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La danza del narciso: Fasi della relazione con un Narcisista Patologico

La danza del narciso

Chi è riuscito ad uscire da una relazione con un/una narcisista patologico/a, conosce bene lo stato di confusione, misto a senso di colpa e vergogna che si prova dopo essere stati abbandonati o avere avuto la forza di separarsi e mettere fine a una storia controversa, conflittuale e dai toni terrificanti.

Ci si ritrova spesso a pensare e ripensare ossessivamente a cosa sia potuto accadere affinchè quella persona –  che prima ci aveva idealizzato e amato così tanto –  improvvisamente ci svaluta, ci abbandona e ci considera il fulcro di ogni sua sofferenza, qualcuno da lasciare e abbandonare, al fine di salvare se stesso/a, o meglio quel falso se, quella maschera che protegge il/la narcisista dalle sue fragilità interne.

Le storie di amore che vedono protagonisti un/una narcisista e un/una co-dipendente affettiva/o sembrano ricalcare un copione, per questo è possibile delineare una serie di fasi cicliche.

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La fine di un amore:tra esperienza e perdita

Certamente si tende a presentare l’amore come un sentimento eterno e duraturo, ma questa convinzione potrebbe “tradire” una sapienza antica e cioè che l’amore, per sua natura, tende al cambiamento e quindi anche a finire.

Forse sarebbe più corretto dire che il desiderio di amare permane, ma può cambiare l’oggetto di questo sentimento, a meno che i due partner non siano capaci di mantenere nel tempo una progettualità comune, ossia di rilanciare il patto ad ogni fase evolutiva, sia essa individuale che di coppia.

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Anche il progetto può cambiare (revisione del patto d’amore), ma è importante che questo cambiamento sia comune, altrimenti può essere l’inizio della fine, preannunciato come abbiamo appreso, dall’ingresso di un terzo nella coppia.

Molto spesso la “consunzione” di un amore deriva  dall’aver troppo a lungo privilegiato l’aspetto edonistico e del piacere personale nella coppia, più di quello progettuale generativo, che portano l’individuo a perseverare nella ricerca di un’illusoria “unione primaria” cioè di quell’unione perfetta in cui potremo rivalerci di ogni nostra carenza affettiva.

L’altro non si rivela all’altezza di ricevere l’espressione dei nostri affetti, delle nostre debolezze e potrebbe essere indifferente o tradire le nostre “aspettative”.

Sono proprio queste aspettative, spesso basate su schemi di pensiero stereotipati e indotti dalla società e dai mass media a condurci irrimediabilmente verso una cocente delusione.

La coppia inoltre, è vissuta dalla collettività come una potenziale “minaccia”, è indipendente, basta a sè stessa, vive in una dimensione differente.

Nella sua autonomia, non ha bisogno di conferme esterne, anzi, può nutrirsi della contrapposizione trasgressiva alla norma sociale.

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Questa esperienza offre livelli di gratificazione così elevati, che sembra non esserci alcuna possibilità di risarcimento, qualora venga a mancare.

La fine del legame è vissuta come un improvviso svuotamento di senso, l’individuo è restituito a una quotidianità tanto più opprimente, quanto più intensa è stata la passione.

L’amante diviene un estraneo, i suoi pensieri sono altrove e in essi non c’è più posto per noi: siamo cancellati, “fatti fuori”.

E’ in questo momento che dall’esperienza dell’eternità veniamo precipitati di colpo in quella opposta della precarietà, della vulnerabilità, del dubbio di non esserci più, insomma di un vero e proprio “lutto”.

Nulla ci appartiene più quando l’altro si porta via la ricchezza della nostra anima e la bellezza del nostro corpo, infondo avendo avuto tutto dal partner, crediamo di “avergli dato tutto”.

Non ci rendiamo conto, che in questa richiesta e in questa “consegna” assolute, si trova il seme dell’ abbandono.

L’inevitabilità della rottura e il crollo dell’illusione non significano però che la vita solitaria rappresenti necessariamente una soluzione più realistica e più coraggiosa, ma il contrario, poichè occorre molto più coraggio a vivere in coppia che a vivere da soli.

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La vita di coppia è sempre esposta al tradimento, alla possibilità della fine.

I due membri della coppia rappresentano le due parti di un anello a incastro e fondano la loro relazione più sulla diversità che sulla somiglianza.

Per dirla in termini junghiani si tratta di due “tipologie” complementari.

Ognuno di essi rappresenta per l’altro la “parte mancante”, la parte in ombra della propria personalità.

Ognuno ricerca nell’altro la completezza del proprio essere, come nel caso della “costola” sottratta ad Adamo mentre dormiva e dalla quale nascerà la donna o nel mito dell’androgino descritto da Platone nel Simposio.

E’ “la perdita” perciò il motivo primario che spinge verso l’incessante ricerca dell’altro e di un ‘unione FUSIONALE, che nelle sue primissime fasi può esistere solo se l’altro si presta a soddisfare tutti i nostri desideri e ad incarnare le nostre aspettative.

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Se con gli anni, uno dei partner è riconosciuto solo nella misura in cui corrisponde alle esigenze dell’altro, questo resta ancorato ad un ruolo, non può mai essere sè stesso e il rapporto stagna in uno stato collusivo ed invischiante i cui entrambe i partner si fanno la guerra, “fusi” l’uno con l’altro in una massa indistinta, mossi dal rancore e dalla delusione che quell’ideale non esiste più.

In questi casi, il “tradimento” di chi è  ancorato ad un ruolo, è spesso l’unica possibilità che si intravede per cercare di riaffermare  confini e gli equilibri individuali.

Il progetto comune decade, il conflitto diviene SILENZIO ASSORDANTE, il “non dire” reprime ogni manifestazione di chiarezza e sincerità anche spiacevole, riducendo il dialogo ad una banale conversazione priva di senso.

Ogni volta che permettiamo al “non detto” di entrare nella nostra relazione, ci precludiamo la possibilità al dialogo, che rappresenta la strada maestra da percorrere, sempre che alla base vi sia la passione come unico elemento indispensabile.

Se ciò non si verifica, a parer mio, la passione finisce per perdersi e logorarsi nel conflitto o ancor peggio nel silenzio.

Siamo chiamati ad elaborare i conflitti, che nella coppia trovano espressione, sia che l’amore finisca per logorarsi, sia che la coppia decida di proseguire il suo cammino nelle diverse fasi del ciclo di vita familiare.

Ognuno di noi in questa vita ha l’unico compito di cercare di conoscere sè stesso quanto è possibile, nel tentativo di accedere ai propri conflitti, imparando a  comprenderli e a padroneggiarli, poichè nei momenti più delicati essi riemergono.

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In caso contrario, secondo il mio modesto parere, si finisce per chiudere una porta e aprirne altre, illudendosi di percorrere strade diverse, convinti che quel paradiso esiste davvero e che con un’altra persona sicuramente lo troveremo.

Torniamo indietro sui nostri passi e come in un labirinto, ripercorriamo gli stessi sentieri, ad altre velocità, con mezzi più confortevoli, ma alla fine, confusi, stanchi ed impauriti, ci accorgiamo come in un incubo e con amara delusione di trovarci nuovamente al punto di partenza, sempre davanti allo stesso bivio.

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Bibliografia

 

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