spazio e tempo oppure hanno sempre accesso a voi?
  • Hai ancora dei rapporti sessuali con il tuo partner e se si quanti?
  • Hai la sensazione che tuo figlio ti capisca meglio del partner?
  • Senti un legame e una comprensione più profondo con tuo figlio che col partner?

Una riflessione su queste domande può farti cogliere se stai trascurando la tua coppia e se eccedi nel ruolo di genitore, oppure se il figlio è solo un “pretesto”, perchè anche prima della sua nascita, preferivi un ruolo di efficienza e di indipendenza nella coppia, piuttosto che di condivisione emotiva.

Per poter crescere figli emotivamente sani, che possano andare verso la loro vita in modo libero e aperto, occorre che la coppia salvaguardi le sue priorità: intimità, dialogo e sessualità.

Vi sono in genere due obiezioni a questa proposta:
1) La mancanza di tempo
2) La mancanza di denaro (ad es. per chiamare una baby sitter ecc)
Certamente la vita di oggi ha mille impegni, ma molto spesso più che di tempo si tratta di priorità.

Se non si giudica prioritaria la propria relazione di coppia, il tempo non si creerà magicamente da solo.

Così come siamo in grado di creare tempo per il lavoro, la vita sociale e altre cose che ci interessano, altrettanto dovremmo imparare a fare per salvaguardare la profondità e la vitalità della relazione.

Educare un figlio all’indipendenza e al rispetto della coppia genitoriale è sano, perchè la coppia è LA BASE DELLA FAMIGLIA. Senza questa base, non c’è la famiglia.

E’ come voler mettere la marmellata della crema senza la base di pasta e poi vantarsi di aver cucinato una crostata.

E ORA COME FARE?

Il metodo Lui e Lei è la soluzione.

Questo metodo ti aiuta passo passo a recuperare o a CREARE uno spazio di condivisione nella coppia e a conquistare la complicità e la tua indipendenza come individuo e come partner -sostenendoti se lo desideri –  nel difficile compito di genitore.

Il metodo Lei e Lui ti aiuterà: se hai appena avuto un bambino (padre o madre che tu sia) e noti che il tuo partner non ti rivolge più le stesse attenzioni di una volta, oppure trascorre sempre meno tempo con te dopo la nascita del primo figlio.

Per info: vedi al sezione CONTATTI.