Dott.ssa Silvia Michelini     psicologiacoppia@gmail.com
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Conflitto cronico, collusioni relazionali e limiti del setting terapeutico

Una delle affermazioni più ricorrenti, sia nel senso comune sia tra gli stessi pazienti, è che la terapia di coppia non funzioni.
In realtà, ciò che spesso fallisce non è il modello terapeutico, ma il momento, il livello di disfunzionalità e la funzione implicita con cui la coppia accede alla terapia.

Le coppie arrivano frequentemente all’osservazione clinica quando il legame è già profondamente compromesso, in una fase avanzata di escalation conflittuale, con schemi relazionali rigidi, comunicazione deteriorata e una forte polarizzazione delle posizioni.
In questi contesti, la terapia viene investita di aspettative difensive che ne compromettono l’efficacia prima ancora che il lavoro possa iniziare.

Coppie ad alto conflitto: quando il setting diventa un tribunale

Nella pratica clinica è evidente come molte coppie non arrivino in terapia con una reale disponibilità a interrogare il legame, ma con l’obiettivo — spesso inconscio — di ottenere una legittimazione esterna.
Il terapeuta viene vissuto come colui che dovrebbe stabilire chi ha ragione e chi ha torto, chi è il “sano” e chi il “problematico”.

Il setting terapeutico viene così triangolato all’interno del conflitto:
ogni partner tenta di alleare il terapeuta alla propria narrazione, trasformando la terapia in uno spazio giudicante anziché trasformativo.

Quando il conflitto ha raggiunto questi livelli:

  • la mentalizzazione è compromessa,

  • ogni restituzione viene vissuta come un attacco,

  • il terapeuta rischia di essere inglobato nel sistema disfunzionale.

È in questo senso che molte terapie di coppia “non funzionano”: non perché siano inefficaci in sé, ma perché vengono attivate troppo tardi e con una funzione impropria.

Il conflitto come “organizzatore” del legame

La terapia sistemica e relazionale ha mostrato come, in molte coppie, il conflitto non sia solo un problema, ma diventi il principale organizzatore del legame.

Nonostante faccia soffrire la coppia, sembra essere loro necessario per riattivare e rivivere le loro ferite traumatiche nel tentativo di fronteggiarle.
Quando vengono meno il desiderio, la reciprocità e la progettualità a causa del conflitto, il conflitto paradossalmente – è l’unico modo per mantenere una forma di connessione, seppur dolorosa.

Autori come Vittorio Cigoli e Giuseppe Scabini hanno descritto come il patto di coppia possa trasformarsi, nel tempo, in un vincolo conflittuale, in cui la relazione sopravvive attraverso la contrapposizione anziché l’incontro.

Le collusioni di coppia: il cuore invisibile della disfunzione relazionale

Un passaggio fondamentale per comprendere perché molte coppie arrivino in terapia in una fase già compromessa è il concetto di collusione di coppia, elaborato da Jürg Willi.

Secondo Willi, la coppia si struttura attraverso un accordo inconscio, in cui ciascun partner sostiene e mantiene le parti irrisolte dell’altro.
La collusione non è una patologia individuale, ma una organizzazione relazionale condivisa, inizialmente funzionale e progressivamente disfunzionale.

Ciò che all’inizio appare come complementarità diventa, nel tempo, una prigione relazionale.

Alcune configurazioni ricorrenti:

  • dipendenza–controllo

  • svalutazione–iper-prestazione

  • abbandono–fusione

In tutte queste forme, il conflitto segnala il collasso della collusione: l’equilibrio non regge più, ma la coppia non dispone ancora di strumenti simbolici alternativi.

La collusione in psicologia si riferisce a un’interazione inconscia tra due partner in cui entrambi agiscono in modo complementare per soddisfare bisogni nevrotici reciproci e mantenere un equilibrio, sebbene spesso disfunzionale, nella relazione. Jürg Willi ha esplorato in profondità questo concetto in diverse pubblicazioni, in particolare nel suo libro più noto: La collusione di coppia: Il gioco inconscio tra partner. Dalla dipendenza alla relazione d’amore costruttiva.
Jürg Willi ha identificato quattro tipologie principali di collusioni di coppia, basate sulle fasi dello sviluppo psicosessuale. Queste dinamiche inconsce riflettono un’interazione complementare tra i partner, che cercano di soddisfare bisogni infantili irrisolti.
  • Collusione narcisistica: Entrambi i partner cercano una costante conferma del proprio valore, spesso a spese dell’altro, che viene svalutato o idealizzato per sostenere l’autostima del partner dominante.
  • Collusione orale: Ruota attorno ai temi della dipendenza e dell’accudimento. Un partner si pone in una posizione di costante bisogno (dipendente), mentre l’altro assume il ruolo di genitore accudente, finendo entrambi per rimanere bloccati in uno schema di dipendenza reciproca.
  • Collusione sadico-anale: Il conflitto si concentra sul controllo, il potere e l’aggressività. I partner lottano per il dominio, alternando spesso i ruoli di controllore e controllato, o agendo il controllo in modi passivo-aggressivi.
  • Collusione fallico-edipica: La dinamica riguarda i temi della competizione e della prestazione. I partner competono per il successo, il riconoscimento o l’attenzione, spesso riproducendo rivalità familiari infantili.
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Quando la collusione entra nel setting terapeutico

Nelle coppie ad alto conflitto, la collusione non viene portata come oggetto di riflessione, ma agita direttamente nel setting terapeutico.
Ogni partner tenta di confermare il proprio ruolo e di dimostrare che il problema risiede esclusivamente nell’altro.

È in questo punto che emerge una dinamica clinicamente molto frequente ma poco nominata: la ricerca del terapeuta che “dà ragione”.

Non è raro osservare coppie — o singoli partner — che interrompono i percorsi e passano da un terapeuta all’altro fino a incontrare quello che conferma la loro lettura del problema.
Questa rotazione viene spesso giustificata come mancanza di feeling o inadeguatezza dell’approccio, ma sul piano sistemico rivela un meccanismo più profondo.

In molte coppie disfunzionali, chi formula la domanda terapeutica non è semplicemente il più motivato, ma colui che detiene una posizione dominante all’interno del sistema relazionale.
È il partner che:

  • ha già costruito una spiegazione rigida del problema,

  • si percepisce come consapevole e lucido,

  • attribuisce la disfunzione prevalentemente all’altro.

La richiesta di aiuto nasce allora non da una reale apertura al lavoro sul legame, ma dal bisogno di conferma e legittimazione.
Quando il terapeuta introduce complessità, corresponsabilità o mette in discussione la narrazione unilaterale, viene rapidamente svalutato o abbandonato.

La cosiddetta “consapevolezza” diventa, in questi casi, una difesa sofisticata:
sapere, spiegare, diagnosticare serve a mantenere il controllo sul sistema e a evitare un reale coinvolgimento trasformativo.

Coppia in crisi a letto

Implicazioni cliniche: quando la terapia rischia di diventare iatrogena

Quando la terapia viene utilizzata come strumento di conferma, il rischio è che il terapeuta venga:

  • ingaggiato come alleato,

  • inserito in una dinamica collusiva giudicante,

  • triangolato per rafforzare l’asimmetria di potere nella coppia.

In queste condizioni, proseguire una terapia di coppia può diventare iatrogeno, perché consolida il dominio di uno e l’impotenza dell’altro, anziché favorire un riequilibrio relazionale.

Come sottolineato dalla clinica sistemica e relazionale, in questi casi è necessario ridefinire l’indicazione terapeutica, spostando il lavoro:

  • sul contenimento del conflitto,

  • su percorsi individuali preliminari,

  • o sulla sospensione temporanea del lavoro di coppia.

Quando il conflitto non viene elaborato sul piano relazionale, tende a essere trascinato sul piano giudiziario.
La separazione diventa il nuovo campo di battaglia, irrigidendo ulteriormente le posizioni e producendo effetti profondamente disorganizzanti sulla funzione genitoriale e sui figli. Non è la separazione in sé a essere traumatica, ma la persistenza del conflitto, che impedisce qualsiasi lavoro trasformativo, sia relazionale sia individuale.

Conclusioni

La terapia di coppia non è un’aula di tribunale né uno spazio di rivincita narcisistica.
È un luogo di lavoro sul legame, sulle collusioni inconsce e sulle ferite individuali che si incontrano — e spesso si scontrano — nella relazione.

Riconoscere quando e come intervenire, e quando invece è necessario fermarsi o cambiare direzione, è una responsabilità clinica fondamentale.
Talvolta, il primo vero atto terapeutico è proprio non confermare la richiesta di “avere ragione”, ma restituire complessità là dove il sistema la rifiuta.