Dott.ssa Silvia Michelini     psicologiacoppia@gmail.com
Metodo Lei & Lui

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La concettualizzazione della dipendenza affettiva che si è affermata tra la fine degli anni ’90 e i primi anni Duemila risulta oggi insufficiente e, in alcuni casi, clinicamente fuorviante. Quel modello interpretativo, fortemente centrato su carenze dell’Io, bisogni regressivi e sulla  “collusione” della persona coinvolta, ha finito per produrre una narrazione implicitamente colpevolizzante: l’idea che il soggetto cerchi inconsciamente chi lo fa soffrire, che in fondo lo voglia, se lo meriti o se lo sia cercato. Le acquisizioni più recenti in ambito neuro-affettivo impongono un cambio di paradigma. Oggi sappiamo che la dipendenza affettiva non è un tratto di personalità, né una scelta inconscia orientata al dolore, ma uno stato organizzativo del sistema di attaccamento, sostenuto da specifici meccanismi neurochimici di regolazione e disregolazione emotiva.               È necessario distinguere almeno due configurazioni cliniche differenti. Esiste una forma di dipendenza che si struttura come legame traumatico, in cui esperienze precoci di attaccamento insicuro o disorganizzato rendono il soggetto più vulnerabile a relazioni caratterizzate da imprevedibilità, deprivazione emotiva o minaccia di abbandono. In questi casi il sistema di attaccamento tende a riattivarsi su schemi già conosciuti, non per una ricerca del dolore, ma per un tentativo implicito di mantenere continuità e coerenza interna. Ma questa non è l’unica via. La parte collusiva della vittima esiste in moltissimi casi (alla base delle scelte o nella difficoltà poi a sganciarsi); io ne ho parlato come tanti colleghi in moltissimi articoli, spiegando il masochismo relazionale come forma di “narcisismo inverso” della persona che subisce e che si identifica con il riconoscimento del suo amore e di come certe ferite colludano, ma la visione non va ridotta, MAI e va costantemente integrata con nuove prospettive. Una parte significativa delle dipendenze affettive osservabili in clinica non nasce da traumi infantili, né da predisposizioni strutturali, ma si sviluppa all’interno della relazione stessa, attraverso dinamiche che agiscono direttamente sulla neurochimica dell’attaccamento.
In queste configurazioni la dipendenza è indotta.
Relazioni caratterizzate da una fase iniziale di intensa sintonizzazione, idealizzazione e rispecchiamento profondo producono una marcata attivazione dei circuiti dopaminergici legati alla ricompensa e all’anticipazione, insieme a una forte attivazione ossitocinergica che consolida il legame e la percezione di sicurezza relazionale. Il rapporto diventa rapidamente una fonte primaria di regolazione emotiva. Quando a questa fase segue un ritiro improvviso o intermittente – il classico assetto on–off – il sistema nervoso non registra semplicemente una delusione affettiva, ma una minaccia alla continuità dell’attaccamento. La riduzione improvvisa della gratificazione neurochimica, associata all’attivazione dei sistemi di stress, produce uno stato di allarme che orienta l’intero funzionamento psichico verso un unico obiettivo: il ripristino del legame.                 È in questa oscillazione che si struttura la dipendenza. Non perché il soggetto desideri soffrire, ma perché il cervello apprende che il sollievo dalla sofferenza è possibile solo attraverso il ritorno dell’altro. Il meccanismo è quello del rinforzo intermittente, noto per generare legami particolarmente resistenti all’estinzione. In questi casi la dipendenza non precede la relazione, ma emerge dentro la relazione. È altrettanto importante chiarire che non tutti i soggetti narcisistici scelgono persone fragili o sottomesse. Alcuni mirano deliberatamente a individui forti, autonomi, sicuri di sé, emotivamente strutturati, proprio perché la conquista di ciò che è percepito come “inarrivabile” ha un valore identitario maggiore. Attraverso una messa in scena relazionale prolungata, coerente e perfettamente aderente al modello affettivo desiderato dall’altro, riescono a indurre un legame di dipendenza che non era presente in partenza. In questi casi parlare di collusione o di responsabilità inconscia della persona coinvolta è clinicamente scorretto. Si tratta di dinamiche di intrappolamento e frode relazionale, in cui l’attaccamento viene costruito, rinforzato e successivamente utilizzato come leva di controllo. Alla luce di tutto questo, continuare a spiegare la dipendenza affettiva esclusivamente come espressione di immaturità, infantilismo cronico alla ricerca del genitore perfetto inconscio, o come attrazione per il dolore, rappresenta un modello parziale, che necessita di essere integrato con le ricerche più recenti. Se assunto in modo rigido, questo tipo di lettura può risultare terapeuticamente dannoso, poiché rischia di rinforzare i sensi di colpa già presenti nella persona coinvolta e di produrre una forma di vittimizzazione secondaria. In particolare, può favorire una lettura distopica dell’esperienza soggettiva, in cui la persona, oltre a dover elaborare ciò che le è accaduto nella relazione, arriva a convincersi che “ci sia qualcosa che non va in lei”, che sia strutturalmente destinata a legami patologici e che il problema consista unicamente nel dover “lavorare su di sé” per non andare più a cercare questo tipo di partner. Una narrazione che sposta l’asse dalla comprensione dei meccanismi relazionali e neuro-affettivi alla colpevolizzazione dell’individuo, alimentando vergogna e autoaccusa.                   Questo non significa negare l’esistenza di configurazioni cliniche specifiche – come personalità con funzionamento marcatamente masochistico, storie traumatiche precoci o dinamiche di tipo “crocerossina” – in cui è effettivamente presente una componente di attrazione inconscia verso la sofferenza. Significa però riconoscere che queste configurazioni non rappresentano la totalità delle dipendenze affettive, né possono essere assunte come modello esplicativo unico. Le ricerche più recenti invitano a una visione multifattoriale della dipendenza affettiva:
  • neurobiologica, attraverso il coinvolgimento dei sistemi dopaminergici, ossitocinergici e oppioidergici
  • psicologica, legata agli stili di attaccamento e agli schemi cognitivi disfunzionali
  • sociale e culturale, con modelli di relazione culturalmente trasmessi, che possono rinforzare le dinamiche di dipendenza.
Un approccio integrato e clinicamente fondato richiede di distinguere, non di generalizzare: tra vulnerabilità pregresse e dipendenze indotte, tra ripetizione del passato e legami patogeni costruiti nel presente. Solo così è possibile restituire complessità al fenomeno e creare le condizioni per un lavoro terapeutico che non colpevolizzi, ma comprenda e integri le visione frammentate del Sè.    
  • Bowlby, J. (1988). Una base sicura. Milano: Raffaello Cortina.
  • Brown, L. L., Acevedo, B. P., Fisher, H. E., & Aron, A. (2013). Neural correlates of four broad temperament dimensions: Testing predictions for a novel neurobiological model of personality. Journal of Neuroscience, Psychology, and Economics, 6(2), 87–103.
  • Feldman, R. (2017). The neurobiology of human attachments. Trends in