Introduzione
Una recente ricerca presentata al congresso RSNA (Radiological Society of North America) fornisce una chiave di lettura, a mio parere utile, sulla relazione tra vittime di violenza domestica, lesioni corporee (interne ed esterne) e rischio suicidario:
nelle vittime di violenza domestica che presentano anche pensieri suicidari esiste un pattern di lesioni specifico, grave e ricorrente, osservabile precocemente dalle indagini radiologiche.
È il
linguaggio del corpo offeso, una sorta di “
firma traumatica riconoscibile” che spesso ci dice molto più di quanto la vittima riesca o possa dire.

Chi subisce violenza spesso tace: per paura, per vergogna, per la dissociazione traumatica, per il condizionamento psicologico da parte dell’abusante o perché nel tempo ha iniziato a sentirsi in colpa e corresponsabile.
Ed è proprio in questa zona d’ombra che si cela la potenziale alleanza tra medici e psicologi contro la violenza domestica subita dalle donne.
La violenza domestica può essere subita da tutti: figli, nonni, zii, padri, madri, ma in questo caso
parliamo di violenza di genere.
- Violenza domestica e rischio suicidario: una combinazione pericolosa
Lo studio riportato dal RSNA (radiological society of north america) ha analizzato un campione di più di
1.400 donne che avevano denunciato violenze da parte del partner
I risultati dimostrano che il rischio suicidario (tentativi di suicidio, autolesionismo, ideazione suicidaria) è
quasi sette volte più alto nelle vittime di violenza domestica.
Non solo. Molte donne arrivano al pronto soccorso
anni prima che la situazione di abuso emerga presentando sintomi psicologici comuni:
- ansia acuta, agitazione
- somatizzazioni corporee
- atti autolesivi
- sintomi dissociativi stato confusionale
- difficoltà a fornire una spiegazione azione logica di come si siano procurate i traumi.
Il suicidio, in questi contesti, non è un fulmine a ciel sereno, ma il risultato di anni e anni violenza subita in silenzio; è l’esito estremo di un
trauma relazionale complesso, di un deterioramento identitario che progressivamente disintegra anche il senso di sé.
- Quando il caos diventa quotidianità: la psicologia del trauma nelle relazioni violente
Per avere una visione completa del fenomeno occorre integrare il modello medico con quello psicologico.
Nelle relazioni violente si instaurano dinamiche disfunzionali ricorrenti:
Trauma Bonding
Il legame si struttura su una base traumatica, che passa attraverso cicli di idealizzazione, alternati a fasi di svalutazione – caratterizzate da paura, tensione continua seguite poi da una “
falsa riparazione”. La vittima passa quindi attraverso alcune fasi:
- la visione idealizzata dell’abusante
- la paura di perderlo
- la speranza del cambiamento
- la colpa interiorizzata (se ci resto/ se lui si arrabbia alla fine è perché è anche colpa mia, altrimenti non ci sarebbero fasi buone).
La psiche entra in una forma di
dipendenza ossessiva relazionale, che distorce e altera la percezione del pericolo da parte della vittima.
Molte vittime non ricordano con chiarezza gli episodi di violenza.
Durante gli episodi acuti si verificano delle precise strategie difensive post-traumatiche:
- freezing (congelamento)
- fawning (compiacenza)
(Alcune mettono in atto anche strategie difensive attacco-fuga, ma sono anche quelle che restano maggiormente impigliate nella rete della “
vittimizzazione secondaria” a causa
dell’abuso reattivo passando anche per pazze o per provocatrici aggressive).
Questo porta la vittima a ridimensionare la gravità del reato e delle lesioni, a ritardare o evitare la richiesta di cure o di supporto, e a raccontare i fatti in modo frammentato o apparentemente incoerente – non per volontà, ma per gli effetti neurobiologici del trauma.
“Io non valgo nulla”: Perdita del senso di valore personale
L’autore della violenza agisce sulla vittima per convincerla che l’unico valore che ha – è dato dalla sua approvazione e ottiene questo attraverso una serie di condotte manipolative e coercitive, che hanno come obiettivo l’erosione dell’identità della vittima.
Tra le più ricorrenti troviamo:
- Svalutazione – attacchi sistematici alle competenze, al valore e alla dignità della vittima (critiche costanti, derisione, confronto denigratorio, insinuazioni sulla sua inadeguatezza in diversi ambiti della vita).
- Colpevolizzazione – attribuzione ricorrente della responsabilità del conflitto o della violenza alla vittima, attraverso meccanismi di proiezione della colpa e ribaltamento delle dinamiche.
- Isolamento relazionale – progressivo allontanamento della vittima dai suoi affetti primari e dalla rete di sostegno, ottenuto tramite controllo, disapprovazione, sabotaggio dei legami o limitazione degli spazi di autonomia.
- Minacce dirette o indirette – intimidazioni che possono riguardare l’incolumità della vittima, dei figli, degli affetti o della stabilità materiale, con effetto paralizzante e di controllo.
- Violenza economica – creazione intenzionale di una condizione di dipendenza emotiva, decisionale o materiale, che rende difficile alla vittima immaginare la possibilità di separarsi o di agire in autonomia.
Queste dinamiche si inscrivono in un ciclo ambivalente di violenza ripetuta, nel quale fasi di aggressività e coercizione si alternano a momenti di apparente riparazione, confondendo ulteriormente la percezione della vittima.
La persona esposta a questo modello relazionale perde progressivamente:
- agency (la percezione di poter agire e incidere sulla propria vita)
- contatto con la realtà (distorsioni percettive, normalizzazione della violenza)
- fiducia nel proprio giudizio e nella possibilità di prendere decisioni sicure
- autostima
Questa lenta e progressiva erosione identitaria, determinata dalla violenza domestica sistematica esercitata dal partner, è riconosciuta in letteratura come un
fattore di vulnerabilità clinicamente rilevante che può aumentare in modo significativo il rischio suicidario, soprattutto in presenza di isolamento, senso di intrappolamento e mancanza percepita di alternative.
Quando la violenza non può più essere nascosta: il “pattern delle lesioni” nelle immagini radiologiche
Le evidenze presentate alla RSNA mostrano che, nei casi di violenza domestica associata a comportamenti suicidari,
le indagini radiologiche rivelano configurazioni traumatiche ricorrenti, difficilmente compatibili con dinamiche accidentali.
La distribuzione delle lesioni delinea un
pattern specifico, che riflette le modalità con cui la violenza è stata esercitata e la sua intensità.
Traumi cranio-facciali e cervicali (≈ 6 volte più frequenti)
Coinvolgono le zone tipiche delle aggressioni di controllo fisico:
- schiaffi e pugni
- compressioni del collo o tentativi di strangolamento
- cadute indotte o provocate
- compressioni del collo o tentativi di strangolamento
Sono distretti molto sensibili e, in ambito medico-legale, costituiscono un indicatore altamente significativo.
Fratture vertebrali (≈ 4 volte più frequenti)
Spesso correlate a dinamiche quali:
- torsioni violente del tronco
- cadute spinte
- impatti ripetuti contro superfici dure
La narrazione della vittima, in questi casi, può apparire incongruente con il quadro lesionale, come frequentemente osservato nella traumatologia della violenza e dell’abuso.
Lesioni profonde (≈ 3 volte più frequenti)
Coinvolgono tessuti molli e strutture interne:
- ematomi profondi
- lesioni addominali
- lesioni toraciche
Sono traumatismi tipicamente legati a forza diretta significativa e raramente auto procurabili.
Lesioni agli arti superiori (≈ 2 volte più frequenti)
Riconducibili alle
defensive injuries e alle
wrist injuries:
- braccia afferrate e trascinate
- contusioni da trazione
- traumi riportati nel tentativo di proteggersi
Violenza domestica e rischio suicidario: un’interazione che amplifica la vulnerabilità
La presenza simultanea di violenza domestica e comportamenti suicidari non aumenta il rischio di suicidio in modo lineare, ma crea una condizione clinica molto più complessa.
La vittima, esposta a traumi ripetuti e a un progressivo senso di intrappolamento, sviluppa una vulnerabilità cumulativa, in cui gli effetti fisici delle aggressioni si intrecciano con la crescente compromissione psicologica.
Questa condizione rientra nella
polivittimizzazione, cioè l’esposizione a più forme di violenza e sopraffazione, che produce:
- maggiore disorganizzazione emotiva e cognitiva
- riduzione delle capacità di coping
- incremento del rischio suicidario e auto-lesivo
In altri termini: quanto più la violenza è frequente e severa, tanto maggiore diventa il collasso psicologico, con conseguente aumento del rischio di comportamenti orientati all’autodistruzione
Perché arrivano quasi sempre di notte? un dato psicologico e criminologico
Le donne con questa doppia vulnerabilità giungono più spesso al Pronto Soccorso
in orario notturno.
Perché?
- il partner spesso è fuori o dorme.
- il controllo da parte del partner abusante è meno serrato
- la vittima è confusa, sconvolta da un punto di vista emotivo
- la notte amplifica le ideazioni suicidarie
- è il momento in cui crollano le difese psicologiche
È la
finestra temporale in cui il trauma non è più contenibile: “uscita dalla finestra di tolleranza”.
Il ruolo cruciale dei tecnici radiologi nella rilevazione della violenza domestica
Secondo i ricercatori, il tecnico radiologo è spesso l’unico professionista in grado di cogliere il quadro traumatico nel suo insieme, perché:
- rileva lesioni in sedi non compatibili con la dinamica riferita dalla vittima
- osserva traumi ripetuti nel tempo, indicativi di esposizione continuativa alla violenza
- riconosce pattern lesionali tipici delle aggressioni interpersonali
- identifica la coesistenza tra lesioni da aggressione e segni di comportamenti autolesivi
In questo contesto, il radiologo diventa un snodo cruciale nella rete di protezione, perché può:
- segnalare tempestivamente situazioni sospette
- attivare i protocolli di tutela previsti dalle linee guida
- documentare il quadro lesionale con valore clinico e medico-legale
- offrire alla vittima la prima possibilità concreta di essere riconosciuta e aiutata
Implicazioni psicologiche e cliniche: cosa cambia per i professionisti
Per psicologi, psichiatri, criminologi, medici e operatori sociali, questi dati introducono elementi importanti nella valutazione e nella presa in carico. È necessario adottare un approccio più integrato che includa:
- la valutazione strutturata del rischio suicidario, soprattutto nei casi di violenza ripetuta o di percezione di intrappolamento
- Un’ analisi del trauma relazionale, con attenzione alle dinamiche coercitive e ai pattern di controllo
- L’osservazione del contesto familiare e delle condizioni di sicurezza, attuali e potenziali
- La collaborazione operativa con i reparti di radiologia ed emergenza, per una lettura congiunta del quadro lesionale e della narrazione della vittima
- L’intervento precoce e multidisciplinare, volto a ridurre il rischio immediato e a stabilizzare la vittima sul piano psicologico, medico e sociale
Perché?
I tentativi di suicidio ripetuti, falliti o inscenati
non rappresentano necessariamente un reale desiderio di morire, ma costituiscono
l’esito estremo di uno stato psicologico profondamente compromesso, nel quale la vittima realmente non vede nessun’altra via d’uscita possibile. Questo stato di disperazione è indotto anche da:
- impotenza appresa – la convinzione, interiorizzata nel tempo, di non avere alcuna possibilità di interrompere la violenza o modificare il proprio destino
- umiliazione cronica – la distruzione progressiva dell’autostima e del senso di sé, esito tipico delle dinamiche coercitive
- isolamento forzato – la perdita della rete di sostegno, condizione che aumenta esponenzialmente la vulnerabilità
- dissociazione – alterazioni dello stato di coscienza legate al trauma, che riducono la capacità di valutare rischio e conseguenze
- terrore persistente – un livello di attivazione fisiologica che impedisce il funzionamento cognitivo e decisionale
- perdita percepita di vie d’uscita – la sensazione di intrappolamento, clinicamente riconosciuta come uno dei predittori più solidi del comportamento suicidario
In questi casi, il gesto suicidario va inteso come manifestazione estrema di una condizione di sopraffazione.
Conclusioni
La violenza domestica è spesso
invisibile nelle sue fasi iniziali.
Si radica nel corpo, altera i processi cognitivi, frammenta la narrazione della vittima.
E talvolta è proprio il
corpo, attraverso fratture, contusioni, lesioni ripetute e pattern traumatici tipici, a rivelare ciò a cui la vittima non riesce a dar voce.
Riconoscere precocemente questi segnali significa:
- intercettare il rischio
- prevenire comportamenti suicidari
- attivare i protocolli d’intervento previsti dalla legge.
- attivare percorsi di sostegno, protezione e cura per la vittima
Fonti:
Linda Brooks articles : RSNA
https://neurosciencenews.com/
*Van der Kolk: The Body Keeps the Score – 2014
articolo italiano di rifermento: https://www.repubblica.it/salute/dossier/ospedali-di-eccellenza/2025/10/31/news/violenza_domestica_cosi_gli_ortopedici_possono_riconoscerla-424950749/